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Il Caucaso teatro di nuovi assetti geopolitici

LA PARTITA STRATEGICA TRA MOSCA ED ANKARA

E’ Putin il vero vincitore del recente scontro armeno-azero


28/01/2021 - Massimo Iacopi


(Assisi PG)


LA PARTITA STRATEGICA TRA MOSCA ED ANKARA

Vladimir Putin è risultato il vero vincitore dell’ultimo scontro fra Armeni ed Azeri nel Karabak e nel Caucaso dove, a scala allargata, si gioca una partita di influenze politiche ed economiche più ampie fra Mosca ed Ankara. La Guerra dei 44 giorni (27 settembre - 10 novembre 2020) nell’Alto Karabak, con il pesante bilancio di 5 mila morti, ha comportato una nuova ed ulteriore revisione delle carte nel Caucaso. L’importante confronto militare appena concluso ha confermato la completa sconfitta degli Armeni e la schiacciante vittoria degli Azeri di Baku. L’Armenia perde il territorio conquistato nel 1994 e rinuncia, temporaneamente, al controllo di questa “provincia” legata alle radici della sua identità. L’Azerbaigian recupera l’80% del Karabak. Anche per la Turchia, questa nuova spinta all’esterno delle proprie frontiere costituisce un successo, nonostante il ritorno in primo piano della Russia che consolida il suo ruolo di arbitro nell’area. Dall’inizio del conflitto, gli Armeni hanno perduto l’iniziativa. Il Karabak armeno, male informato e male consigliato, in inferiorità numerica e tecnologica, ha tentato di resistere, ma l’eroismo dimostrato non sono risultati sufficienti. La bilancia del potenziale militare risultava largamente a favore di Baku. L’Azerbaigian, dopo la sua cocente sconfitta del 1994, aveva riorganizzato il suo esercito, acquistando armi moderne in Turchia, in Russia ed in Israele, grazie ai miliardi di dollari resi disponibili dai suoi giacimenti di idrocarburi. Questa riconquista era stata annunciata dal presidente autocrate Ilham Aliyev (1961- ), al potere dopo il 2003. Egli ne aveva fatto una “causa nazionale”, con il sostegno del suo popolo e l’appoggio decisivo della Turchia. Di fatto, specialisti turchi hanno armato i suoi temibili droni (che hanno permesso la sorpresa tattica nello scontro e lo sfondamento delle linee armene) insieme a qualche migliaio di combattenti jihadisti, inviati in rinforzo da Ankara e provenienti dal fronte siriano. Per contro, l’Armenia, da parte sua, aveva trascurato il suo esercito, equipaggiato con armi acquistate al ribasso sul mercato internazionale. Gli Armeni si sono assopiti, cullati dai canti in onore della gloria degli eroi degli anni 1990-94. Essi hanno sopravvalutato il sostegno di Mosca, convinti di garanzie derivanti dalla loro appartenenza alla OTSC (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) (1). Le clausole di questo Trattato, in effetti, prevedono la difesa collettiva di ogni membro della OTSC da parte degli altri, ma solamente in caso di intervento militare straniero. A tale riguardo (tenuto conto che al momento della crisi del 1994 l’Azerbaigian faceva parte dei membri del Trattato, dal quale è uscito nel 1999) Putin, all’inizio della crisi attuale era stato molto chiaro in proposito: la Russia sarebbe intervenuta solo in caso di invasione del territorio armeno, cosa che Baku si è ben guardata dal fare. In Armenia, il risveglio dopo questa batosta è stato brutale, come lo dimostrano gli incidenti di Erevan in occasione del cessate il fuoco,firmato nella notte fra il 9 ed il 10 novembre 2020. Nikol Pashinyan (1975- ), il primo ministro armeno, si è venuto a trovare in un vicolo cieco, se non avesse firmato avrebbe definitivamente perduto la totalità del Karabak armeno. A Baku questa brutale riconquista viene giustificata con il diritto internazionale, che rende “sacra” l’inviolabilità delle frontiere. Agli occhi dell’ONU, il Karabak appartiene all’Azerbaigian (almeno dal 1921, anno in cui l’enclave gli venne ceduta dal potere sovietico). Presso l’ONU il diritto dei popoli di disporre di sé stessi non trova cittadinanza. Per questa ragione la volontà di autonomia della maggioranza armena del Karabak non è mai stata presa in considerazione.

Vladimir Putin (1952- ), garante dell’accordo intercorso fra le parti, ha controllato lo sviluppo politico e militare della crisi dall’inizio alla fine, giocando sulla sua alleanza storica con Erevan e il suo partenariato con Baku. Egli ha indebolito l’Armenia, che negli ultimi anni aveva dimostrato una certa insofferenza nei confronti di Mosca, senza peraltro lasciare carta bianca agli Azeri. Questa realpolitik l’ha portato ad attendere il miglior momento per decidere la fine della guerra. Già presente in Armenia con un contingente di 4 mila soldati ed una base aerea, la Russia ha inviato ora una nuova missione di 2 mila nuovi soldati. Essi avranno il compito di controllare i due corridoi strategici imposti dalla nuova situazione sul terreno. Il primo fra l’Armenia e l’alto Karabak attraverso l’Azerbaigian; il secondo fra l’Azerbaigian ed il Nakhitscevan (enclave azera in Armenia), attraverso l’Armenia. In tal modo Mosca rafforza e consolida la sua presenza al centro del Caucaso.

Tayiip Recep Erdogan (1954- ), in questa crisi, si era preso dei rischi calcolati, legati alla momentanea paralisi di politica estera degli USA, alle prese con le elezioni presidenziali. Al di là del “nuovo colpo portato ai residui della sciabola” (la sua irrispettosa espressione per designare i sopravvissuti Armeni sfuggiti al genocidio del 1918 …) ed un nuovo successo nella sua strategia di influenza nell’area, i suoi guadagni nel caso in questioni sono stati decisamente ridotti. Il nuovo corridoio consente ai Turchi di collegarsi ai paesi turanici dell’Asia centrale, ma, in ogni caso, tutto rimane sotto lo stretto controllo dei Russi. Erdogan non avrà le mani libere nell’area, come viene sbandierato dalla sua propaganda. Anzi, dopo la Siria, si sta aprendo un nuovo faccia a faccia russo-turco nel Caucaso, nella ricerca, quasi simmetrica di influenza politica, di presenza economica e di guida strategica. L’orizzonte dell’alleanza politica Ankara Mosca si copre di pesanti nubi nere. L’avvenire, nello spirito già evidenziato dai secolari precedenti storici, appare foriero di bellicosità. Rimane solo da sapere, se e fino a quando, Mosca ed Ankara riusciranno a trovare un modus vivendi per evitare uno scontro diretto che, a parere di chi scrive, appare nella logica dei tempi lunghi della storia.

NOTA

(1) Organizatsiya Dogovora o Kollektivnoy Bezopasnosti, creata il 15 maggio 1992 da sei nazioni appartenenti alla ex Comunità degli Stati Indipendenti (Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirzighistan, Russia, Tagikistan). Di essa facevano parte anche Azerbaigian, Georgia ed Uzbekistan. Il 2 dicembre 2004, l’Organizzazione ha avuto il riconoscimento di status di osservatore dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite.


 

 

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