GRAFFITI-ON-LINE.COM

 

2002-2022 Graffiti-on-line.com

Tutti i diritti di proprietà artistica e letteraria sono riservati.


Le Radici della Storia Russa

FATTI E MISFATTI DELLA ZARINA CATERINA II

Un despota illuminato che ha dato alla Russia lo sbocco sul Mar Nero aprendola all’Occidente


20/04/2022 - Massimo Iacopi


(Assisi PG)

FATTI  E MISFATTI  DELLA  ZARINA CATERINA II

Definita la Semiramide del Nord dagli uomini del secolo dei Lumi e un orco senza scrupoli a causa delle vittime di cui si macchiò le mani, la Zarina Caterina II fu un despota imperialista dalle mani macchiate di sangue. E’ stata una donna autocrate, dalla sensualità straripante, in dispregio di qualsiasi regola ed arrivata al potere a seguito di un colpo di Stato. E’ considerata una tra i più grandi statiste del suo tempo ed un’appassionata seguace delle dottrine illuministe che si affacciavano alla ribalta delle società del XVIII secolo. Nel 1796 Charles Joseph, quarto Principe di Ligne (1735-1814), nell’apprendere della morte di Caterina II di Russia, ebbe ad esclamare “Caterina la Grande non c’è più. Queste parole sono veramente terribili da pronunciare ! L’astro più brillante che ha illuminato il nostro emisfero si è appena spento !“ Eppure solo qualche decennio prima, l’immenso impero della Zarina era ben lontano dall’affascinare le aristocrazie occidentali le quali, in generale, manifestavano indifferenza se non disprezzo, per a terra di Russia, considerata allora quasi barbara. Il regno di Pietro I il Grande (1694-1725), all’inizio del XVIII secolo, aveva, con San Pietroburgo, stabilito l’apertura di una finestra sul Baltico e quindi sull’Occidente. Ma il vero radicamento della Russia in Europa si deve piuttosto all’effetto dell’opera di Caterina, osannata come una Semiramide del Nord dai cantori del secolo dei Lumi e come “orco senza scrupoli” dai sopravvissuti alle sue insaziabili mire sui territori circostanti o, infine, come una vera e propria Messalina dagli amanti “abbandonati” nel giro dei suoi numerosi “favoriti”. La Zarina, a causa del suo straordinario curriculum, suscitava e suscita ancora oggi, i giudizi più controversi. In effetti, per François-Marie Arouet detto Voltaire (1694-1778) quella donna è “il più grande statista del secolo”, ma nel momento della Rivoluzione Francese, alcuni feroci libelli la definiscono “la Messalina del Nord”. Caterina, a dire il vero, non ha una sola goccia di sangue russo nelle sue vene. Sofia Frederika di Anhalt Zerbst era, in effetti, principessa di una piccola corte della Germania del Nord e nulla poteva far presagire per lei un destino così vario e interessante.  Di fatto, nel 1762, a 33 anni, la pressoché sconosciuta principessa diventa Caterina II Alekseevna (1729-1796), imperatrice di uno dei più vasti stati del mondo, suscitando nei contemporanei i giudizi più contrastanti. Al di là delle storie e dei fatti che la resero nota, il personaggio rimane una delle più grandi figure della storia russa. Seguendo il solco di Pietro I il Grande (1694-1725), Caterina II prosegue la sua politica di apertura all’Europa, pur imprimendole un suo personale marchio, nello spirito dei Lumi. Sofia Frederika Augusta d’Anhalt-Zerbst nasce nel maggio 1729, in pieno Illuminismo. Suo padre, il feldmaresciallo prussiano, Principe Cristiano Augusto (1690-1747), appartenente  alla meno nota nobiltà tedesca, è un convinto luterano, devoto, ma preoccupato più della salute di sua figlia che della sua ascesa sociale. Per contro, sua madre, Giovanna Elisabetta d’Holstein Gottorp (1712-1760), bisnipote del re di Danimarca e Norvegia, Federico III (1609-1670), nutrirà ben presto progetti reali per la figlia. Cristiano Augusto fa impartire a sua figlia una educazione di tipo europeo, come usava nelle corti tedesche del XVIII secolo. Un pastore vigilava sulla sua educazione religiosa e le insegnava la storia e la geografia; la governante francese, Elisabetta Cardel, la iniziava alla lingua ed alla letteratura del suo paese. Jean de La Fontaine (1621-1695) e Jean-Baptiste Poquelin detto Moliere (1622-1673) erano i suoi autori favoriti, tanto che la futura zarina ricorrerà all’uso del