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Una figura storica dimenticata cui tutto l’Occidente deve molto

GIOVANNI DE LA VALETTE GRAN MAESTRO DELL’ORDINE DEGLI OSPITALIERI

La sconfitta di Solimano salva Malta e prelude alla cacciata degli Ottomani dal Mediterraneo


24/02/2020 - Massimo Iacopi


(Assisi PG)

I Cavalieri dell’Ordine Ospedaliero di S. Giovanni di Gerusalemme e del S. Sepolcro di Malta - dal 1530, data in cui il loro Gran Maestro Filippo Villiers de L’Isle Adam (1464-1534) ha ricevuto in visita l’imperatore Carlo V (1500-1558) nelle località di Malta e di Tripoli - rappresentano una spina nel fianco degli Ottomani e dei Barbareschi, padroni quasi incontrastati del Mediterraneo centrale. Già cacciati dalla Terra Santa, quindi da Rodi, gli Ospedalieri sono decisi, questa volta, a non cedere in nessun caso quest’isola, che é stata appositamente distaccata per loro dal Regno di Sicilia. Il nuovo Gran Maestro dell’Ordine, Giovanni Parisot de la Valette (1495-1568), eletto dai suoi pari nel 1557, fida sul sostegno del re Filippo II di Spagna (1527-1598) per aiutarlo a riconquistare Tripoli, sulla costa libica. Sfortunatamente la squadra spagnola perderà del tempo davanti a Djerba, dove i Barbareschi del corsaro Dragut (1485-1565) riusciranno ad infliggere  loro una cocente sconfitta. A questo punto, La Valette fa costruire nuove galere e ne affida il comando ad un eccellente marinaio, il cavaliere Mathurino d’Aux de Lescot, detto Romegas (1525-1581), che conosce nei minimi dettagli le coste del Mediterraneo. Nel giro di cinque anni, quest’ultimo cola a picco 50 vascelli degli “Infedeli”, aiuta gli Spagnoli ad impadronirsi di un covo dei Barbareschi in Marocco, nei pressi di Tetuan, fa prigionieri i governatori del Cairo e di Alessandria e si impadronisce di un galeone turco carico di preziose mercanzie. Queste imprese degli Ospedalieri rendono la misura colma per il Sultano della Sublime Porta, Solimano il Magnifico (1494-1566), che decide di sbarazzarsi, una volta per tutte, di questi Cavalieri ai quali, tuttavia, aveva accordato la salvezza della vita a Rodi, verso la fine del 1522. Egli invia, sotto le mentite spoglie di innocui pescatori, alcuni ingegneri per riconoscere lo stato delle fortificazioni e per stilare una carta topografica di Malta e quindi ordina personalmente la costruzione di una flotta per lanciare l’operazione per la sua conquista. Il Viceré di Sicilia, avvertito di questi progetti da agenti segreti veneziani, avverte Filippo II e Giovanni de la Valette. Il re di Spagna é nuovamente il solo sovrano della Cristianità a promettere la sua assistenza, che arriverà, comunque, solo all’ultimo momento. Da parte sua, La Valette attiva tutte le commende dell’ordine sparse in tutta l’Europa e riesce a mobilitare 600 cavalieri, 100 “serventi d’arme”, 500 schiavi delle galere, 1800 mercenari italiani e spagnoli e 3 mila contadini maltesi, per un totale di poco superiore ai 6 mila uomini. All’epoca dello sbarco, Malta conta 20 mila abitanti, 25 mila con l’isola vicina di Gozo. Egli provvede anche ad importare a Malta tutto quello che può essere utile per sostenere un assedio: da Firenze armi e munizioni; dalla Sicilia, grano, carne salata e vino. Fra gli altri provvedimenti, egli decide di inviare, lontano dall’isola, vecchi, donne e bambini, fa consolidare le fortificazioni e fa tendere una pesante catena di ferro all’entrata del Gran Porto fra il forte S. Elmo, sulla punta della penisola di Sciberras e l’attuale Forte Ricasoli a sud. Attento ad ogni minimo dettaglio, dispone la demolizione delle abitazioni poste davanti ai bastioni, per impedire ai Turchi di utilizzarne le pietre come munizioni. Il 18 maggio 1565, dopo circa un mese di traversata, arriva in vista