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LA PESTE NERA NEGLI ANNI ’30 DEL XIV SECOLO

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Saggio di:

Massimo Iacopi


Dall’Asia settentrionale e centrale nel 1346 si diffonde in Europa dimezzando la popolazione

 

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IL DURO LAVORO DEI MONATTI


Dalla peste nera al Covid19 la Storia si ripete inesorabilmente

LA PESTE NERA NEGLI ANNI ’30 DEL XIV SECOLO

Dall’Asia settentrionale e centrale nel 1346 si diffonde in Europa dimezzando la popolazione

(Assisi PG, 26/04/2010)

Fra il 1347 ed il 1352 dall’Atlantico alla Russia la peste (1) devasta l’Occidente. Mai in precedenza si era manifestato un simile cataclisma per un tempo così lungo e soprattutto su una dimensione geografica così estesa. La violenza e la subitaneità del male, la sua inesorabile progressione attraverso l’Europa, l’inefficacia delle cure e l’elevatissimo numero delle vittime ha traumatizzato a lungo i contemporanei. Nello spazio di cinque anni l’epidemia determina una terribile depressione demografica e talvolta modifica anche i comportamenti sociali. Tutti i cronisti sono d’accordo su un punto: il ritorno di questa “pestilenza” e “mortalità” (l’espressione Peste Nera apparirà più tardi) rappresenta uno dei maggiori avvenimenti catastrofici dell’Occidente medievale. E tuttavia la peste non rappresenta una novità nel novero dei flagelli che hanno afflitto l’uomo. Essa è persino una delle malattie più antiche identificabili che conosce l’umanità. Con ogni probabilità il batterio responsabile (Yersinia pestis dal nome del ricercatore Alessandro Yersin (1863-1943, autore della sua scoperta ad Hong Kong nel 1894) è apparso in Asia centrale circa 20 mila anni fa. Non si conosce molto delle epidemie (2) antiche, in quanto le fonti risultano troppo vaghe affinché si possa identificare con certezza la malattia. Per contro è accertato senza ombra di dubbio che si sia trattato proprio della peste, quella che si manifesta in Occidente ed in tutto il bacino del Mediterraneo fra il VI e l’VIII secolo dopo C. (si tratta della pandemia conosciuta sotto il nome di “peste giustinianea”, in quanto è apparsa sotto il regno dell’imperatore bizantino Flavio Giustiniano I (482-565) (3). Successivamente la malattia scompare per riapparire, con fragore, nella storia occidentale nel 1347. Abbondantemente studiate da decenni, le grandi pesti medievali hanno suscitato negli ultimi anni un grande interesse che molto deve alle recenti ed attuali preoccupazioni sulla salute pubblica. Al crocevia di diverse discipline quali la storia, la medicina, le demografia o la sociologia, lo studio di questa malattia beneficia di nuove fonti di informazione. L’archeologia funeraria, l’archeozoologia o la paleobiologia contribuiscono a fornire informazioni inedite e interessanti che permettono di comprendere meglio le epidemie di peste nella storia ed in particolare la “peste nera” del XIV secolo.

