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Pensionati beffati

      

   

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 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Carlo Clericetti


Uno studio condivisibile dei problemi relativi alla riforma delle pensioni.

 

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L'Espresso - Politica ed Economia

Pensionati beffati

Uno studio condivisibile dei problemi relativi alla riforma delle pensioni.

(Roma, Jan 9 2004 12:00AM) Graffiti-on-line ha scelto, tra gli altri di Carlo Clericetti (1), questo articolo di scottante attualità per far meglio comprendere ai lettori i termini sui quali si gioca la riforma delle pensioni che il Governo, tra mille difficoltà, si accinge a varare. In calce il curriculum di Clericetti, tratto, insieme all’articolo, dal sito del Club degli economisti. # Ma quanto guadagnano questi pensionati? Se dopo tre riforme in dieci anni si continua a parlare di tagli alla previdenza, del fatto che l'Italia spende troppo, uno magari s'immagina una schiera di benestanti che gravano sui lavoratori e i contribuenti a causa di conteggi troppo generosi fatti nel passato. Le cose non stanno proprio così. Prendiamo i dati Inps sui 14.400.000 vitalizi in pagamento al 1° gennaio 2003. Ebbene, più di 12,1 milioni, pari all'84%, sono sotto i mille euro al mese (lordi, naturalmente). Anzi, circa 7,3 milioni (il 50,6%) sono addirittura sotto i 500 euro. All'opposto, a prendere da 2000 euro in su sono appena 262.000 persone, l'1,82% del totale. Stiamo parlando, attenzione, di pensioni calcolate per la maggior parte con il sistema "retributivo" (quello pre-riforme, più favorevole) e da questi conti sono escluse pensioni e assegni sociali e assicurazioni facoltative. "Il convento è povero, ma i frati sono ricchi", diceva Rino Formica parlando del partito e dei politici socialisti. Qui sembra che accada il contrario: il convento, cioè l'Inps, è ricco, almeno nel senso che costa molto, ma i frati, cioè i pensionati, sono poveri. Com'è possibile? "Bisogna considerare che in quei dati c'è tutto il mondo delle integrazioni al minimo e di tutti quegli ex lavoratori (soprattutto donne e autonomi) che hanno avuto carriere molto brevi", dice Ruggero Paladini, economista e in passato per molti anni consigliere del ministero del Tesoro. "E anche le pensioni di reversibilità, che, quando l'interessato prende anche una sua pensione, vengono concesse con importi ridotti". L'integrazione al minimo spetta a chi, nonostante che abbia versato contributi, ottiene un vitalizio che non raggiunge i 400 euro circa. Fino al '94 si dava in ogni caso, ora scatta solo quando, considerando anche il reddito del coniuge, si resta sotto una cifra pari a quattro volte il minimo. "E poi con il passare del tempo le pensioni diventano sempre più basse in termini relativi", osserva Beniamino Lapadula, responsabile per le politiche economiche della Cgil. "Con la riforma del '92 è stato abolito l'aggancio ai salari minimi, così adesso si rivalutano solo dell'inflazione e quindi non partecipano alla crescita della ricchezza del paese. Queste osservazioni spiegano in parte il problema, ma non completamente. Da un'altra tabella dell'Inps si può ricavare la distribuzione per anzianità contributiva. Vengono prese qui in considerazione solo le pensioni liquidate con il sistema retributivo, che sono poco più di 8,4 milioni. I percettori che hanno versato fino a 20 anni di contributi sono 2,8 milioni, esattamente un terzo. Quelli nella fascia da 30 a 40, invece, sono 3,8 milioni, ossia più del 45%. Ma tra tutti costoro, quelli che superano i 1.250 euro al mese sono solo 1,1 milioni, cioè il 13%. Insomma, tranne una piccola parte le pensioni sono basse, spesso drammaticamente basse. Come mai, allora, da anni siamo alle prese con il problema della spesa previdenziale, che, si è detto, è troppo alta rispetto alla media europea, tanto da "mangiarsi" quasi tutta la spesa pubblica per prestazioni sociali? Se i sussidi di disoccupazione sono praticamente inesistenti, si è ripetuto tante volte, se gli aiuti alle famiglie sono scarsi, se gli ammortizzatori sociali sono carenti, è perché si spende troppo per le pensioni e al resto rimangono le briciole. "Io ripeto da anni che si tratta di affermazioni