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FABBRICATO DAL LIUTAIO PER ANTONOMASIA IL “DRAGONETTI – MILANOLLO”

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


Un violino nato dai segreti che hanno creato la leggenda Stradivari, suonato da Paganini e Menuhin

 

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TERESA E MARIA MILANOLLO


Parliamo di Stradivari

FABBRICATO DAL LIUTAIO PER ANTONOMASIA IL “DRAGONETTI – MILANOLLO”

Un violino nato dai segreti che hanno creato la leggenda Stradivari, suonato da Paganini e Menuhin

(Assisi PG, 17/12/2019) Circa 12 anni fa veniva pubblicata un’opera monografica, dedicata al violino Dragonetti-Milanollo (o più semplicemente Milanollo), uno dei tesori usciti dalla fabbrica di Stradivari e per tale occasione il violinista Corey Cerocsek (Vancouver, 1972 - ), proprietario dello strumento a quell’epoca, si produsse per il pubblico in una dimostrazione delle qualità sonore del violino, suonando la Primavera di Beethoven. Questo evento mi ha fornito lo spunto per ricordare la storia ed i segreti di questo straordinario violino, così diverso da tanti altri.
Un padrino di nome Johan Sebastian Bach
Il Milanollo viene creato nel 1728 nella città lombarda di Cremona (che insieme a Brescia è una delle capitali del violino) nella profumata bottega del grande liutaio Antonio Stradivari (1644-1737, all’epoca ottantaquattrenne. Il suo nome deriva due suoi proprietari: Il compositore Domenico Dragonetti (1763-1846) e Teresa Milanollo (1827-1904), un virtuosa dello strumento. che più tardi doveva suonarlo. Il vecchio Antonio Stradivari aveva scelto, per confezionare il suo capolavoro, le migliori essenze di conifera; egli le ha segate, assemblate e verniciate con la massima precisione. Il prodotto di questi gesti, egli lo battezza “Tramonto del sole”, non certo come riferimento al declino della sua vita, ma soprattutto a causa del colore di fuoco dello strumento. Alla fine dell’opera, egli ha incollato sulla tavola di fondo, visibile attraverso la feritoia destra della cassa armonica, l’etichetta con sopra la formula magica: “Antonius Stradivarius fecit Cremonae”. A questo punto il violino è pronto per raggiungere il suo prestigioso committente, il principe Leopoldo di Anhalt-Köthen (1694-1728), il cui maestro di cappella porta il nome, certamente mitico, Johann Sebastian Bach (1685-1750). Ed è proprio nelle mani del musicista, chiamato appositamente dal principe per testare il suo acquisto, che il “Tramonto del sole” farà sentire le sue prime note, attraverso suoni sublimi. A Köthen, residenza dei principi d’Anhalt, il violino passa all’occasione dalle mani di Bach a quelle di Antonio Vivaldi (1678-1741), che lo indirizza verso un più illustre destino. Certamente esso rimarrà relegato per qualche tempo, subito dopo il decesso del principe nei granai del castello, tuttavia il suo successore, avendo avuto l’idea di regalarlo al re di Francia, il violino viene così a ritrovarsi a Versailles, presso Luigi XIV (1638-1715), che lo fa utilizzare in occasione di grandi feste e di piccole cene private. Jean Diwo (1914-2011), nel suo romanzo . “Io, Milanollo, figlio di Stradivari”, affida lo strumento al più grande violinista della corte di Francia, Jean Marie Leclair (1697-1764), assassinato in casa con diversi colpi di coltello ed il cui corpo è stato ritrovato il mattino del 23 ottobre 1764. In verità, lo stradivari che sarebbe appartenuto a Leclair risaliva al 1721 e si chiamava “Il Nero” e non esiste alcuna traccia dal momento della sua improvvisa scomparsa dal 1728. Quello che è certo è che sotto il regno seguente, il “Tramonto del sole” viene affidato ad un altro virtuoso Giovanni Battista Viotti (1755-1824), molto apprezzato dalla regina Maria Antonietta d’Asburgo Lorena (1755-1793); E’ proprio il Viotti, che durante la Rivoluzione, lo porterà in Inghilterra, prima di cederlo per difficoltà economiche al compositore Domenico Dragonetti (1763-1846). Quest’ultimo, sebbene violoncellista, aveva passione del collezionista e raccoglieva anche violini; egli riuscirà a mettere insieme una notevole collezione di strumenti, che presterà a diversi interpreti - fra questi il celebre Nicolò Paganini (1782-1840), il “violinista del diavolo”. Paganini tira fuori dal nostro stradivari trilli, pizzicati, staccati che stordiscono, conferendo allo strumento una rinfrescata di prestigio ed un pizzico di leggenda. Nel corso degli anni 1830, ciascuno vorrebbe scoprire il mistero di Stradivari, che ha fatto di ogni violino uscito dal laboratorio di Cremona uno strumento non come gli altri. La gente si interessa specialmente alla