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1914: Economia mondiale perfettamente integrata

UN SECOLO FA SCOPPIAVA LA GRANDE GUERRA

Nulla, almeno in superficie, faceva prevedere lo scoppio di una così grande deflagrazione


29/11/2014 - Massimo Iacopi


(Guidonia)

Il mondo materiale di prima dell’estate 1914, per certi aspetti e con le dovute proporzioni, appare simile al nostro. Gli ultimi risultati di una ricerca di storia economica (1) mostrano, infatti, che l’economia mondiale (in termini di volume di trasferimenti internazionale di risparmi, flusso di investimenti all’estero, ecc.) era allora più integrata di quella che non sarà nel 1990, alla fine del periodo bipolare  sovietico - americano.

Nella seconda metà del 19° secolo, l’accelerazione dell’economia mondiale e la crescita del suo grado di integrazione sono vertiginose. Fra il 1870 ed il 1914 gli Inglesi ed i Francesi triplicano l’importo dei loro investimenti all’estero. Fra il 1840 e l’inizio della Grande Guerra, il volume del commercio mondiale viene moltiplicato per 13 ! Sono, a quel tempo, molto numerosi gli interessi industriali incrociati. L’estrazione del carbone e le industrie siderurgiche esercitano le loro attività da una parte e dall’altra delle frontiere francesi, belghe e tedesca. Molte grandi industrie tedesche di coloranti sono impiantate in Francia. Le industrie francesi e tedesche, specie la Schneider e la Krupp, si sviluppano in Russia. Il comportamento del capitale francese non ha apparentemente nulla di nazionalista. Dal 1850 al 1914, fra un terzo e la metà del risparmio francese viene investito all’estero. Mentre l’Inghilterra concentra l’essenziale dei suoi investimenti negli Stati Uniti (e meno del 15% nel suo impero coloniale), il capitale francese è orientato massicciamente verso la Russia (le grandi banche francesi spingono il governo di Parigi verso una alleanza franco russa) e l’Impero Ottomano, zone dalle quali non ne avranno il ritorno sperato.

L’Europa rigurgita di lavoro, di capitali, di mercanzie, d’innovazioni tecniche e la tendenza forte è piuttosto allo scambio che all’autarchia, all’espansione piuttosto che alla recessione. Almeno due fattori spiegano questo periodo di mondializzazione condotta dalle economie europee e dalla rapida crescita americana: l’oro e le ferrovie.

Nella prima metà del 19° secolo, l’oro è carente e gli scambi risultano conseguentemente frenati. La rarefazione contribuisce alle crisi economiche e sociali degli anni 1840. Ma dieci anni più tardi, la scoperta di numerosi giacimenti, in California ed in Australia, stimola l’economia mondiale. Fra il 1850 ed il 1870 gli stock d’oro mondiali beneficiano di un apporto equivalente ai 350 anni precedenti (2). Produzione, prezzi, ricavi esplodono, mentre i salari crescono in misura decisamente minore, cosa che consente l’arricchimento del capitalismo.

Le dinastie finanziarie e bancarie acquisiscono una importanza senza precedenti. Walther Rathenau, futuro ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar può affermare di “tre cento uomini di cui ciascuno conosce tutti gli altri, che governano i destini del continente europeo e scelgono i loro successori nel loro ambito (3)”.

Due anni avanti la deflagrazione del 1914, il candidato della alta finanza anglo americana, Woodrow Wilson, arriva al potere. Il nuovo Presidente dota a quel punto gli Stati Uniti di una Banca Centrale (Federal Reserve Act de 1913), uno strumento che i suoi predecessori, preoccupati di preservare la democrazia americana dall’eccessiva influenza delle lobbies finanziarie, non avevano mai smesso di rifiutare. La mondializzazione anglo americana si mette allora in marcia. Le ferrovie offrono da parte loro, la nuova via della mondializzazione.