francese per redigere le sue Memorie e per corrispondere con Voltaire e Denis Diderot (1713-1784). La vita della giovane ragazza si sviluppa in maniera tranquilla, nell’affetto dei suoi familiari, fino a quando, il 1° gennaio 1744, una lettera scuote la sua esistenza: Elisabetta I (1741 - 1762), imperatrice di Russia, invita Sofia a recarsi a S. Pietroburgo. In effetti, Elisabetta I, figlia di Pietro I il Grande, celibe senza figli ed al potere dal dicembre 1741, decide, due anni più tardi, di proclamare suo nipote, il Duca di Holstein Gottorp, Pietro Ulrico (1728-1762), erede al trono russo. Ecco dunque che la zarina concentra le sue attenzioni sulla principessa tedesca, proprio nell’intento di trovare una sposa per il futuro monarca di8 Russia, Pietro III. Questa sorprendente decisione appare alla fine dei conti una scelta obbligata: nessuna corte d’Europa, Parigi, Vienna o Berlino, avrebbe  accettato di lasciare partire una delle proprie figlie per la Russia: un mondo giudicato pericoloso ed incerto. Ma la piccola principessa d’Anhalt-Zerbst rappresenta anche una carta vincente: l’autoritaria Elisabetta I, è convinta che la giovane, per il fatto di appartenere ad una casata secondaria, poteva essere uno strumento decisamente più docile e vede nella stessa, lontana discendente del Re di Danimarca, anche un mezzo per continuare l’opera di Pietro I il Grande, avvicinando la Russia agli stati europei del Nord. In tal modo, il 9 febbraio 1744, Sofia, quattordicenne, e sua madre arrivano a S. Pietroburgo, in Russia, in un paese così smisurato, che se da un lato affascina la giovane, dell’altro le incute un riverente timore, se non spavento. Per rendersi bene accetta, la piccola protestante abbraccia immediatamente la fede ortodossa e si fa battezzare ufficialmente con il nome di Iekaterina (Caterina) Alexievna, un gesto che le permette di affermare la sua “russità”. Diventata Granduchessa con il matrimonio con il Granduca Pietro del 21 agosto 1745, la giovane è costretta a muoversi in una corte in cui tutto le è sconosciuto, a sopportare il carattere tirannico di Elisabetta e le cattiverie di suo marito. Ma il disaccordo cresce rapidamente fra gli sposi. Pietro, immaturo, se non puerile (non pensa altro che a bere o a giocare con i suoi soldatini di piombo), si mostra profondamente nostalgico del suo Holstein natale, mentre Caterina, più adulta e senza dubbio più cinica, aspira a dimostrare la sua volontà di adottare lo stile di vita e la cultura russi. La donna si getta, di fatto, anima e corpo in un costante lavoro di “naturalizzazione” nel nuovo ambiente, nello studio della lingua e della religione della sua nuova Patria, attirandosi, in tal modo, le buone grazie dei suoi futuri sudditi. Tuttavia, la giovane donna si mostra severa nei confronti del suo nuovo paese: “La disposizione alla tirannia si coltiva laggiù più che in ogni altro luogo della terra abitata”, scriverà nelle sue Memorie. Per circa una quindicina d’anni, Caterina, isolata a corte, si consola anche nelle braccia di molteplici amanti ed attende pazientemente la sua ora, convinta di avere sposato non tanto un uomo, ma piuttosto un paese. Caterina, è diffidente e non in linea con l’autoritarismo e la diffidenza di Elisabetta I, che la rimprovera di tardare nel dare un erede al trono. E’ finalmente nel 1754, ovvero nove mesi dopo il suo matrimonio, che nasce un bambino, il futuro Paolo I Petrovic Romanov (1754-1801). Pietro che non prova alcun attrattiva per la sua giovane sposa, è affetto da sterilità ed, in realtà, il neonato è figlio di Serghei Saltykov (1726-1765), ciambellano del Granduca ed amante di Caterina dal 1752. All’indomani della nascita, Paolo viene sottratto alla madre da parte di Elisabetta, che vuole vegliare da sola alla sua educazione. Questa separazione forzata peserà profondamente sulle relazioni fra la madre ed il figlio, prive di calore e di fiducia. Caterina si rifugia nella lettura: oltre agli Antichi (Platone, Tacito, Plutarco), la donna scopre Charles-Louis de Secondat, barone de Montesquieu (1769-1855), in particolar modo “Lo Spirito delle Leggi” e Voltaire. Più tardi, nel momento del suo