di Malta una flotta di 158 galere turche e barbaresche e 32 navi da trasporto. Il corpo di spedizione, agli ordini del comandante ottomano Mustafà Pashà (1500-1580), getta l’ancora a sud est dell’isola a Marsaxlokk, oggi pittoresco porto di pesca. Il sito é ben scelto, anche perché provvisto di abbondanti sorgenti di acqua potabile. Il giorno dopo 30 mila giannizzeri, spahis, arcieri ed archibugieri, sbarcano con tende, cavalli e cannoni. I più terribili sono gli iayalar, fanatici drogati con hashish per dimenticare il pericolo. Dopo un breve combattimento a Zeitun, poco a nord della località di sbarco, i Cavalieri dell’Ordine sono costretti a rinchiudersi nelle tre cittadelle di Mdina (Medina), la vecchia capitale dell’isola, Senglea e Birgu, i due villaggi di pescatori che hanno poi dato vita alla Valletta moderna. Il Gran Maestro, La Valette si rivolge ai suoi uomini: “Fratelli miei, una marea di Barbari é sbarcata sulla nostra isola. Sono dei nemici di Gesù Cristo. Noi ci batteremo per la nostra fede e per il combattimento del Vangelo contro il Corano. Riceviamo insieme la santa comunione. Traiamo dal sangue del Salvatore il disprezzo della morte che ci renderà invincibili”. Le forze presenti sono cosmopolite e complessivamente due o tre volte superiori a quelle che sono state impegnate durante la guerra dei cent’anni, fatto che spiega perché i cronisti contemporanei e più tardi, anche lo stesso Voltaire (1694-1778), abbiano giudicato questo assedio come un avvenimento storico di grande rilievo. Il combattimento vero e proprio ha inizio, in effetti, il 24 maggio 1565, giorno in cui i Turchi attaccano il più piccolo dei forti dell’isola, il S. Elmo ed, a sostegno di tale azione, il 31 seguente, giorno dell’Ascensione, la flotta ottomana inizia a bombardare la piazzaforte. La guarnigione di S. Elmo, comandata da Broglio o Broglia (in francese Breuil), l’antenato dei Broglie o Broglia di Piemonte e di Francia, resiste tre settimane in una manifesta inferiorità di un rapporto di 1 a 100. Il 15 e 16 giugno i Turchi moltiplicano gli assalti per ondate successive al rullo dei tamburi, venendo sistematicamente respinti. Infine, il 23, gli assalitori hanno successo nel gettare un ponte da un bastione avanzato e riescono ad appoggiare le scale contro i muri del forte. Gli assediati ricevono la comunione e si abbracciano. L’assalto dura sette ore e la quasi totalità dei difensori muore con le armi in mano. Solo nove cavalieri riescono a sopravvivere e si arrendono ai corsari barbareschi che, nella speranza di ricavarne un riscatto, li nascondono alla vista dei Turchi. Questi ultimi che hanno perduto 6 mila uomini, decapitano i cadaveri dei 600 cristiani e li inchiodano su croci di legno che buttano poi in acqua come zattere, in direzione del forte S. Angelo di Birgu, allo scopo di minare il morale dei difensori. Ma Giovanni de la Valette non cede davanti al terrore, al contrario, per rappresaglia, fa decapitare tutti i prigionieri turchi e si serve delle loro teste come palle di cannone. La resistenza eroica del forte di S. Elmo gli ha dato abbastanza respiro per completare le fortificazioni di Birgu e Senglea e per tendere una pesante catena all’entrata dell’insenatura interna che li separa. L’arrivo della flotta turca nel Mediterraneo occidentale provoca in Europa l’effetto di un uragano. Solimano il Magnifico  che, dopo la sua accessione al sultanato, ha raddoppiato le dimensioni del suo impero, passa per un invincibile. Il mondo cristiano segue gli sviluppi dell’assedio, la cui sorte sembra minacciarli tutti. “Se i Turchi trionfano a Malta - si confida Elisabetta d’Inghilterra (1533-1603) - non si possono prevedere che pericoli sorgeranno poi per il resto della Cristianità”. Nonostante i pressanti