Fra il 1850 ed il 1914 la lunghezza delle strade ferrate in Europa viene moltiplicata per 30 e dati economici mostrano che nel 1880 in Francia i treni avevano trasportato 18 milioni di viaggiatori e 4,5 milioni di tonnellate di materiali, mentre nel 1913 i nuovi dati sono di 547 milioni di persone e 173 milioni di tonnellate. Sempre un anno avanti lo scoppio della Grande Guerra, 6 miliardi di persone, cioè la popolazione attuale del pianeta, prendono il treno ogni anno in Germania, in Inghilterra ed in Francia. Il mondo del periodo antecedente al 1914 è un mondo caratterizzato da scambi e da comunicazioni, qualitativamente poco diverso in questi settori dal nostro.

Ma se la nostra mondializzazione (nata dalle rovine della 2^ Guerra Mondiale) è stata portata dagli Stati Uniti, quella di prima del 1914 era essenzialmente britannica ed europea. L’Inghilterra, motore della rivoluzione industriale, è il cuore del sistema finanziario del mondo (la City), il nodo del commercio internazionale (nel 1870 i due terzi del tonnellaggio marittimo battono bandiera britannica), il primo produttore di carbone e di ferro.

Nelle sue società segrete, quali la Tavola Rotonda, gli adepti inglesi ed americani dell’utopista John Ruskin (così come Alfred Milner, futuro governatore inglese in Africa del Sud, o i Lords Balfour et Rothschild, altri grandi nomi della alta finanza cosmopolita) sognano un governo mondiale anglofono. Settanta ani prima dell’evento, “l’Idea Anglofona” (Cecil Rhodes), questa “gloriosa missione che dio aveva assegnato alla razza inglese: nutrire il mondo e sottometterlo” (Charles Kingsley), prepara la conversione dell’Impero Britannico in una Federazione del Commonwealth britannico e la trasmissione del “pesante fardello dell’uomo bianco” (Rudyard Kipling) agli Stati Uniti.

Tuttavia, all’inizio del 20° secolo, sulla strada della mondializzazione anglofona si erge un ostacolo di rilievo: la Germania.

Il Trattato di Francoforte del 1871 evidenzia il declino della Francia in Europa. La Prussia, completata l’unità tedesca, che Bismarck crede di poter cementare con l’annessione della Alsazia Lorena, perde invece l’occasione di operare una riconciliazione franco tedesca. La supremazia materiale della Germania della fine del 19° secolo é ormai comparabile a quella della Francia del secolo precedente.

La sua popolazione, la sua produttività è senza rivali. La rivoluzione delle ferrovie rende plausibile le prospettive abbozzate dal geopolitica inglese Mackinder, di una Eurasia unificata intorno ad un heart land slavo germanico, che metterebbe fine alla dominazione incontrastata dai talassocratici anglosassoni.

Dalla Germania tutto minaccia la supremazia anglosassone: il pangermanesimo teorizzato da Friedrich Ratzel, per analogia al pan americanesimo degli Stati Uniti ed al panslavismo russo; la fede nel “mito dei signori tedeschi”, equivalente al “Destino manifesto” degli americani; una geopolitica che, per proteggere l’alleato austro ungarico, spinge la Russia verso l’Impero delle Indie (Gran Gioco), incoraggia la Francia a rinforzarsi oltremare (Africa), per compensare la perdita dell’Alsazia Lorena, spinge il proprio Drang nach Osten fino in Irak (Bagdad­bahn); un commercio che supera gli Inglesi nei Paesi Bassi, nel Belgio, in Italia, in Russia, che minaccia di superarli in Francia, in Spagna, in Turchia ed in America latina; un programma navale (“l’avvenire della Germania è sul mare”, proclama il kaiser Guglielmo 2° di Hohenzollern) che mette in pericolo la dottrina permanente della Home Fleet (sempre rimanere equivalente alla somma delle due altre flotte europee che la seguono) (4).