provenienza del legno: Bernard Demoncourt o Denoncourt precisa: l’epicea utilizzata per la tavola del violino ha origine dalla Val di Fiemme, in Italia e l’acero del fondo dello strumento anche lui viene dal centro dell’Europa. Quanto al taglio degli alberi, esso veniva effettuato con la luna nera nel mese di gennaio, nel momento in cui tutta la linfa scende nelle radici, fornendo in tal modo un materiale molto leggero. Il legno era in seguito trattato e tagliato a mano e veniva messo a seccare per 5 anni (almeno), affinché evapori tutta l’acqua e che si ossidi la resina. Una tecnica complessa, insufficiente, tuttavia, a spiegare la singolarità degli strumenti. Alla morte del Dragonetti, nel 1846, lo strumento passa nelle mani di una giovane virtuosa, molto bella e brillante, Teresa Milanollo da Savigliano (1827-1904), la cui sorella minore Maria (1832-1848), sua inseparabile compagna sulla scena, suona da parte sua il vecchio violino di Teresa, “l’Hembert”, un altro Stradivari, del 1703.
Il conclusivo giudizio sui suoni armonici di Berlioz
Per sfortuna, la giovane sorella muore non molto tempo dopo, ancora molto giovane. “Parlatemi di un essere attraente ed una ammirevole virtuosa di 16 anni, che aveva fatto il giro d’Europa, dato più di cinquecento concerti, guadagnato più di un milione, rivalizzato con tutti i talenti maschili dell’epoca” - scrisse allora il compositore Hector Berlioz (1803-1869) - capace di giocare con il tranchant dei suoni armonici, come Ernst, senza ferire persona; d gemere sulla quarta corda, sempre come Ernst, quando nella sua elegia, egli dà l’addio ad un pubblico di cui è diventato l’idolo; di possedere l’espressione profonda e contenuta di Alard; di essere dotata del meccanismo irreprensibile e del belo stile dei vecchi tempi e di Beriot ! Parlatemi di tutto questo per dare ora concerti a Parigi ! La signorina Milanollo ne ha appena fatto l’esperienza.” Teresa non penserà più di servirsi di un altro strumento che non sia il “Tramonto del sole” del 1728; fra le sue mani lo stradivari diventerà il Milanollo. Tuttavia, la grande interprete, nel 1857, sceglierà di rinunciare alla musica per sposare un diplomato del Politecnico, il capitano di artiglieria Teodoro Parmentier (l’aiutante di campo del generale, maresciallo di Francia, Adolphe Niel (1802-1869)…). Per circa mezzo secolo, fino alla morte di Teresa nel 1904 il nostro violino uscirà poco dalla sua custodia fino anche non sarà venduto all’asta, diverse volte e viaggiando molto dall’Italia fino in India. Lo strumento verrà suonato da grandi violinisti, come Yehudi Menuhin (1916-1999) e Pierre Amoyal (nato nel 1949) ed alla fine sarà acquistato dal grande solista Chistian Ferras (1933-1982). Jean Diwo nel suo racconto scrive: “Nessuno, né Paganini né Viotti, erano riusciti a creare un suono così caldo e così vellutato. Esso si intensificava con un vibrato al limite della resistenza muscolare ed otteneva miracoli di potenza che, tuttavia, lasciavano trasparire e intravvedere un specie di fragilità”. Il maestro Ferras, diventato, purtroppo, alcolizzato, dopo un ultimo brillante concerto dato nel 1982, finisce per cadere dalla finestra del decimo piano della sua casa parigina. A questo punto il Dragonetti-Milanollo, nuovamente orfano, passa nelle mani di un collezionista veneziano che ossessionato, a torto, che lo stradivari possa essere attaccato dai vermi, lo farà esaminare invano dai più grandi liutai, prima di scambiarlo con un collezionista cardiochirurgo svizzero Pascal Nicod. Quest’ultimo, entusiasmato dall’ispirazione di un giovane interprete Corey Cerocsek glielo consegna nel corso del 2004. “Mi è apparso evidente, come alche alla mia famiglia, che lo strumento meritasse il talento di un tale artista. Io non avevo mai immaginato di separarmi da questo violino simbolo, ma non ho comunque esitato a prestarglielo”. Fra quale altre mani passerà il violino di color rosso nel prossimi decenni e nei secoli a venire ? Certamente è difficile dirlo, ma una cosa è quasi certa: i grandi stradivari attirano verso di loro, ad ogni generazione, i migliori interpreti. Anche il Dragonetti-Milanollo non ha finito di incantare quelli che ascolteranno risuonare le proprie corde. “Ma i violini - dice ancora Jean Diwo - subiscono anch’essi l’oltraggio degli anni e come gli umani si esauriscono, si indeboliscono invecchiando ?” E’ una cosa difficile a dirsi, ma a ben vedere dall’interesse crescente, che ancora si orienta sul “Dragonetti-Milanollo” e su tutti i violini stradivari, si sarebbe tentati di rispondere negativamente

Massimo Iacopi

 

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