regno, Caterina deriverà da Montesquieu la sua concezione del “buon monarca”, giusto, equilibrato, come opposizione al tiranno; e sarà da Voltaire che la donna trarrà il suo gusto per la tolleranza religiosa ed un certo rispetto della persona umana. Tuttavia, Caterina non avrà mai la testa filosofica e soprattutto non sarà mai una idealista. Se si nutre delle nuove idee è sempre per fini pratici, nella concreta preoccupazione degli interessi dello Stato. Allorché Diderot le farà visita a S. Pietroburgo, nel 1773, e che le consiglia di condurre delle riforme rapide ed ambiziose, la monarca gli risponderà: “Voi lavorate solamente sulla carta, che soffre tutto, mentre me, povera imperatrice, lavora sulla pelle umana che è ben altrimenti irritabile e sensibile al solletico”. Alla morte di Elisabetta, il 25 dicembre 1761, Pietro III diventa imperatore. Se egli adotta delle misure popolari - come la scomparsa della cancelleria segreta (polizia temibile ed arbitraria), la riduzione delle imposte sul sale o l’autorizzazione accordata ai vecchi credenti o Starovieri (1) (esiliati da sua zia) di praticare liberamente la loro fede - egli si mostra maldestro ed anche provocante nei riguardi dell’esercito. La firma, l’11 giugno 1762, di una alleanza diplomatica e militare con la Prussia, nemica tradizionale della Russia, porta il malcontento dei militari al parossismo. In questo clima di tensione e di pericolo personale crescente, Caterina, che risulta ostile agli orientamenti germanofili dello Zar e giudica nefasti per la Russia, allorché Pietro III è sul punto di ripudiarla per sposare la sua amante e di rinnegare Paolo che sa non essere suo figlio, influenza la Corte per fomentare un colpo di stato militare. “Si trattava, in sostanza, di perire con lui o di morire per mano sua, oppure di salvare me stessa i miei figli e forse lo stato, dal pericolo di naufragio che le facoltà morali e psichiche di questo principe facevano chiaramente intravedere”, scrive ancora nelle sue Memorie. Caterina, guidata da questi propositi si prepara all’inevitabile scontro, sostenuta da un piccolo gruppo di fedeli, fra i quali il conte Nikita Ivanovic Panin (1718-1783), precettore del giovane Paolo dal 1760, il generale principe Nikolaj Sergeevic Volkonsky (1753-1821), il generale Aleksej Razumovsky (1709-1771). ma anche dagli ufficiali della Guardia, guadagnati alla sua causa dal favorito del momento, il capitano di artiglieria Grigorj Grigorievic Orlov (1734-1783) (suo amante dal 1761), che incarna proprio le tradizioni slave calpestate da suo marito. Questi uomini, devoti alla sua causa, risulteranno all’origine del complotto che consentirà a Caterina, il 28 giugno 1762, di arrestare lo zar e di autoproclamarsi, a 33 anni, imperatrice (zarina) “per il bene della Russia e della fede ortodossa”. Qualche giorno più tardi, Pietro III, viene avvelenato e quindi strangolato all’insaputa di Caterina, da un partigiano troppo zelante della giovane Zarina, così come verrà successivamente condotto a termine l’assassinio del giovane Ivan VI Romanov (1741-1764) (2), imprigionato già dal 1741, per assicurare il potere della nuova imperatrice. Questo colpo di forza, frutto dell’usurpazione e del crimine, suscita critiche virulente in tutte le corti, dove la giudicano come una avventuriera e nell’opinione pubblica europea, anche nel momento in cui la nuova imperatrice afferma la sua intenzione di continuare la “europeizzazione” del paese. Senza essere veramente bella, Caterina è una donna che ha ancora un suo fascino e la gente viene soprattutto sedotta dalla vivacità del suo spirito. E’ una donna che ha letto molto e sa esprimere il suo parere su quasi tutto. Sebbene attratta dall’Illuminismo e molto ispirata dalle idee di filosofi come Montesquieu, la Zarina è fermamente convinta della necessità che il principe debba disporre di un potere senza limiti per il bene del suo popolo. Il suo spirito, appassionato nel fare chiarezza su tutto, vuole soprattutto mettere ordine in Russia. Di fronte ad una situazione catastrofica delle finanze, decide di fondare una banca d’emissione, che stampa gli “assegnati”, secondo le esigenze della