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Forum delle ossessioni linguistiche

      

   

Costume

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Autori Vari


Da uno studio condotto da Autori Vari tra il 1964 e il 2003

 

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La sottocultura viaggia nel salotto buono


Breviario degli intercalari moderni

Forum delle ossessioni linguistiche

Da uno studio condotto da Autori Vari tra il 1964 e il 2003

(Rieti, Dec 31 2003 12:00AM)

 

I PRECURSORI

Occhei! (OK) - Anni ‘40.

Espressione importata nel Sud con l’occupazione delle Truppe Alleate ed esportata al Nord dalle masse operaie della riconversione agro-industriale. Reimpostata successivamente con la grande scorpacciata di films western fatta prima che prendesse piede la Televisione. (Acquisita definitivamente nel linguaggio comune. Dura a morire).

Non c’era nulla da dire all’epoca. La guerra era finita, arrivavano dagli USA i pacchi dell’UNRA, si ricominciava a mangiare, si ricostruiva l’Italia. Sembrava che tutto andasse bene. E poi gli Americani avevano lasciato in giro un’aria nuova, di internazionalità, confermata dai pattuglioni di “Polentoni” in divisa da Carabiniere che battevano le Madonie tra Ficuzza e Petralia alla caccia della Banda “Giuliano”. Cosa c’era di meglio da fare se non farsi contagiare dal clima di esterofilia che si era creato e compiacersi delle piccole conquiste di ogni giorno con un bell’Occhei! accompagnato dal gesto tranquillizzante della “O” formata da pollice ed indice, imparato dagli Americani?

Naturale! - Anni ‘50.

Espressione nata negli USA nelle famiglie degli emigranti Siciliani alfabetizzati è stata poi gradualmente importata. Libera traduzione dell’espressione anglo-americana “of course .

Gli emigranti Siciliani capirono subito che quando un Americano diceva, rivolto a loro, “of course”, significava: “Ma non capisci? Eppure è talmente semplice. Chiunque può capirlo, tranne voi Italiani che siete dei ritardati mentali.”. Gli emigranti italiani capivano insomma che l’Americano mal li sopportava e quindi, col suo “of course” sottolineava il suo distacco, con aria di sufficienza, per non dire con disprezzo; né più né meno di come alcuni di noi oggi trattano certi Africani insistenti e maleducati che il più delle volte cercano solo un pezzo di pane. Ma i Siciliani imparano presto le lingue. In tanti secoli di invasioni hanno acquisito nel DNA la capacità di orecchiare senza sforzi particolari qualunque idioma. Per cui ben presto, nel parlare corrente, cominciarono ad imitare gli Americani, anche per esorcizzare il timore reverenziale che la presenza di un capo squadra Americano, forse anche di colore, suscitava in loro. Così in ogni situazione, al lavoro, al mercato, a spasso per la Quinta Avenue, cominciarono tutti a dire al compagno di lavoro, alla moglie, ai figli che chiedevano al capo famiglia un parere o una spiegazione: “Naturale!” “Naturale!” “Naturale!” In fondo bastava poco per sentirsi Americano. L’espressione fu rapidamente importata in Italia per mezzo di quelle curiose lettere di carta celeste e sottile, la cui busta era segnata ai margini con rombi colorati ed esibiva la scritta “Air Mail”, e divenne ben presto un termine molto usato, conclusivo di ogni dialogo; e la sua collocazione in battuta finale diventava esaustiva e si adattava anche bene alle tematiche trattate e al sistema arcaico di dialogare dei Siciliani, basato essenzialmente su domanda contro domanda. E poi, faceva tanto “moderno”. Fino ad allora, se uno chiedeva all’altro: “Finisti ‘i manciari?”; l’altro generalmente rispondeva con una domanda: “Ma chi fai, unn’u viri ca finiv’i manciari?” Da allora in poi sarebbe bastato rispondere: “Naturale”. Le occasioni per utilizzare l’intercalare non mancavano. Il resto è cronaca. Naturalmente il termine si diffuse in tutta Italia ed ancora oggi qualcuno, anglosassonicamente parlando, lo adopera. Non è un termine che esalta la cultura del soggetto, ma in fondo non fa male a nessuno. (Espressione pressoché estinta).