Ma la Germania ha già perso diversi appuntamenti con la storia. La Prussia ha perso l’occasione di acquistare la California, che il Messico gli aveva proposto in vendita nel 1842; ha perso l’occasione di acquisire il Texas che avrebbe potuto colonizzare; ha perso l’occasione di una possibile riconciliazione con la Francia (l’Alsazia Lorena è il passo di troppo dell’unità tedesca a danno di quella europea), ha perso infine l’occasione di realizzare un asse Parigi - Berlino - Mosca, che Londra temeva al punto di arrivare a siglare l’Entente Cordiale con la Francia, nel 1904, per garantirsi dalla Germania ed allo stesso tempo allontanare Parigi da Mosca.

Il mondo del 1914 è anche l’anno della raccolta dei nazionalismi seminati un secolo prima, attraverso gli stivali dei soldati di Napoleone. Quello che Madame de Staél sottolineava nel 1804 e cioè la mancanza di spirito nazionale in Germania, già nel 1815 non era più vero. Dappertutto l’amore ragionato delle vecchie patrie, così caro agli uomini della Restaurazione francese ed al Cancelliere austriaco Metternich, cede il passo al culto esaltato dello stato - nazione, la cui centralizzazione viene favorita dalle ferrovie, che legano le capitali alle periferie nazionali

L’affare del Dispaccio di Ems che, esagerata dalla stampa, scatena le masse francesi e tedesche e conduce alla guerra del 1870, mette in evidenza la crescita del peso dell’opinione pubblica. Gli eserciti di coscrizione ed il servizio militare obbligatorio (a partire dal 1870 dal Belgio ai Balcani), fanno emergere odi inestinguibili fra le nazioni, senza alcun paragone con le vecchie dispute di interesse e di onore dell’antico mondo aristocratico.

I Balcani giocano un ruolo determinante nell’ebollizione nazionalista del 19° secolo. In effetti, il progetto propugnato dalla Serbia, a partire dal 1903, per un raggruppamento nazionale di tutti gli Slavi del sud (Jugoslavia) e la pressione panslavista della Russia saranno gli elementi che porteranno Vienna a scatenare il meccanismo della accensione della miccia in Europa, poiché nel 1914 la posta in gioco sottintesa per Vienna sembrava proprio la sopravvivenza del vecchio stato austro ungarico.

Peraltro, il cedimento annunciato dei due imperi, centroeuropeo (Austria Ungheria) ed euro asiatico (Impero Ottomano), non poteva che suscitare gli appetiti delle Grandi Potenze europee. Le alleanze in vigore nel 1914 sono la risultante delle ambizioni geopolitiche degli uni e degli altri.

La Germania, alleandosi con l’Austria Ungheria, fa una scelta di mantenimento del vecchio impero da troppo tempo ostacolo alle ambizioni russe. Berlino riesce a raffreddare le rivendicazioni austriache dell’Italia, convincendola ad entrare nella “Triplice Alleanza” nel 1882 (in questo favorita dagli errori della Francia in Tunisia a danno dell’Italia). Di fronte a questa alleanza troviamo la “Triplice Intesa”, che coniuga l’alleanza franco - russa con “l’Entente Cordiale” anglo - francese.

In entrambi i campi, tuttavia, la valutazione dei rapporti di forze viene talmente falsata, che ciascuno dei due blocchi pensa di essere più forte dell’altro. Buona parte di questa situazione va attribuita anche alla posizione italiana, non sempre lineare, anche perché, membro nella Triplice Alleanza per questioni di necessità e per non rimanere isolata, l'Italia non dimentica certamente i suoi irredentismi in Austria. Di fatto nel 1902 l’Italia si riavvicina segretamente con la Francia (neutralità di Roma in caso di attacco di Berlino contro Parigi) e nel 1909 con la Russia (accordo segreto, nel quale Roma, per certi aspetti, favorisce gli interessi di Mosca negli Stretti, a danno di Vienna).

La Repubblica Francese crede non solo alla sua invincibilità davanti al “nemico ereditario”, grazie all’inesauribile riserve di uomini della Russia, ma stima altresì, per gli accordi stipulati, che i meccanismi della Triplice siano inceppati.