tesoreria imperiale. Beneficiando di una fiducia illimitata da parte dei sudditi, riesce in tal modo a raccogliere, oro e successi in ogni settore. Istituisce dei Ministeri e costituisce 50 Governatorati in Russia che fino ad allora ne aveva appena otto e, spinta da una vera mania di legislazione, arriva persino a regolamentare l’educazione e ad introdurre la vaccinazione. Caterina sogna di armonizzare le leggi e per questo chiede persino il parere del popolo, che delega una vera folla di suoi rappresentanti nell’ambito di una Grande Commissione di Riforme, ma ben presto, stanca delle interminabili discussioni che vengono condotte in questi falsi “Stati Generali”, si rende conto che certi strumenti risultano molto piacevoli da maneggiare, ma poi alla fine “non resistono alla prova dei fatti”. In effetti la realtà della Russia ed i suoi sogni di espansione la conforteranno adeguatamente nelle sue pratiche d’autocrate. “L’impero russo è così grande che qualsiasi altra forma di governo diversa da quella assoluta, gli sarebbe nociva, afferma la Zarina ed in questo contesto appare molto difficile adattare le teorie filosofiche europee alla situazione russa. Se da un lato essa compiange i servi della gleba, dall’altro sa bene che ha bisogno dell’appoggio dei nobili, che prima non disponevano di alcun potere e di nessuna autonomia. Cosciente del ritardo sociale del suo paese rispetto all’Occidente, Caterina fa finta di ascoltare Diderot, quando questi soggiorna per qualche tempo in Russia. Il filosofo cerca di consigliarla sul miglior modo di governare e soprattutto vuole convincerla ad abolire il servaggio, di cui, invece, la Zarina non farà che rinforzarne il peso. “Con i vostri grandi principi si potranno di certo scrivere molti bei libri, ma si potranno risolvere ben pochi problemi”. Con queste parole Caterina risponde alle insistenze del filosofo ed ai discorsi degli utopisti sognatori, tanto più che proprio nello stesso periodo si è scatenata una rivolta popolare negli Urali che minaccia seriamente tutta la struttura dell’Impero. Per la donna, la Russia deve partecipare al concerto internazionale delle nazioni alla pari dell’Inghilterra, dell’Austria, della Francia o della Prussia, ovvero tentare di assicurare il suo predominio sul continente. La prima vittima illustre di questi progetti geopolitici espansionisti è rappresentata dal Regno di Polonia, alla testa del quale si trova un suo vecchio amante Stanislao II Augusto Poniatowskj (1732-1798). La Zarina, approfittando dell’indebolimento di questo stato, in preda ad un profondo processo di decomposizione, vi interviene diverse volte militarmente con la scusa di difendere la libertà di culto degli ortodossi e Voltaire, infatuato dell’autocrate, non manca in questo caso di esprimerle le sue felicitazioni per la sua manifesta volontà di “tolleranza religiosa” (peraltro “portata sulla punta delle baionette”). Con questa logica politica, Caterina riuscirà, nel giro di 20 anni, dal 1772 al 1795, ad impossessarsi, con il contributo  dell’Austria e della Prussia, di un terzo del territorio polacco, per un totale di 455 mila km2 di terre, in Ucraina, in Bielorussia e in Lituania. Il suo imperialismo è ormai patente. I suoi amanti come Orlov o ancora il Principe di Tauride, Grigorj Aleksandrovic Potemkin (1739-1791), hanno, in tale contesto, l’occasione per mettersi in luce in queste spedizioni militari. Il secondo, in particolare, carico di onori ed investito di alte funzioni, si farà promotore del celebre viaggio nel 1787 della Zarina lungo le rive del Dniepr, attraverso la “nuova Russia”. Gli ambasciatori che l’accompagnano, sebbene non completamente convinti da villaggi, sorti troppo rapidamente dal nulla e da contadini ben vestiti, saranno comunque ottimi veicoli propagandistici per rinforzare il prestigio russo negli ambienti europei. Inoltre, in questa dimostrazione di opulenza, la Zarina riesce a coinvolgere anche l’Imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena (1741-1764-1790), peraltro già suo alleato nella lotta contro la Sublime Porta. Ma è contro l’Impero Ottomano che la Zarina, riprendendo un vecchio sogno di Pietro I