Dalla Cina all’Europa

Come per la “peste giustinianea”, l’origine dell’epidemia di Peste nera è incerta. Secondo i cronisti dell’epoca, sarebbe proveniente dall’India o dalla Cina. In realtà, le ricerche condotte nel XX secolo hanno messo in evidenza la propagazione della peste in Cina a partire del 1331 al 1393, passando da una popolazione di 125 milioni a circa 90 milioni. Dalla Cina la peste prosegue la sua marcia devastatrice. Nel 1338 l’epidemia è registrata sugli altipiani dell’Asia centrale. Poi la malattia prosegue la sua marcia lungo le vie del grande commercio verso il Mediterraneo e l’Europa. Diffondendosi al ritmo degli spostamenti umani, colpisce progressivamente le città come Samarcanda o Sarai e raggiunge le rive del Mar Nero verso il 1346. Ed è proprio a Caffa (l’attuale Feodossia), piccola filiale genovese fondata intorno al 1266, che si gioca il dramma per l’Occidente. Nel 1345-46 i Mongoli, a seguito di un contenzioso commerciale con i Genovesi, assediano la città. Nel momento in cui l’armata mongola, indebolita dalla peste, viene tenuta in scacco dai difensori, essi decidono di gettare all’interno della città dei cadaveri infetti (attacco biologico “ante litteram”). Se anche qualche storico si interroga sulla veridicità del fatto (riportato inizialmente da un cronista italiano G. de Mursis, che lavorava a Caffa come mercante), per contro è certo che nella città di Caffa scoppia allora una terribile epidemia di peste; ma è possibile che questo sia stato l’effetto della contaminazione di roditori all’interno della città fortificata. Comunque sia, alcune navi partono da Caffa per l’Occidente, trasportando anche questo terribile flagello in Europa. Gli effetti della peste saranno tanto più devastatori perché trovano l’Europa già indebolita. La degradazione del clima nel corso del secondo decennio del 1300, con degli eccessi di pluviosità intorno al 1315, ha avuto delle ripercussioni drammatiche sulla produzione cerealicola, provocando delle gravi difficoltà frumentarie e terribili carestie. Come se un solo malanno non bastasse, numerosi paesi vengono a trovarsi in un contesto economico, politico e sociale degradato. I regni di Francia e di Inghilterra sono in guerra dal 1337 (inizi della guerra dei cent’anni), la corona d’Aragona o la stessa penisola italiana sono scosse da ripetute agitazioni politiche e militari, che provocano miseria, fame e brigantaggio. E’ proprio in questo contesto che le galee (dal greco galeos: pesce spada), partite da Caffa con il terribile flagello, fanno un primo scalo a Pera, un’altra filiale commerciale genovese di Costantinopoli. La peste vi culmina nel corso dei mesi di novembre e dicembre 1347. Da Costantinopoli l’epidemia si propaga sulle coste del Mar Nero, nell’isole del Mar Egeo, in Grecia, a Creta ed a Cipro ed ancora ad Alessandria, da dove, seguendo la Valle del Nilo, si diffonde in tutto l’Egitto. Parallelamente l’epidemia raggiunge la Palestina, il Libano e la Siria (Biraben Jean Noel, La peste nera in terra d’Islam). Ogni porto, ogni luogo raggiunto dalla peste diventa un nuovo focolaio di infezione, da dove si propaga la malattia. Verso la fine del 1347 le galere genovesi proseguono il loro macabro periplo. Dopo aver accostato in Sicilia e dopo essere state cacciate da Genova, il 1° novembre 1347, raggiungono Marsiglia, che accoglie il sinistro convoglio. L’epidemia devasta la città con una violenza inaudita con migliaia di morti in qualche settimana e veicolata lungo le coste ed i corsi d’acqua, raggiunge la Spagna ed i porti della Linguadoca. La Corsica, la Provenza e la Liguria vengono raggiunte verso la fine dell’anno. Fra il febbraio ed il maggio, Narbona, Montpellier, Firenze e Roma sono devastate dal male, che raggiunge Avignone nel mese di marzo del 1348. Poi da questa importante città crocevia, sede del Papato dal 1309, si diffonde in tutta l’Europa. Conformemente alle prescrizioni mediche del tempo, le popolazioni pensano di trovare la loro salvezza nella fuga ed in tal modo non fanno che diffondere ulteriormente l’epidemia. La rapidità di diffusione del flagello è tale che nell’agosto 1348 la peste raggiunge Parigi e quindi tutto il nord della Francia e nello stesso tempo supera le Alpi e, contagiando la Svizzera, prosegue verso l’est. Neanche l’Europa del Nord viene risparmiata: la malattia attraversa la Manica e raggiunge il sud ovest (Dorset) dell’Inghilterra. Nel 1349 l’epidemia colpisce l’Irlanda, la Scozia, la Germania e l’Olanda, Nel 1350 viene raggiunta a sua volta la Scandinavia e quindi tutto lo spazio anseatico. Nel 1352 la peste arriva a Mosca, dove colpisce il Granduca della Moscovia ed il Patriarca ortodosso russo e da qui si porta a sud fino a Kiev. Paradossalmente mentre l’Occidente è arroventato dalla epidemia, alcune regioni riescono a sfuggire temporaneamente alla peste. Se l’isolamento di alcune valli montane dei Pirenei e delle Alpi riesce a proteggere da questo fenomeno, non altrettanto si può affermare per regioni come l’Ungheria ed il Brabante ed il Limburgo (nell’attuale Belgio), aree situate al centro di importanti vie commerciali, oppure per la regione di S. Giacomo di Compostela, il celebre santuario che attira pellegrini da tutta l’Europa. Per spiegare questi fenomeni, alcuni storici hanno indicato come un fattore di immunità la preponderanza nella popolazione, di determinati gruppi sanguigni, ma più probabilmente si può immaginare che in questi primi anni l’epidemia si sia affievolita ed arrestata ai confini di tali regioni. In tutti i casi per tali regioni si tratta di una breve tregua, perché saranno colpite dalla seconda ondata dell’epidemia nel corso degli anni 1360-63 ed ulteriormente nel corso delle numerose repliche della malattia. Occorrono meno di cinque anni (1347-1352) alla peste, dopo aver devastato l’Italia, la Francia, la Spagna, il Portogallo, l’Inghilterra, la Danimarca, la Norvegia, l’Europa centrale ed orientale, le città tedesche, la Polonia, la Lituania, l’Ungheria, la Boemia, la Svizzera, ecc. per lasciare il mondo occidentale demograficamente diminuito e sconcertato. Progredendo in generale secondo un ritmo stagionale (più attivo in primavera ed in estate) e regredendo nel corso dell’inverno, la peste si installa per diversi secoli nel cuore dell’Occidente e diventa una triste compagna delle popolazioni.