Esatto! - Anni ‘60.

Espressione diffusa dalla TV con la trasmissione “Il Musichiere” di Mario Riva, con la quale si è realizzato l’inserimento nella società civile e la partecipazione ai dibattiti culturali delle generazioni abituate al silenzio ed intimidite dalla guerra e dalle forme di educazione familiare e sociale instaurate nel Ventennio. (Potrebbe tornare).

I miei coetanei se lo ricorderanno: ogni giorno arrivava una novità; ogni giorno qualcosa che non s’era mai visto e che ci avvicinava, dicevano, al mondo civile.

Poi vedremo che il mondo civile non è affatto questo che abbiamo contribuito a realizzare, pieno di selvaggi, maleducati, ladri, scippatori, imbroglioni, taroccatori, corrotti e bugiardi. Forse era più civile il mondo che abbiamo lasciato perire permettendo con la nostra indifferenza che si trasformasse sotto i nostri occhi; semmai reagendo tiepidamente e senza convinzione, paghi delle conquiste tecniche che ci avvicinavano al modello americano: televisore, lavabiancheria, frigorifero, aspirapolvere, automobile, ecc. Abbiamo lasciato che il mondo dei nostri padri, si trasformasse irreparabilmente sommergendo la nostra civiltà e sostituendola con una non-civiltà, madre di finte libertà e governata con sistemi pseudo democratici.

Quello, comunque, era il clima del tempo. E in quel clima di boom economico e di conquista del benessere e della libertà, agli studenti non pareva vero di potere ogni tanto organizzare degli scioperi: ogni scusa era buona. Lo sciopera partiva sempre dal Liceo Classico, che aveva la prerogativa di fornire l’ideologo dello sciopero che aveva il compito riconosciuto di arringare la massa amorfa e godereccia, organizzare il corteo e, quando la “protesta” era montata, “parlamentare” sulle questioni oggetto dello sciopero con i Presidi e i Professori (come faceva Pecos Bill con gli Indiani). Poi lo sciopero si trasferiva all’Istituto Ragionieri e Geometri e quindi, in corteo, si andava al Magistrale a “prelevare” le donne. Si! Perché senza le donne lo sciopero non avrebbe acquisito piena validità (sic!). Così formavamo dei gruppi di maschi e femmine (misti si chiamavano) e si organizzava un ballo nel garage del compagno di scuola benestante. Erano i tempi del “ballo del mattone”. Però eravamo timidi. Oltre che dondolare sulla fatidica mattonella, non succedeva nient’altro. Nessuno apriva bocca e per un bacio ci si mettevano mesi, e più in là non si andava. Magari un salutino dalla finestra, un’occhiata durante la Messa e poi lunghe attese, in silenzio, per una passeggiata sulla spiaggia di via Orlandini a Trapani. Intanto,sedie in spalla, ci si riuniva nelle case dei pochi che possedevano un televisore e si assisteva alle prime trasmissioni televisive. Senza neanche accorgercene (così “lavora” la Televisione), si acquisivano inconsciamente i termini della TV, tra cui c’era “Esatto!” che Mario Riva dal teleschermo in Bianco & Nero ripeteva continuamente a chi azzeccava i titoli delle canzoni del Musichiere. Così, pian piano, i timidi e gli ignoranti cominciarono a parlare: a scuola, con gli amici, per strada, dal droghiere, sul treno. Anche i silenziosi più incalliti avevano imparato a partecipare alle conversazioni e a stare in società. Bastava che ogni tanto, nelle pause, dicessero con convinzione “Esatto!” e il gioco era fatto. Mai più timidi o ignoranti: il mezzo televisivo aveva ormai dato la parola ai muti e portato la cultura in tutte le case. (Ogni tanto viene fuori, ma è patrimonio delle generazioni d’epoca).