il Grande, concentra presto tutte le sue forze. Con la firma del Trattato di Kutchuk-Kainardji, nel 1774, gli Ottomani concedeno alla Russia le rive settentrionali del Mar Nero. L’impero vi guadagna il diritto di navigare liberamente nel Mar Nero o negli Stretti e quello di proteggere i Cristiani ortodossi nell’Impero Ottomano - disposizione che giustificherà in seguito l’impegno russo nella “Questione d’Oriente” (3). Inoltre, la Crimea viene riconosciuta indipendente, prima della sua annessione di fatto, realizzata da parte della Russia nel 1783. Nove anni più tardi, nel 1792, la firma del Trattato di Jassi sanziona il ritiro definitivo dell’Impero ottomano. La Russia raggiunge le sue frontiere dette “naturali” a sud e si impone come potenza marittima con lo sviluppo, nel 1795, del porto di Odessa (nome attribuito in onore di Omero per l’Odissea) e del porto di Sebastopoli. Anche se non riuscirà ad impadronirsi di Costantinopoli, come era nelle sue aspirazioni, la Zarina conseguirà, nondimeno, l’obiettivo di porsi agli occhi dell’Europa come la Protettrice dei Cristiani dei Balcani. Naturalmente orientata verso il continente europeo sul piano diplomatico, la Russia deve anche aprirsi all’Europa sul piano interno. Per Caterina II questa apertura è essenziale per la modernizzazione intellettuale, sociale ed economica del paese. Ma l’impresa non è semplice. Da una parte, la Russia, rimasta ai margini delle grandi correnti di pensiero (umanesimo, rinascimento e riforma) che hanno arricchito l’Europa, fa la figura di un paria sulla scena culturale europea. Dall’altro, la struttura della società russa presenta dei potenti arcaismi. Con la sua nobiltà di servizio docile (4), il suo clero spesso ignorante e la sua massa contadina asservita ed analfabeta, la nazione appare refrattaria ai cambiamenti ed alle evoluzioni e soprattutto ostile a qualsiasi innesto venuto dall’estero. Caterina II inizia tuttavia un certo numero di riforme. Fra queste lo statuto per l’amministrazione del governo dell’impero. Adottato nel novembre 1775, esso ritaglia nello spazio russo “governi” rappresentanti di unità demografiche di circa 300 mila abitanti: i governatori di queste nuove circoscrizioni esercitano delle funzioni amministrative, finanziarie e militari. Per contro, vengono istituiti tribunali locali, che introducono, in modo molto nuovo in Russia, una separazione netta fra il potere giudiziario ed il potere amministrativo. Allo stesso modo, la riforma dell’insegnamento, adottata nel 1786, mette in opera un sistema primario e secondario gratuito, aperto a tutti, servi eccettuati, ma non ancora obbligatorio. Ma altri tentativi di riforma falliranno come quella del codice delle leggi, lanciato nel 1776. L’imperatrice, ispirandosi allo Spirito delle Leggi di Montesquieu ed al trattato Dei Delitti e delle Pene di Cesare Beccaria (1838-1794), si dichiara favorevole all’uguaglianza di tutti davanti alla legge e proclama il carattere inumano della tortura. Tuttavia i lavori della commissione legislativa vengono sospesi dal 1786, a causa della guerra contro l’impero ottomano. Nella sua impresa di modernizzazione, Caterina II ricorre a riforme imposte dall’alto dallo stato autocratico alle popolazioni dell’impero. In maniera più originale, la sovrana cerca di inquadrare e di incoraggiare l’apertura del paese all’Europa, attraverso delle misure di sprone che giustificano la sua reputazione di “despota illuminato”. Desiderosa di promuovere una più grande libertà intellettuale, la donna facilita la diffusione delle idee venute dall’Ovest, creando, nel 1768, un fondo speciale incaricato della traduzione delle opere letterarie e scientifiche europee. La sovrana favorisce ugualmente l’insediamento in Russia di artisti europei, come Giacomo Antonio Quarenghi (1744-1817) ed altri, impregnati di cultura neoclassica ed incaricati di orchestrare il rinnovamento architettonico di San Pietroburgo. Infine, l’imperatrice manterrà una fitta corrispondenza con Diderot, Voltaire ed altri, come Friederich Melchior von Grimm (1723-1807), che evidenzia un interesse sincero per l’Europa dei Lumi e vuole allo stesso tempo dimostrare