Il topo, la pulce e l’uomo

La peste colpisce selettivamente ed in primo luogo i roditori selvaggi e raggiunge l’uomo accidentalmente per l’intermediazione di roditori che vivono presso l’uomo, come il topo (4), attraverso le loro pulci (5). Una epidemia di peste fa pertanto intervenire allo stesso tempo un batterio, dei roditori, delle pulci e gli uomini. Nel XIV secolo, il topo d’Europa è il ratto nero (Rattus rattus). Pullula nelle città medievali, estremamente insalubri e più in generale ovunque esiste una presenza umana. Sensibile alla Yersinia pestis, i ratti muoiono in gran numero in occasione di una epidemia pestifera. Il loro sangue che contiene il bacillo (6) contamina le pulci, loro parassiti. Da quel momento l’uomo può essere infettato, poiché la pulce del ratto non disdegna di alloggiare sulla pelle della specie umana. Esiste una antica discussione riguardo la responsabilità di una pulce o di un’altra nello sviluppo di un epidemia di peste bubbonica. Fino agli anni 1930 la pulce Nosopsylla Fasciatus, la pulce del ratto nero, ben adattata ai climi temperati, è stata considerata come uno dei principali vettori della peste nera. Questa teoria è stata rimessa in discussione dall’ipotesi che possa essere stata invece la pulce dell’uomo (pulex irritans), relegando il ratto e le sue pulci ad un ruolo limitato nella catena epidemica. Riconosciuta e ammessa da un gran numero di scienziati tale teoria resta tuttavia abbondantemente discussa. Nell’uomo la peste si manifesta principalmente sotto tre forme cliniche, bubbonica, polmonare e setticemica. La peste bubbonica, forma classica della malattia nell’uomo, è provocata essenzialmente dalla puntura di una pulce infettata o attraverso il contatto diretto fra una lesione cutanea aperta ed un oggetto infettato dal bacillo. E’ la forma meno grave (un malato su quattro si salva) ma certamente la più frequente nel XIV e XVII secolo. La durata di incubazione è di sei giorni. Sovente nel punto di inoculazione appare una placca nerastra chiamata Carbone Pestifero, poi nel giro di due o tre giorni compaiono uno o più gangli che diventano rapidamente duri, grandi e dolorosi. Ed è proprio questo “bubbone” (7) che ricercano sistematicamente i medici del XIV secolo. Una puntura al piede provoca un bubbone nella zona anale, una puntura nella mano genera un bubbone sotto l’ascella dello stesso lato. Il bubbone non è sistematicamente evidenziabile, perché può essere localizzato nelle regioni più profonde del corpo e può essere della misura di una noce fino, di norma, a quella di un uovo di gallina, anche se il Boccaccio parla di una mela nel suo Decamerone. I bacilli si moltiplicano nei gangli, poi possono spargersi nel sangue e raggiungere la milza, il fegato ed i polmoni. Questi organi diventano la sede di una moltiplicazione batterica molto intensa, che diventano l’origine di lesioni emorragiche. Nei casi più favorevoli, le manifestazioni possono attenuarsi nel giro di sei, dieci giorni. Nel caso contrario il malato muore nello spazio di qualche ora o di qualche giorno. La seconda forma, quella polmonare, è sistematicamente mortale. Può svilupparsi in due diversi modi: una complicazione polmonare collegata ad una peste bubbonica o ad una contaminazione diretta fra un individuo sano ed un malato che ha sviluppato un attacco polmonare. Una epidemia di peste polmonare si manifesta in generale in inverno e questa forma, essendo trasmissibile attraverso l’aria, può diffondersi molto rapidamente. In più l’incubazione è molto rapida: da poche ore a tre giorni al massimo. Il malato, abbattuto, é altamente contagioso sin dalle prime ore dalla contaminazione. Il coinvolgimento di un organo vitale quale il polmone provoca delle crisi gravissime. Possibile conseguenza di una evoluzione delle due forme sopra riportate, la terza forma epidemica: la peste setticemica, si accompagna con la presenza improvvisa di batteri nel sangue. Attacco generalizzato è in genere mortale e può essere folgorante, provocando la morte nel giro di qualche ora. Esistono altre forme cliniche della malattia, quali la peste faringea o ancora meningea. Tuttavia queste manifestazioni secondarie non sono mai identificate dalle popolazioni. Nei riguardi del cataclisma rappresentato dell’epidemia del 14° secolo, dalla sua rapidità di propagazione e delle sue ripercussioni, qualche ricercatore ha voluto vederci ben altro che la malattia conseguenza della Yersinia pestis. Secondo essi la vera natura delle grandi epidemie medievali rimane ancora da definire e molti di loro arrivano ad ipotizzare al posto della peste, il carbone (antrace) (8) o ancora una malattia del tipo febbre emorragica virale, come il virus Ebola (virus dell’Africa occidentale), la febbre emorragica di Marburg (virus di origine africana), il virus Sars (Severe acute respiratory syndrome, di origine cinese), il COVID19 (corona virus desease, di origine cinese), ecc.. A giustificazione delle loro ipotesi essi portano il fatto dell’assenza di testimonianze relative ad una epizootite relativa ai ratti, che avrebbe dovuto precedere l’epidemia umana; sul sanguinamento dei malati rilevato da testimoni oculari; sulla presenza non sistematica di bubboni ed ancora sulla diffusione estremamente rapida della malattia. Molte di queste giustificazioni sono state contestate nel corso di accesi dibattiti. Riguardo alla evidenza di una epizootite (9) preliminare nei ratti, molti argomentano che i ratti neri, a differenza di quelli grigi, che vanno a morire lontano dagli uomini, vivono generalmente nascosti e quindi è probabilmente per questo motivo che non è stato possibile rilevare la loro morte precedentemente all’epidemia. Per rispondere agli altri argomenti quali le emorragie o l’assenza di bubboni, va ricordato semplicemente che le forme bubboniche e polmonari possono provocare del sanguinamento e quindi spiegare la vista di emorragie da parte dei contemporanei. Inoltre numerose cronache a partire dal XIV secolo evocano la presenza di bubboni sui malati. Da ultimo la peste nel corso del primo inverno almeno si è propagata in Occidente sotto la sua forma polmonare. In tale caso specifico il solo vettore della trasmissione è l’uomo e la velocità con la quale la peste uccide spiega anche la rarità di casi bubbonici. Un'altra testimonianza sembra evidenziare la coesistenza delle due forme di morbo: quella di Guy de Chauliac (1300-1368), cappellano e medico del papa Clemente VI, Roger (1291-1352), che porta delle informazioni essenziali sulla comparsa della peste, che egli studia non solo come uomo di scienza, ma anche perché vittima della malattia alla quale riuscirà a sopravvivere. Nella sua opera più importante, La Grande Chirurgia, redatta nel 1363, egli descrive in questo modo il male che affligge la città papale: “In Avignone essa fu di due tipi: la prima è durata due mesi con febbri continue e vomito di sangue e si moriva nel giro di tre giorni. La seconda si è manifestata tutto il resto del tempo, anch’essa con febbri continue ed “bubboni” (apostemi) e carbonchi, principalmente all’inguine ed alle ascelle, morendo nel giro di cinque giorni …. Il morbo ha contagiato tutto il mondo, dove pochi si sono salvati, poiché è cominciato nell’Oriente e gettando le sue frecce in tutto il mondo, è passato sopra la nostra regione in Occidente ed è stato talmente importante che ha lasciato in vita appena la quarta parte della nostra gente.” Bubbonica o polmonare, la Peste nera é pur sempre una peste e ricerche archeologiche condotte su resti umani provenienti da sepolture di un cimitero di Montpellier e di una fossa comune in Svezia, hanno identificato negli scheletri il bacillo Yersinia pestis. Riguardo la violenza e la rapidità delle diffusione dell’epidemia, il fenomeno può essere spiegato con il fatto che il bacillo della peste nera aveva una diversa virulenza rispetto alla Yersinia di oggi. In effetti, gli uomini del XIV secolo non erano immunizzati alle aggressioni di tale batterio, venendosi così a trovare nella condizione degli Amerindi in nei confronti del vaiolo, portato dalla invasione dei Conquistadores.