Non c’è problema! - Anni ‘70.

Espressione “country” tradotta alla lettera dal “no-problem” americano di cui erano all’epoca infarciti i Fonzy-films. L’espressione fu adottata primariamente dai “figli dei fiori” e gradualmente è divenuta di uso generale. (Usata nelle aree agricole e nelle periferie urbane. Dura a morire).

Un attimino - Anni ‘80.

Patrimonio incontestabile di “Quelli del Sessantotto”.

(Momentaneamente l’attimino sembra essere sparito dalla circolazione.

(Cfr. articolo dal titolo analogo a firma L’Osservatore Sarciastico

Praticamente…no? – Anni ‘80-‘90

Intercalare che dice tutto e nulla. Funziona come l’Alfa e l’Omega greche: “Praticamente” è il principio per eccellenza; “No?” interrogativo, è la conclusione logica; in mezzo c’è tutto il resto del discorso, cioè tre punti di sospensione. (Mantenuta in vita esclusivamente da Pippo Franco nel programma “la sai l’ultima?”. Non ha avuto molto seguito. Ha vinto il buonsenso).

I CONTEMPORANEI DEL TERZO MILLENNIO

Alla grande!…

Termine distintivo dei piccoli imprenditori milanesi detti Commenda o Commendatur, ma più che altro proprio delle consorti. E’ l’espressione concreta di un benessere di plastica e viene usata per sintetizzare uno stato d’animo, più che un effettivo obiettivo conseguito. Dice tutto e niente, come solitamente avviene per le espressioni che la vulgata popolare fa proprie; ma più che altro narra di divertimenti sfrenati, notti ai tropici, conquiste inenarrabili e bottini cospicui. (Usato preferibilmente in estate dai vacanzieri dei viaggi organizzati).

E vai !…

Comunemente offerto in risposta al precedente “Alla grande!”. La consorte del Commenda accenna brevemente all’amica i termini della recente vacanza tropicale, concludendo con l’espressione “Alla grande!” per dire che non ci sono parole per quantificare il divertimento goduto. L’amica partecipa all’effimera felicità della consorte del Commenda con un fumettistico “E vai!” cui inevitabilmente si accompagna il gesto americano del “give me five”. E’’ tutto un programma. Non ce ne libereremo facilmente).

Quant’altro… (preferibilmente senza apostrofo)

Espressione politichese di sinistra, coniata in ambiente scolastico-universitario dagli Ottantottini, cioè dai figli dei Sessantottini: Girotondini, No-global, Pacifisti, Ciellini, Verdi, Ecologisti, Black-Block e Tute nere. Adottata, senza alcun ritegno e senza neanche un po’ di rispetto per sé medesimi, dai liberi docenti di “ariafrittismo-oratorio-amatoriale”.

(Radicata in ogni ambiente a tutti i livelli. Difficilmente estirpabile).

(Cfr. articolo dal titolo analogo a firma L’Osservatore Sarciastico)

Assolutamente!

Espressione valutativa dell’indecisione patologica cronica, coniata nell’inconsapevole estasi degli ambienti dello spettacolo e della televisione, come strumento insignificante, ma espressivo, della Dottrina “Niistica” Pura. Termine distintivo dell’appartenenza esclusiva, esteso al mondo dei “conduttori televisivi”, sedicenti giornalisti. (Chi non dice almeno quaranta volte al giorno “assolutamente”, non fa parte del gruppo. E’ come nei Lions Clubs: senza distintivo non ti riconosce nessuno. In pratica, non ce ne libereremo mai).