sbagliate", sostiene l'economista Roberto Pizzuti. "Le percentuali di spesa previdenziale rispetto al Pil che si trovano nei confronti Ocse ed Eurostat sovrastimano la spesa italiana e in molti casi sottostimano quelle degli altri paesi. Per esempio in quella percentuale veniva compreso anche il Tfr, un istituto che c'è solo in Italia e che con la previdenza non ha nulla a che fare: basta togliere quello, e come per incanto la spesa scende di 1,5 punti di Pil. Poi non si tiene conto del fattore fiscale, diverso da paese a paese. In Italia sulle pensioni si pagano le tasse (che quindi sono soldi che rientrano nelle casse dello Stato e dovrebbero essere detratte dalla spesa previdenziale), in Germania no, in Francia c'è una tassazione bassissima, circa il 2%. In Inghilterra è molto diffuso il ricorso a Fondi pensione in alternativa alla previdenza pubblica: lo Stato lo favorisce con aiuti fiscali, che però, essendo un mancato incasso e non una spesa, non vengono considerati nei conti della previdenza; lo stesso accade per i lavoratori autonomi tedeschi". Un'altra faccia del problema è la distinzione tra previdenza e assistenza, su cui, non a caso, i sindacati si stanno battendo da anni. Se una serie di provvedimenti, magari lodevoli e a volte necessari, vengono posti a carico dell'Inps senza che vengano finanziati in modo specifico, è chiaro che poi i conti non tornano. Un esempio classico è quello dei prepensionamenti, uno strumento usato con grande larghezza in passato, ma a cui ancora in misura minore si fa ricorso. Nei casi di gravi crisi aziendali era normale far fronte ai licenziamenti concedendo ai lavoratori meno giovani - ma spesso si è trattato di cinquantenni - uno "scivolo" per farli andare in pensione anticipata. Un provvedimento che può essere considerato di politica industriale (dal punto di vista del salvataggio delle imprese) o di politica sociale (da quello del sostegno a lavoratori a volte difficilmente ricollocabili), ma che non ha nulla a che vedere con previdenza, sui cui conti, però, finivano per gravare i costi. In passato c'erano ben altri esempi di "sperpero previdenziale": fino a meno di venti anni fa gli impiegati pubblici potevano andare in pensione di anzianità lavorando appena vent'anni (per le donne il trattamento era ancora più favorevole: bastavano 14 anni, sei mesi e un giorno). Si sono creati così moltissimi pensionati ancora trentenni, che avendo lavorato 20 anni avrebbero preso la pensione almeno per altri 40. E poi c'è tutta la lunga lista dei "contributi figurativi", cioè contributi non pagati ma che vengono considerati lo stesso. Ancora oggi a chi lavora alla Camera viene "regalato" un anno ogni quattro di lavoro. Alberto Brambilla, sottosegretario al Welfare, ha fatto un lavoro di riclassificazione della spesa sociale. Ne vengono fuori risultati di grande interesse: la spesa previdenziale vera e propria non è sopra, è sotto la media europea, mentre la spesa per assistenza e altri provvedimenti di welfare non è misera come sembrerebbe dai dati attuali. Il governo, finora, si è guardato bene dal prendere in considerazione questo studio. Alla luce di questi dati, insomma, i problemi della spesa previdenziale sembrerebbero aver bisogno di un'impostazione assai diversa da quella data dal Governo. Anche perché, dopo le riforme degli anni '90, le pensioni future saranno più basse di quelle attuali - che abbiamo visto come sono - mediamente del 20%. Tra qualche anno bisognerà ricominciare a discutere di pensioni: di come aumentarle, però.

(1) Carlo Clericetti, nato a Roma nel 1951. Laureato in Filosofia alla Sapienza, per quattro anni ha lavorato presso la cattedra di Teoria e tecnica della ricerca sociale a Sociologia. Nel 1980 è stato uno dei vincitori del primo concorso Fieg-Fnsi per borse di studio per l'avviamento alla professione di giornalista. Dopo l'anno di borsa di studio presso Il Messaggero di Roma (allora diretto da Vittorio Emiliani) è stato assunto per il servizio economia. Nel 1986 ha accettato la proposta di passare a Repubblica, che stava per varare il supplemento economico Affari & Finanza (che sarebbe stato guidato da Giuseppe Turani) e ha partecipato alla sua ideazione. Dal 1998 è responsabile di Affari & Finanza.

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