lo spirito europeo di una Russia moderna, aperta e colta, in piena rottura con l’eredità “barbara” del XVI e XVII secolo. Tuttavia, agli occhi dell’imperatrice, l’apertura intellettuale ed artistica del paese deve, per essere efficace, essere sostituita da una aristocrazia colta, attiva ed intraprendente. Ebbene la nobiltà russa, da troppo tempo privata di ogni spirito di iniziativa, non è in condizioni di giocare questo ruolo. Conviene pertanto, anche in questo caso, ricorrere a misure di sprone e ad “innesti europei”. Ispirandosi a scrittori di economia liberale, come Adam Smith (1723-1790) e alla prassi di governo inglese, l’imperatrice moltiplica gli incoraggiamenti all’iniziativa privata. La sovrana crea la Società economica libera per aiutare i proprietari a modernizzare l’agricoltura e proclama un Ukase (editto), nell’ottobre 1762, che toglie i monopoli sulle attività industriali e commerciali ed autorizza ogni individuo ad “intraprendere”. Questo provvedimento consente a migliaia di contadini di stato di lanciarsi nella produzione artigianale del tessile, del cuoio e della ceramica. Caterina, pur ponendosi nel solco e nella continuità dell’opera di Pietro I il Grande, se ne discosta su dei punti essenziali, come il liberalismo economico o la tolleranza religiosa. Ostinata e decisa, la donna viene consigliata e sostenuta in tutte le sue imprese politiche dal principe di Tauride, Grigorj Aleksandrovic Potemkin, uomo chiave del regno, incontrato nel 1774, di cui la sovrana farà il primo governatore generale della Nuova Russia. Ma la morte del Potemkin, nel 1791, darà rapidamente luogo ad intrighi e ad avventure sfrenate che arricchiranno la “leggenda nera” della Zarina. Dopo aver saputo utilizzare al meglio l’ambizione dei suoi numerosi amanti, Caterina, alla fine della sua vita, si lascerà però circuire da un misero e losco figuro, il generale Nikolaj Aleksandrovič Zubov (1763-1805). Si racconta di questo personaggio che fosse talmente onusto di decorazioni, tanto che nelle cerimonie ufficiali egli assomigliasse piuttosto a “un mercante di nastrini e di chincaglierie”. Eppure quella donna, che, almeno sino a quel momento, aveva coniugato così bene “il fascino di Cleopatra con l’anima di Bruto”, non si era mai fatta condurre in politica dalla sua straripante e divorante sensualità e soprattutto non aveva mai condiviso con alcuno il suo potere assoluto. In effetti, la Zarina si farà convincere dall’ultimo amante ad intraprendere una rischiosa e dispendiosa spedizione contro la Persia, che verrà poi molto opportunamente sospesa solo in seguito della sua morte. Che bilancio trarre dall’opera di Caterina II ?... Conviene innanzitutto non esagerare l’ampiezza o la profondità delle riforme intraprese sotto il suo regno. Le basi autocratiche dello stato non sono mai state messe in discussione; non è stata mai presa in considerazione una eventuale evoluzione costituzionale in Russia ed i rari movimenti che hanno cercato di scuotere la tutela autocratica sono stati repressi in maniera esemplare ed implacabile. Questo è il caso dell’insurrezione di Emeljan Ivanovic Pugacev (1742-1775) (5), un personaggio illuminato che si fa passare, tra l’altro, per lo Zar Pietro III, miracolosamente sfuggito agli assassini.  In più, i valori di tolleranza e di apertura propugnati nella prima metà del regno hanno avuto la tendenza ad esaurirsi a partire dagli anni 1780. Questo indurimento si spiega con la paura dell’imperatrice di vedere la Russia “contaminata” dalle idee della Rivoluzione Francese, che la spaventavano e che le faranno scrivere al von Grimm, nel 1793: “l’uguaglianza è un mostro”. D’altra parte, se Caterina II ha indubbiamente tentato di promuovere una riflessione sul servaggio della gleba, molto rapidamente l’ostilità ostinata e feroce della nobiltà a qualsiasi evoluzione della condizione dei servi, l’hanno dissuasa. Il bilancio sociale e politico della sua azione non risponde pertanto agli obiettivi previsti dai progetti iniziali. Ma l’apertura intellettuale e culturale della Russia all’Europa, reale e di lunga durata, ha nettamente contribuito alla nascita di una nuova identità russa.