(Cfr. articolo dal titolo analogo, dell’Osservatore Sarciastico)

  

Come dire?…

Usata indifferentemente dalla destra e dalla sinistra. Ha avuto un battesimo “soft”, negli ambienti pseudo colti dei cosiddetti cervelli da esportazione, altrimenti detti ricercatori, ex portaborse dei baroni universitari, esposta nel contesto di conferenze in una forma accattivante, generalmente preceduta e seguita da una elegante pausa professorale.

L’attuale Ministro delle Politiche Agricole e Forestali se ne serve all’occorrenza quando effettivamente gli manca il termine appropriato; ma tanti la usano come intercalare assoluto senza altra funzione se non quella di arricchire una esposizione di per sé scarna e poco esauriente; una di quelle esposizioni tratte dal vecchio politichese involuto e scadente da post prima repubblica. Il signor Paolo Landi, presidente delle associazioni italiane dei consumatori, ne fa uno stra-uso. In ciascuna delle frasi che solitamente pronuncia nei suoi concitatissimi discorsi in difesa del consumatore, compare almeno tre volte e sempre con un diverso significato: il più delle volte viene appena accennata, di corsa, quasi sbadatamente, a denti stretti, ed è un intercalare puro; a volte assume soltanto un valore aggiuntivo nel discorso nel senso che non serve a nulla perché si riferisce a ciò che ha già detto, quasi un rafforzativo di compiacimento per essere arrivato a dire ciò che voleva prima ancora di avviare la ricerca; altre volte precede invece il termine o l’espressione che, solo apparentemente, al Landi non sovveniva; in realtà lui conosceva talmente bene a memoria il suo discorso che non avrebbe avuto alcun bisogno di avviare il motore di ricerca del cervello, quindi il “COME DIRE”, nelle intenzioni subliminali del Landi diventa un vezzo, un abbellimento trastullante e rivela soltanto una generica povertà di linguaggio di cui il subconscio è talmente consciente che avvia comunque la ricerca del termine di soccorso, nel caso si inceppasse la capacità espositiva dell’oratore, che è un fatto, “come dire”, da non escludere.

Il COME DIRE è divenuto un pezzo forte contemporaneo del patrimonio linguistico della sottocultura politica degli enti locali quali Comuni, Province e Comunità Montane, rappresentata da personaggi molto sensibili alle espressioni di ariafrittismo “prét a porter”.

Questi personaggi e gli oratori che da questi vengono assoldati per dare lustro a sé stessi, hanno assimilato rapidamente l’accezione in questione ed ormai la esibiscono senza alcun risparmio, anche se non serve assolutamente a nulla e non significa alcunché, Infatti coloro che la usano non potrebbero dire altro se non quello che diranno subito dopo, obbligati come sono dai loro appunti, dal loro vocabolario limitato e dall’obbligo amministrativo e politico di non promettere alcunché e di non impegnarsi su nulla, ma di tenere occupata l’attenzione dell’uditorio raccogliticcio, aggregato per l’occasione per mero cartello di presenza e la cui funzione non è legata alle esigenze della cultura, ma serve soltanto ad avvalorare l’importanza degli argomenti contenuti nel manifesto ed a giustificare le prebende e le spese (rimborsi) che vengono elargite a manica larga dagli enti pubblici in cambio di consulenze e pareri. Tutti vogliono prendere la parola, naturalmente; specie i pubblici amministratori, ed in questo contesto ognuno snocciola una serie di ovvietà assolutamente identiche a quelle dell’oratore (sic!) che li ha preceduti; la differenza consiste, nel solo riposizionamento degli argomenti e nel cambiamento al ribasso di qualche termine tecnico. L’espressione si insinua subdolamente nel discorso ed appare a prima vista una soluzione “dotta” per risolvere gli attimi di indecisione. Ma ben presto si rivelerà inutile e ridondante. Basta seguire attentamente il discorso dell’oratore.

(Da uno studio condotto negli ultimi 40 anni da Autori Vari su campioni omogenei, selezionati ai fini della ricerca linguistica).


Autori Vari

 

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