Un salasso demografico

La mancanza di immunizzazione può spiegare in parte lo straordinario costo demografico dell’epidemia. A dar credito alle fonti, le città vengono particolarmente colpite, poiché la peste approfitta dell’ammassamento della popolazione e dell’estrema insalubrità dei luoghi. Ma ricordiamoci anche che l’epidemia si diffonde in tutte le regioni e che, ovunque nel mondo dell’epoca, il 90% della popolazione è rurale. Colpendo indistintamente uomini, donne e bambini, la malattia arriva a volte a spopolare intere regioni. In Italia, Firenze passa probabilmente da 110-120 mila abitanti nel 1338 ai 50 mila nel 1351. Amburgo e Brema, città della Lega Anseatica perdono fra il 60 ed il 70% della popolazione ed in Provenza alcuni dati provenienti da catasti dimostrano una diminuzione del 60% dei focolari fiscali (fuochi). Certe regioni vedono scomparire fino ai due terzi della loro popolazione. In particolare, in un registro parrocchiale conservato in Borgogna, il parroco che annotava una media di 28-29 inumazioni all’anno, nel corso del 1348 ne registra 649, delle quali la metà nel mese di settembre ed anche a Parigi, fra il 25 aprile ed il 20 giugno 1349, si registrano oltre 3 mila morti (http/www.bium.univ-paris5.fr). L’Inghilterra, in particolare, sembra aver perduto il 70% della sua popolazione, passando dai 7 milioni ai 2 milioni di abitanti nel 1400. In effetti, si tratta nella maggioranza dei casi di stime e nessuno conosce esattamente il numero esatto delle vittime. Tuttavia, le stime attuali stabiliscono il tasso di mortalità fra la metà ed i due terzi della popolazione della Cristianità. Tutti gli strati della popolazione sono toccati dal morbo. Se Alfonso XI di Castiglia, il Giustiziere (1811-1350) è il solo monarca a morire di peste durante l’assedio di Gibilterra, il re Pietro IV d’Aragona, il Cerimonioso (1319-1387) perde la sua seconda moglie, Maria del Portogallo (1328-1348), sua figlia ed una nipote nello spazio di sei mesi e l’imperatore di Bisanzio, Andronico III Paleologo (1297-1341), vede morire suo figlio. Pur tuttavia, sono i poveri, ammassati in abitazioni di ridotte dimensioni ed in ambienti estremamente insalubri, quelli che pagano il maggior tributo all’epidemia. A questo quadro devono essere aggiunte le morti dovute ai numerosi ritorni della malattia, come l’epidemia del 1360-62, o ancora quelle del 1366-69, 1374-75, 1400, 1407 ecc.. In Occidente, il flagello scompare progressivamente e altre fiammate, a volte importanti, vengono ancora segnalate nel XVIII e persino del XIX secolo.