appelli al nuovo Viceré di Sicilia, Garcia Alvarez de Toledo y Osorio (1514-1577) le galere siciliane si accontentano di sbarcare, il 5 luglio, a nord est dell’isola, il “piccolo soccorso” di un contingente eterogeneo di 700 uomini. I Turchi, che hanno ricevuto rinforzi dal Bey di Algeri, completano l’accerchiamento di Birgu ed iniziano a bombardare le fortificazioni con i loro 65 cannoni, che tirano complessivamente 135 mila colpi, un record per l’epoca. Il 9 luglio, Mustafà Pashà indirizza un ultimatum a La Valette. Gli propone di capitolare e di lasciare l’isola con gli onori di guerra, come fu fatto 40 anni prima a Rodi. Davanti al suo fermo rifiuto, il comandante della flotta ottomana prepara un attacco anfibio contro Senglea. In quella occasione, uno dei suoi ufficiali, un greco arruolato a forza, Memi Celebi, passa all’altro campo. Costui attraversa l’ansa a nuoto ed avverte gli assediati che, approfittando della notte, infilano nell’acqua palizzate sufficienti a paralizzare l’assalto ed a permettere alla loro artiglieria di colare a picco le imbarcazioni ed i ponti galleggianti degli assalitori. Il 7 agosto, i Turchi attaccano il forte S. Michele a Senglea. Dopo circa sette ore di combattimento rabbioso si presenta all’orizzonte uno squadrone di cavalleria inviato dalla guarnigione di Mdina. Dalla confusione generata dal fumo dalla battaglia in corso, i Turchi credono di avere a che fare con un esercito spagnolo di rinforzo, sbarcato a loro insaputa. Essi abbandonano temporaneamente la presa sul forte, per fare fronte alla nuova minaccia, ma ritornano alla carica il 18 agosto, questa volta contro il Forte di S. Angelo a Birgu. Dopo aver aperto una breccia, i Turchi si infilano all’interno di Birgu, ma La Valette, nonostante una ferita causata da una scheggia di granata alla gamba, galvanizza i difensori e forza i Turchi alla ritirata. Otto giorni più tardi, questi rinnovano un ulteriore assalto con una catapulta coperta di scudi ed una torre d’assedio. Ma ancora una volta, i difensori danno prova di una grande ingegnosità e di bravura: in effetti questi scavano un tunnel ed impadronendosi delle strutture, le rivolgono contro gli assalitori. Quindici giorni di tempesta e di venti contrari ritardano intanto i rinforzi tanto attesi da parte del Viceré di Sicilia, il “grande soccorso” come é stato successivamente definito. Fortunatamente, il 5 settembre, 5 mila uomini riescono a sbarcare nella baia di S. Paul, a nord ovest dell’isola. Appena in tempo, in quanto i difensori sono allo stremo delle forze e della loro resistenza. I Siciliani, appesantiti dal peso dei bagagli trasportati a spalla, per mancanza di animali da trasporto, prendono quindi la strada per Birgu. La notizia crea una grave preoccupazione nel campo turco, anch’esso demoralizzato dall’andamento poco soddisfacente delle operazioni. I Turchi contano già 20 mila morti nelle loro file, sono a corto di rifornimenti, soffrono di dissenteria e temono che la presenza di tanti cadaveri possa diffondere la peste. I loro cannoni risultano abbastanza logorati, dopo un impiego troppo intenso e la loro flotta rischia di farsi bloccare dai nuovi possibili rinforzi spagnoli. Per di più, il quadro generale non é promettente, poiché le piazzeforti di Senglea, Birgu e Medina resistono bene ed il forte di S. Elmo é stato riconquistato da Romegas. A fronte di questa situazione, Mustafà Pashà emana l’ordine di reimbarco. Ma, proprio in quel momento, un transfuga spagnolo informa il comandante ottomano della esiguità dei Siciliani sbarcati e Mustafà tenta allora un’offensiva contro Medina. Le sue truppe si scontrano con gli Spagnoli che, però, li mettono in rotta al grido di “Santiago” (riferimento a S. Giacomo di Compostela, il Matamoros de la