Quanto a Berlino, si sente all’apice della sua potenza, specie dopo l’umiliazione subita dalla Russia nel 1905 a Tsushima da parte del Giappone. La Germania conosce perfettamente la fragilità del regime zarista, scosso dalle crescenti rivendicazioni rivoluzionarie ed ha piena coscienza della sua superiorità numerica sulla Francia e delle sua gioventù: nel 1914 la popolazione tedesca supera del 55% la popolazione francese, quando nel 1871 i due popoli erano quasi equivalenti; in Francia gli ultra sessantenni sono il 126 per mille della popolazione contro i 78 della Germania. In definitiva, tutti, da entrambi le parti, sono convinti di avere i mezzi per poterla spuntare sull’avversario.

Ma limitiamoci tuttavia a ridurre la complessità storica del periodo ai soli determinismi della geopolitica. Dopo tutto, i meccanismi diplomatici avevano precedentemente saputo dominare delle gravi crisi prima della esiziale disputa austro serba del 1914: Tangeri nel 1905 fra la Francia e la Germania; la Bosnia Erzegovina nel 1908 fra la Russia e l’Austria Ungheria; Agadir nel 1911 (nuovamente fra Parigi e Berlino); le guerre balcaniche del 1912 - 1913.

Affermare come lo farà Lenin che la corsa alle colonie è stata la causa della deflagrazione del 1914, non sembra un fatto completamente vero e certo. Indubbiamente, la questione coloniale é stato uno degli aspetti qualificanti della competizione fra le Grandi Potenze (Inghilterra, Francia, Germania e Russia), ma allo stesso tempo, il colonialismo aveva contribuito, come le Crociate nel Medioevo, a spostare le rivalità intereuropee al di fuori del continente, tutte le volte superate per mezzo di accordi diplomatici. Dopo l’incidente di Fachoda, nel 1898, fra Francia ed Inghilterra, le Grandi Potenze avevano regolato bilateralmente in qualche modo le loro differenze: Parigi e Londra nel 1904, Londra e Mosca nel 1907 (accordo a proposito dell’Asia); Parigi e  Berlino nel 1911 (Accordo Marocco Congo); Londra e Berlino nel 1914 (accordo su una eventuale spartizione delle colonie portoghesi).

In effetti, il problema vero non era il colonialismo, perché l’Europa covava al suo interno delle malattie ben peggiori delle rivalità classiche della geopolitica. I suoi principali regimi politici erano o in “fin di carriera”, oppure strutturalmente instabili e quindi aggressivi. In Francia, ad esempio, un bellicismo repubblicano, erede della Rivoluzione, non aveva mai smesso di cercare di compensare con delle avventure all’estero il suo deficit interno di unità e di legittimità (a differenza della Restaurazione che in effetti offrirà il volto più pacifico del 19° secolo). In Germania, il processo geopolitico dell’unità tedesca sembra a volte talmente in crisi ed a corto di obiettivi, al punto da arrivare a confondersi con il progetto di una Europa germanica. In Russia, lo zarismo, discreditato dagli insuccessi militari di fronte al Giappone (avventura concepita per salvare il regime e sviare verso l’esterni i gravi problemi interni), si trova sotto il fuoco comune (e talvolta combinato) dei menscevichi e dell’alta finanza cosmopolita di Londra e New York, che non sopporta né la propensione russa ad estinguere il malcontento del popolo attraverso dei pogrom antisemiti, né il rifiuto dello Zar di accettare una Banca centrale russa, integrata nel sistema finanziario mondiale. Nell’Austria Ungheria, il sistema imperiale si sentiva pericolosamente minacciato dalla crescita dei movimenti nazionalisti moderni ed era sempre più spesso tentato di giocare il tutto per tutto per salvare la propria unità. Da ultimo, l’Italia, una nazione giovane, con una unità non ancora ben consolidata, con gravi disuguaglianze sociali, scossa dai problemi sociali conseguenti all’incipiente industrializzazione, delusa nelle sue aspettative, perché entrata in ritardo nella corsa al colonialismo e con un progetto di unità nazionale non ancora concluso e, per di più, impedito da una nazione teoricamente alleata. A tutto questo quadro globale si vanno poi aggiunte le forze nichiliste, anarchiche e comuniste, che volevano farla finita con questo mondo che odiavano.     