L’uomo di fronte al flagello

Come hanno reagito i contemporanei all’insorgenza del morbo, come hanno spiegato il fenomeno e come vi hanno fatto fronte?... Ad esempio, il re di Francia, Filippo VI (1293-1350), all’annuncio dell’epidemia, interroga l’Università di Parigi, che gli fornisce lo stato delle conoscenze sull’argomento. Si pensa, infatti, che l’epidemia sia dovuta alla corruzione dell’aria, provocata a sua volta da una cattiva congiunzione dei pianeti. Questa teoria “aerea” risulta alla base di tutti consigli di medicina preventiva: fuggire verso regioni più sane, rinchiudersi in casa al riparo da venti cattivi, respirare profumi, fare delle fumigazioni, come anche dei grandi fuochi purificatori. Allo stesso tempo il buon senso popolare riesce ben presto a rendersi conto di un’altra evidenza, quella del contagio. “La detta morte e malattia veniva per contatto e contagio”. Giovanni Boccaccio (1313-1375), nel Decamerone, opera che si apre sulla peste di Firenze del 1348, cita alcuni esempi spettacolari di contagi diventati celebri. Egli racconta “Essendo stati gettati sulla via pubblica gli stracci di un povero uomo morto di peste, due porci li avevano trovati e, secondo la loro abitudine, li avevano inizialmente presi con il loro grugno, poi con i denti e vi avevano sfregato le guance. Meno di un’ora dopo, avendo alquanto titubato come se avessero ingerito del veleno, entrambi sono caduti morti sugli stracci che essi avevano sfortunatamente preso”. La popolazione percepisce immediatamente, senza comprenderne le ragioni biologiche, che il male si è trasmesso dopo un contatto con i malati, le loro case, i loro abiti o gli stessi cadaveri. Da parte loro, i medici tentano di trovare dei rimedi. Numerosi trattati di peste vengono scritti a partire dal 1348 da celebri specialisti o persino da profani. Ma i mezzi proposti per curare risultano inefficaci, spesso inaccessibili ai più poveri ed estremamente dolorosi e pericolosi, come l’incisione dei bubboni, tecnica a quel tempo correntemente praticata. Le autorità, nel totale sconcerto, reagiscono comunque ed instaurano con una maggiore o minore rapidità, a seconda dei luoghi, delle misure preventive e spesso coercitive, tendenti ad impedire l’arrivo della peste o nel momento in cui si manifesta. I primi provvedimenti profilattici di isolamento e di quarantena (10) vengono adottati dalle città italiane. Nel 1377, Ragusa (l’attuale Dubrovnik in Croazia), sotto la dominazione veneziana, mette in opera una quarantena e decreta: l’isolamento di un mese, successivamente portato a Venezia a 40 giorni, in conformità con la dottrina ippocratica, che considera il quarantesimo giorno come l’ultimo giorno possibile per la malattie acute come la peste. E’ ancora a Venezia che, nel 1423, alcuni viaggiatori provenienti da zone infettate vengono allontanati ed isolati in un ospedale (lazzaretto). Altra conseguenza diretta della Peste Nera, il fatto che si tenti di preservarsi dal contagio profumando, aerando e distruggendo gli oggetti e le abitazioni che hanno avuto a che fare con un appestato. Nel Ducato di Milano, alla fine del XV secolo, vengono praticate le prime disinfestazioni pubbliche delle mercanzie. Allo stesso modo, all’apparizione del flagello, l’utilizzo del fuoco diviene una pratica corrente. Si vede accendere nelle città e nelle campagne dei grandi fuochi d’erbe o di legno odoroso per purificare l’aria o per distruggere gli oggetti toccati dalla peste o suscettibili di esserlo. La quarantene, gli ospedali degli appestati (lazzaretti) e le misure di disinfezione saranno alla base della nostra successiva legislazione sanitaria. Nell’attesa, le misure di isolamento, se da un lato servono effettivamente a limitare il contagio fra uomini, dall’altro restano indubbiamente inefficaci, perché il ratto e le pulci sono presenti dappertutto ed il loro ruolo nelle epidemie resta completamente ignorato dai contemporanei. Molti, di fronte alla paura regnante, preferiscono la fuga e si rifugiano nei luoghi che reputano più clementi. Ma questo, guarda caso, si trasforma spesso in un caso di ulteriore propagazione del morbo. Come sempre di fronte ad una catastrofe, gli uomini fanno ricorso alle interpretazioni religiose. La peste sarebbe un castigo divino che punisce i peccati degli uomini. Il papa Clemente VI evoca nella bolla del settembre 1348 “la pestilenza con la quale Dio affligge il popolo cristiano”. Per l’imperatore bizantino Giovanni Cantacuzeno (1292-1383) risulta evidente che, una malattia accompagnata da sofferenze e da orribili odori e, soprattutto, da una disperazione ugualmente profonda prima della morte, non può essere “naturale” e non può che essere un “castigo del Cielo”. Il popolo si rivolge allora verso le figure protettrici come S. Sebastiano (11), la Vergine ed a partire dal XV secolo S. Rocco (12). Preghiere, suppliche, processioni ed ogni atto suscettibile di acquietare la collera divina si moltiplicano nelle città e nelle campagne. Vengono inoltre interdetti in alcuni luoghi il gioco, il bere e le bestemmie. Nei territori della corona d’Aragona gli ufficiali reali tentano di prevenire un ritorno della peste, proibendo oltre al gioco e le bestemmie, il lavoro domenicale, la pesca a fini economici ed il lusso. In questo contesto di restrizioni, le autorità dell’epoca cercano di introdurre il divieto di libera circolazione delle merci e dei tessuti, che si scontrava di norma con l’accanita opposizione dei mercanti, che disponevano di mezzi per rendere inefficace l’applicazione delle norme con il timore dei danni che ne avrebbe subito il commercio nel suo complesso. Come evidenziato anche oggi dal comportamento dei dirigenti a tutti i livelli, i consigli cittadini dell’epoca tendevano a minimizzare, se non a nascondere, i primi casi sospetti ed a ritardare la dichiarazione dell’inizio della pandemia. Questo sarà il caso tipico di Venezia, nel 1629; di Milano, nel 1630; di Londra, nel 1665 e di Marsiglia, nel 1720, quando