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Di nuovo sull’assassinio di Pier Paolo Pasolini

LA MACCHINAZIONE (L'ASSASSINIO DI PASOLINI) FILM

Un film che pone stringenti interrogativi. La storia scomoda di un personaggio scomodo.


02/04/2016 - Carlo Cerofolini


(Roma)

LA MACCHINAZIONE

Rivisitazione dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini: un episodio oscuro che deve far riflettere sul nostro passato e che attende ancora risposte dalla Politica e dalla Magistratura

Ci sono titoli di film più efficaci di altri. Quello utilizzato da David Grieco per tornare a parlare dei misteri che si celano dietro l’omicidio di Pier Paolo Pasolini appartiene di diritto a questa   categoria. Sul piano commerciale il richiamo al complotto che armò le mani dei carnefici ha infatti il pregio di chiarire le caratteristiche di un’offerta che nel ricostruire secondo il punto di vista del regista gli ultimi giorni dell’intellettuale friulano si presenta nelle vesti di una vero e proprio thriller, accumulando i pezzi del suo mosaico con il ritmo e la tensione tipici di un percorso esistenziale – quello di Pasolini – sospeso tra la vita e la morte. Su quello dei contenuti invece La macchinazione attraverso il sostantivo in questione sintetizza come meglio non si potrebbe la coincidenza tra l'argomento del libro –Petrolio - di cui come vediamo nel corso del film Pasolini si stava occupando prima di morire e che appunto riguardava la scoperta delle manovre ordite a discapito del paese da parte di un sistema di potere occulto e colluso e, in senso opposto, la reazione delle persone che si sentivano minacciati da quelle rivelazioni, culminata per l'appunto nel piano organizzato per uccidere Pasolini facendone ricadere la colpa su Pino Pelosi, la cui colpevolezza è definitivamente smontata dai fatti messi in scena nel film. Sulla complessità di una ricognizione intorno alla figura di Pasolini è inutile dire. A testimoniarlo basterebbe la circospezione con cui il cinema si è preso cura di rimuovere gli aspetti legati al pensiero e alla creatività dell’artista, appena lambiti da resoconti interessati più che altro ad approfondirne i dettagli scandalosi e cronachisti del privato, quelli che nell’affermazione della sua libertà d’uomo e d'artista gli costarono la vita. Oltre a questo il film di Grieco doveva mettere in conto il rischio di arrivare fuori tempo massimo rispetto alla rappresentazione di un periodo storico – a cavallo tra i sessanta e i settanta - diventato nel corso degli anni uno dei paesaggi privilegiati dal filone del crime movie nostrano. La macchinazione risponde a queste sollecitazioni nel segno di un’eccezionalità che investe non solo la materia investigativa, mai come questa volta così precisa nel fare nomi e cognomi della rete cospirativa che fu coinvolta nell’uccisione di Pasolini ma anche nelle diverse componenti della messinscena che si avvale tra l’altro dell’interpretazione mimetica di Massimo Ranieri volutamente tradita dalla decisione di continuare a parlare con il proprio timbro linguistico e non con quello proprio delle zone del nord est italico e di una colonna sonora firmata dai mitici Pink Floyd presenti tra l’altro con la celeberrima Atom Heart già negata allo Stanley Kubrick di Arancia Meccanica e qui essenziale nel restituire con la sue acide sonorità il viaggio all’inferno del protagonista. L’opzione divulgativa operata sulla materia narrativa sacrifica qualcosa alla profondità dei caratteri e degli ambienti ma alla lunga la passione con cui Grieco si rivolge al suo personaggio, ritratto in maniera più dolorosa che vitale a testimonianza della consapevolezza che Pasolini nutriva rispetto agli orizzonti della propria esistenza, e finanche la qualità delle singole interpretazioni tra cui oltre a quella di Ranieri vale la pena di ricordare la straordinaria performance di Matteo Taranto nel ruolo del ferino e malavitoso Sergio, riescono a colmare le mancanze di un film importante e necessario. Voto 7 su 10.


 

 

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