Reconquista). Così, all’improvviso, i Turchi abbandonano i loro morti ed i loro cannoni ed il 13 settembre, le vele della loro flotta scompaiono dall’orizzonte. La situazione era radicalmente cambiata 5 giorni prima, l’8 settembre, giorno della Natività della Vergine e per questo motivo, a Malta, molti attribuiscono la loro salvezza ad un intervento divino. Il Gran Maestro fa celebrare un Te Deum e decreta che questa data diventerà la festa nazionale dell’Ordine, come anche quella della Repubblica maltese odierna. L’assedio é durato quattro mesi; i Cavalieri si sono gagliardamente battuti nel rapporto di 1 a 5 ed hanno riportato la prima vittoria del secolo contro gli Ottomani (la seconda avrà luogo il 7 ottobre 1571 a Lepanto). Tutto l’Occidente tira un sospiro di sollievo ed ovunque il coraggio di Giovanni de la Valletta suscita l’ammirazione. Sovrani e principi moltiplicano ambasciate per indirizzargli complimenti e doni. Filippo II gli fa donare una spada in oro tempestata di smeraldi. Naturalmente, Napoleone Bonaparte (1769-1821), nel 1798, si affretterà ad appropriarsene. Papa Pio IV Medici (1499-1565) gli propone la porpora cardinalizia, ma La Valette, lungi dal lasciarsi stordire da tanta fama e considerazione, declina tale proposta. Egli preferisce rimettere in ordine l’isola che é un ammasso di rovine, devastata in lungo ed in largo. Abbandonando Birgu, che ribattezza Vittoriosa, egli trasferisce la capitale dell’Ordine in un sito più scosceso e più facile da difendere, le alte rocce della penisola di Sciberras, lanciata come uno sperone fra il Gran Porto e la rada di Marsmxett. Il 28 marzo 1566 pone la prima pietra di una nuova città affidata alla cura dell’architetto Francesco Laparelli da Cortona (1521-1570). Questi, piuttosto che spianare il roccione, preferisce squadrare la cittadina con stradine e la circonda di diversi livelli di spessi bastioni, rendendola imprendibile. Per la sua costruzione (case, fortificazioni, palazzi e cattedrale) verranno impiegati 8 mila uomini. Il Papa aveva promesso 5 mila scudi, Filippo II, 20 mila ed il re Sebastiano I d’Aviz del Portogallo (1554-1578) 30 mila Cruzados (Crociati), tutte promesse da guasconi. Ancora meno ci si può aspettare dalla Francia e da Venezia, che tengono molto a mantenere relazioni privilegiate con la Sublime Porta. Il denaro arriva col contagocce ed il tempo mette fretta perché voci indicano la possibilità di una nuova invasione. La Valette, per finanziare i lavori, fa coniare monete di rame, con due mani incrociate su una faccia ed il suo stemma sull’altra. Queste, diventate oggetto di speculazione, verranno scambiate in Europa contro monete d’oro e d’argento. Dopo la morte di Solimano nel 1566, suo figlio Selim II (1524-1574) accarezza l’idea di impadronirsi, a sua volta, di Malta. Informato dalle sue spie, La Valette riesce a piazzare un secondo colpo da maestro: fare incendiare l’arsenale di Istambul, dove si sta preparando la nuova spedizione. Ma i Cavalieri hanno ora un nuovo avversario: il papa, ostinato nel voler installare sull’isola i Tribunali dell’Inquisizione. Queste discordie logorano La Valette, che ha già 73 anni, e lo conducono alla morte il 21 agosto 1568. Le sue spoglie vengono imbarcate su una nave capitana in disarmo e senza albero, decorata con le bandiere catturate agli Ottomani e di arazzi neri fino all’acqua con quattro galere che fanno da scorta. Egli non ha potuto vivere abbastanza per vedere il coronamento della sua opera, il completamento della sua capitale nel 1571, qualificata dai contemporanei come “città costruita da gentiluomini per dei gentiluomini”. Gli verrà attribuito, infatti, il nome di La Valletta a suo imperituro ricordo.


 

 

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