NOTE

(1) I Vecchi Credenti o Starovieri, sono gli ortodossi russi che sotto la guida dell’arciprete Avvakum hanno rifiutato di applicare le riforme liturgiche imposte dal patriarca Nikon (Nikita Mínov o Nikita Minin) a partire dal 1652-53. Essi furono scomunicati nel 1667 ed Avvakum, bruciato vivo nel 1682;

(2) Ivan VI Romanov, nipote dell’imperatrice Anna Ivanovna (1693-1740), viene proclamato zar nel 1740 all’età di 2 mesi. Rovesciato da un colpo di stato nel dicembre 1741 a vantaggio di Elisabetta I Petrovna, egli viene imprigionato nella fortezza di Schlusselburg, dove viene assassinato nel 1764;

(3) La “Questione d’Oriente” evoca l’insieme dei problemi che, a partire dal 1850 e fino alla Prima Guerra Mondiale, nasceranno dal declino dell’Impero ottomano;

(4) A partire dal 1722, la tabella dei ranghi (il Tchin) sottomette i nobili russi ad un obbligo di servizio perpetuo, che condizionava il loro posto nella gerarchia sociale;

(5) Pugacev, cosacco del Don, scatena, nel settembre 1773, un vasto movimento di protesta contadina chiamato Guerra dei contadini o Ribellione dei Cosacchi, in Russia. Egli dichiara di voler liberare il popolo russo dal giogo del servaggio e di riproporsi l’intenzione di “sbarazzarsi” della “tedesca”. L’estrema ferocia della rivolta convince la Zarina ad impiegare l’Esercito ed alla fine Pugacev, abbandonato dai suoi principali gregari, viene catturato e quindi giustiziato. Egli sarà decapitato a Mosca nel 1775.


 

 

2002-2022 Graffiti-on-line.com - Tutti i diritti di proprietà artistica e letteraria sono riservati.