l’atteggiamento reticente dei responsabili cittadini contribuirà ad organizzare in ritardo un efficiente cordone sanitario che non sarà poi in grado di evitare il diffondersi della peste. In effetti, l’atteggiamento psicologico della gente di fronte all’epidemia (motivato dalla paura) ed un certo rifiuto fra i funzionari pubblici ad ammetterne l’esistenza (che speravano di scongiurare il blocco del commercio, la crisi economica) sono stati, da sempre, le concause per la diffusione delle pandemie. In definitiva, nessuno a livello dirigenziale voleva assumersi la responsabilità di una prospettiva di un collasso del commercio e dell’ordine sociale e solo quando la notizia del contagio diventava di dominio pubblico, le autorità verranno costrette ad adottare provvedimenti adeguati ed a volte esagerati. Di fatto, poi, la prolungata quarantena imposta a tutte le attività ed in particolari ai fornai, provocherà anche una penuria di pane, che scatenerà rivolte e tumulti. A volte, il rimedio risulta peggiore del male: alcuni atti di pietà come i pellegrinaggi, contribuiscono a favorire la propagazione della peste. E’ per questa ragione che, rapidamente, vengono sconsigliate le riunioni professionali ed il Papa dispensa gli Inglesi e gli Irlandesi dal Giubileo del 1350, Anno Santo, durante il quale veniva raccomandato il pellegrinaggio a Roma. La peste favorisce la ricomparsa di manifestazioni religiose estreme, come quelle dei “flagellanti” (13). Questa setta, che utilizza la flagellazione in pubblico come penitenza, rinasce in Italia dove si era già manifestata nel XIII secolo. Il movimento si diffonde particolarmente nell’Europa centrale. Ma le loro manifestazioni ostentatrici, il carattere di associazione segreta che lega gli antichi penitenti e le loro partecipazioni alle persecuzioni degli Ebrei, convincono rapidamente il Papa, come anche le autorità laiche, a condannarli. In conseguenza, il re Filippo VI di Francia ordinerà: “che questa setta, dannata e condannata dalla Chiesa, cessi di esistere!”. Più grave, la violenza dell’epidemia spinge anche a ricercare dei colpevoli, dei capri espiatori. Lo storico americano David Niremberg (1964- ) ha voluto concludere, nel suo lavoro (Violenza e minoranze nel medioevo, 2001), che la Peste Nera con la sua rapidità nell’uccidere, l’impossibilità nel trovare rimedi efficaci ed il terrore che suscita, ha contribuito a scatenare “attacchi anche contro dei gruppi diversi dagli Ebrei, come chierici, stranieri, mendicanti, pellegrini ed i mussulmani”, ai quali vanno aggiunti anche i lebbrosi. I poveri e gli stessi appestati vengono considerati come responsabili del flagello. In conseguenza mendicanti e stranieri vengono a volte scacciati agli inizi dell’epidemia, ma a poco a poco il corpo sociale assimila in uno stesso male sia i poveri che la peste. Inizia, da quel momento, un evidente cambiamento di percezione del povero, che viene ad apparire come una minaccia per l’equilibrio economico e sociale della comunità. Nella meta del XIV secolo la morte è ovunque, fatto sottolineato da un cronista senese: “Nessuna (campana) suona e nessuno piange perché quasi tutti si aspettano di morire. …. Molte persone dicevano e ci credevano: E’ la fine del mondo”. In questa società profondamente cristiana, il numero dei decessi, il loro carattere spesso fulminante e la disorganizzazione sociale provocata dall’epidemia suscitano l’ossessione e l’angoscia di poter morire senza sacramenti. Questa evenienza rende ancora più terribili gli ultimi momenti dei malati. Per rispondere a queste angosce, Clemente VI giudica necessario concedere il perdono dei loro peccati alle numerose vittime della peste, che muoiono senza un prete. In Inghilterra, il vescovo di Bath e Wells dà l’autorizzazione ai laici di confessarsi fra di loro, come al tempo degli Apostoli: “la presente pestilenza, il cui contagio si diffonde in tutti i luoghi, ha lasciato molte parrocchie senza il loro prete. Considerando che non ce ne sono più … … numerosi malati muoiono senza gli ultimi sacramenti. Annunciate a tutti che quelli che si trovano sul punto di morire possono confessarsi l’un l’altro ed anche ad una donna”. Numerose opere d’arte sono marcate da una presenza ossessiva della morte, quali le celebre danze macabre, nelle quale sono ricordate l’uguaglianza degli uomini davanti alla morte, oltre alle angosce di questa società profondamente colpita e sconcertata. Il pensiero della morte entra dappertutto e diverse decorazioni degli edifici civili religiosi ed anche privati la ricordano ai passanti. Infine, l’epidemia, oltre alla penuria di pane sopra evocata, sconvolge l’economia e suscita numerose turbative, fra le quali la crescita dei prezzi dei prodotti agricoli. L’Occidente subisce una grave crisi provocata dalla peste e dalle sue conseguenze (grande mortalità fra i contribuenti, interruzione degli scambi commerciali, ecc.), ai quali vanno aggiunti quelli provocati dalla guerra e dalle carestie, dalle depredazioni dei briganti … I nobili, i commercianti vanno probabilmente incontro ad una riduzione significativa delle loro entrate, mentre le finanze municipali si assottigliano sensibilmente. Per contro, i sopravvissuti beneficiano dei vantaggi della carenza di mano d’opera e, come contraccolpo, assistono ad una crescita dei salari urbani, che, a sua volta, determina un esodo rurale verso le città. Le ricchezze vengono ridistribuite e, spesso, concentrate a seguito di multiple eredità. Infine, vale la pena di sottolineare un provvedimento sociale di un certo interesse adottato dal Parlamento della Provenza che, oltre a proibire ogni contatto con la città ed i suoi abitanti, formerà una “Task Force” (chiedo scusa per questo abusato inglesismo, oggi molto di moda fra i nostri governanti) di persone qualificate per gestire la pandemia, stabilendo, fra gli altri, che in ogni quartiere cittadino ci fosse la disponibilità di un medico, di un chirurgo, di un vice chirurgo e di un farmacista.