Nel solo anno 1882, l’Europa aveva registrato più di mille attentati con bombe e gli Stati Uniti ben 500. L’imperatrice Sissi d’Austria, nel 1898, il presidente francese Sadi Carnot, nel 1894, il re d’Italia, Umberto 1° di Savoia, nel 1900, il Presidente americano, McKinley nel 1901 …, tutti assassinati. Questo mondo prima del 1914 era in effetti marcato da una violenza e da un terrorismo, per molti aspetti simile alla nostra epoca.

Per completare il quadro esisteva anche una nuova forza transnazionale, il sionismo, che, dopo aver tentato di ottenere un patrocinio tedesco e persino turco, si era definitivamente, proprio alla vigilia della deflagrazione europea, alleato agli Stati Uniti, base ideale a partire dalla quale sperava di operare, fra tante altre forze, alla riconfigurazione dell’Europa, nel senso di abbandonare il vecchio progetto del vecchio Yddishland, a cavallo fra le terre tedesche ed austro ungheresi e russe ed alla sua sostituzione con un patria nazionale in Palestina.

Da ultimo, combinato con l’eredità romantica del 19° secolo, il progresso della scienza, sia in fisica che in biologia, aveva largamente convinto le classi dirigenti ante 1914 che la storia era, in effetti, il frutto e l’effetto di forze materiali ed identitarie che, di gran lunga, surclassavano l’uomo e lo trascinavano in un vortice a spirale, che non era minimamente in grado di dominare.  Per certi aspetti, sebbene positivamente ed a buon ragione realista, il pensiero determinista portava con sé anche un fatalismo distruttore.

Ma poiché, come spesso risulta, la portata del progresso scientifico è solo parzialmente valutata in tutta la sua ampiezza, molto pochi erano anche quelli che avevano correttamente valutato le conseguenze prevedibili del ritardo delle concezioni strategiche e tattiche sulla potenza di fuoco (la mitragliatrice moderna, capace di cadenze di tiro incredibilmente mortifere è già a punto nel 1889), di modo che, nel momento in cui comincia la guerra, molti erano ancora convinti che sarebbe stata simile a quelle che le nazioni europee avevano già affrontato tante volte nel passato e dalle quali si erano sempre risollevate.

Eppure, c’erano già stati degli esempi premonitori. In effetti, la Guerra di Secessione americana aveva mostrato appieno il suo carattere di guerra totale (630 000 morti fra il 1860 ed il 1865, ovvero il complesso delle perdite militari accumulate dagli Stati Uniti dalla loro nascita fino a tutte le guerre del 20° secolo (5)) e la Guerra 1914-1918 aggiungerà ulteriori terrificanti progressi alla potenza di fuoco globale. In definitiva, un evento non previsto e non correttamente valutato, le cui rovine hanno generato, allo stesso tempo, la globalizzazione americana ed il nichilismo socialista (comunismo e nazismo) e dal quale l’Europa non sarà più in grado di riprendersi, determinando la fine del suo periodo storico.    

 

NOTE

1. Specialmente i lavori degli anglosassoni : O' Rou et Williamson ; Baldwin et Martin en 1999.

2. Per il volume dello stock d'oro mondiale, se si dà all'anno 1500 l'indice 1; l'anno 1800 è a 45; il 1860 a 1000 ed il 1914 à 2800.

3. Wiener Freie Presse, 24 dicembre 1912.

4. L'entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco della Gran Bretagna, nel 1917, sarà determinata principalmente sulla questione navale tedesca. La guerra sottomarina ad oltranza dichiarata da Berlino il 1° febbraio 1917 rimette in discussione la libertà di navigazione sui mari ed il commercio marittimo americano.

5. Incredibilmente é la prima guerra della storia moderna dove le perdite dovute all’arma bianca (sciabola e baionetta) sono risultate superiori a quelle provocate dalle armi da fuoco.


 

 

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