La peste nera ha, in ogni caso, rappresentato un incommensurabile colpo psicologico ed una lacerazione “inumana” della società. Installatasi in Occidente per lunghi secoli, a partire dal 1347, la pesta nera continuerà a colpire, più o meno regolarmente, città e campagne, prima di sparire progressivamente in Europa fra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo.

NOTE

(1) dal latino Pestisflagello”. Malattia epidemica infettiva. Nell’uomo si manifesta essenzialmente sotto due forme: bubbonica (trasmessa all’uomo dalla pulce del topo e da uomo a uomo dalla pulce dell’uomo) e polmonare (direttamente contagiosa da uomo a uomo, attraverso la saliva);

(2) Propagazione rapida di una malattia infettiva, che contagia simultaneamente un gran numero di persone in una stessa regione. Si parla di Pandemia allorché viene attaccato un continente o diversi continenti, come nel caso delle tre pandemie di peste (VI Secolo; XIV Secolo e fine del XX Secolo);

(3) La cosiddetta peste di Giustiniano fu una pandemia di peste che ebbe luogo nei territori dell'Impero bizantino, con particolare forza a Costantinopoli, tra il 541 e il 542 (VI Secolo), sotto il regno (527-565) dell'imperatore Flavio Giustiniano I. Il morbo si sarebbe manifestato inizialmente a Pelusia, sul Nilo, nel 541 d.C., proveniente, probabilmente, dall’Africa centrale. Da Alessandria e da Antiochia e Costantinopoli si sarebbe poi diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo. Lo stesso Giustiniano ne fu contagiato (pur sopravvivendo) e gli ha dato il nome. Costantinopoli perde la metà della popolazione e lo stesso impero ne perde un quarto. La peste ha influenzato anche la Guerra Gotica (535-553), il peggiore conflitto che abbia mai funestato la penisola italiana, dando agli Ostrogoti la possibilità di rafforzarsi durante la crisi degli avversari;

(4) Il topo trasmette la peste all’uomo attraverso le sue pulci. I roditori selvaggi (fra i quali alcune specie di topi) sono il serbatoio principale della peste;

(5) È il parassita vettore della peste bubbonica fra il topo e l’uomo. Nel luogo della puntura può formarsi una placca nera: il carbone pestifero;

(6) Batterio a forma di bastone. L’agente responsabile della peste è un bacillo, Yersinia, che come tutti i batteri, può essere combattuto con gli antibiotici;

(7) Infiammazione ed ipertrofia di un ganglio che può raggiungere la misura di un uovo di gallina. Nella peste bubbonica esso si sviluppa a lato della puntura da parte della pulce infettata, o nell’inguine o, più spesso, sotto le ascelle;

(8) Questa malattia infettiva (anthrax in inglese) che attacca gli uomini e gli animali, trae il suo nome dal colore del sangue degli individui colpiti, praticamente nero;

(9) Epizoozia: diffusione di una malattia infettiva, che si diffonde in poco tempo in un territorio più o meno esteso, in animali della stessa specie o di specie diverse;

(10) Ragusa, l’attuale Dubrovnik, è la Prima Città che ha istituzionalizzato nel 1377 un isolamento generale di quaranta giorni per le persone e le mercanzie che provenivano dai luoghi infetti;

(11) San Sebastiano (Narbona, 256-Roma, 288), militare romano, è invocato come patrono delle Confraternite di Misericordia italiane, poiché si rileva in lui l'aspetto del soccorritore che interviene in favore dei martirizzati, dei sofferenti. San Sebastiano è anche patrono degli Agenti di Polizia Locale e dei loro comandanti, ufficiali e sottufficiali (Breve apostolico del 3 maggio 1957 di papa Pio XII). Insieme a san Rocco viene invocato e raffigurato a protezione contro la peste, sia in pale d'altare, sia in affreschi nei cimiteri, sia nella dedicazione di numerose chiese. Questo perché l'agiografia sostiene che san Sebastiano sopravvisse alle frecce (morì infatti successivamente, per fustigazione) e san Rocco sopravvisse alla peste, facendone così delle immagini di salvati da una morte che generava piaghe o ferite, analoga alla peste;

(12) San Rocco, nasce a Montpellier all’inizio del XIV secolo. Partito in pellegrinaggio per Roma, egli avrebbe guarito degli appestati e, colpito a sua volta dal male, sarebbe sopravvissuto, curato da un angelo. Il suo culto si diffonde nel XV secolo. Viene spesso rappresentato con l’abito sollevato che mostra un bubbone di peste;

(13) Flagellanti: con tal nome sono designate sette religiose, diffuse nell'Europa dal XIII al XV Secolo, e caratterizzate appunto da un'intensa e continua mortificazione del corpo mediante flagellazione eseguita pubblicamente: accanto all'idea che la flagellazione sia mezzo penitenziale (S. Pier Damiani, S. Domenico il Corazzato) affiora la convinzione che sia anche un mezzo espiatorio per impetrare dal cielo la pace e la cessazione dei malanni come la peste e la guerra. I più noti, e forse i primi, sono i flagellanti che si diffusero, verso la metà del sec. XIII, nell'Italia centrale e settentrionale, a Perugia (1260), Roma, Bologna, Parma, ecc. Folle intere di gente, uomini e donne, vecchi e giovani, si unirono ai primi propagatori del movimento, abbandonando le proprie case per formare lunghe processioni, che andavano da una città all'altra, fra preghiere e battiture, seguendo il clero inferiore che portava croce e sacre insegne. L’iniziatore di questi gruppi religiosi è stato, nella seconda metà del XIII secolo, il perugino Ranieri Fasani (morto nel 1281), un monaco eremita francescano che a Perugia ha fondato il primo nucleo del movimento, chiamato “Compagnia dei disciplinati di Cristo”. Questo primo gruppo si espande notevolmente e in breve tempo, coinvolgendo l’Italia centrale, l’Italia Settentrionale, la Germania e la Boemia. I penitenti erano soliti affrontare pubblicamente pene corporali, autoinflitte durante processioni rituali scandite da preghiere e litanie religiose, con lo scopo di dimostrare di immolarsi per una causa più grande: la salvezza degli uomini da eventi nefasti, malattie, guerre ed altre piaghe sociali. Le processioni dei Flagellanti sono arrivate a coinvolgere fino a 10.000 persone di ogni strato sociale, che attraversavano le città, mentre i penitenti si percuotevano a sangue con una frusta per espiare i peccati del secolo e preparare l’avvento del regno dello spirito. Nel 1261, tuttavia, la compagnia conosce una prima battuta d’arresto a causa del divieto, da parte di papa Alessandro IV, de Jenne (1199-1261), di riunirsi e di portare avanti le processioni, ritenute troppo estreme e violente. Ma nonostante il volere papale, molti gruppi di Flagellanti continueranno la loro attività fino alla fine del XIII secolo. Con lo scoppio della terribile epidemia di peste che ha sconvolto il XIV secolo, il movimento conosce una sensibile e vigorosa ripresa che si è estesa a tutta l’Europa, martoriata dalla catastrofe e dalla crisi di valori che ne è derivata. La crudeltà del morbo è stata tale da decimare oltre un terzo della popolazione europea, manifestandosi a più riprese. Particolarmente feroce è stata l’ondata che si è diffusa tra 1347 e 1352, passata alla storia come Peste Nera o “Morte Nera”. L'esaltazione mistica del sanguinoso rito finisce col far credere ai flagellanti che la fustigazione operata direttamente, senza mediazione di sacerdozio, avesse da sola la virtù di dare la salvezza all'infuori dei riti carismatici della Chiesa. Il loro numero salirà indubbiamente a cifre molto elevate (qualche decina di migliaia di persone); il movimento assume a quel punto anche un certo aspetto politico, in quanto i flagellanti, predicando la penitenza, predicavano anche l'abbandono delle contese di partito e la pacificazione nelle città; perciò esso diventerà così poco accetto ai governanti, che Uberto Pallavicino o Pelavicino (1197-1269), vicario imperiale di Federico II di Hohenstaufen (1194-1250) e podestà di Piacenza, minaccerà la forca ai flagellanti che stavano muovendo verso il Piacentino. L'opposizione dei governi e della Chiesa, preoccupata da un simile movimento, in cui effettivamente cominciavano a infiltrarsi vecchi residui delle precedenti eresie, contribuisce a porre una rapida fine al “flagellantismo”.


Massimo Iacopi

 

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