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NEL XX SECOLO SCOPERTE PER CASO LE VESTIGIA DELLA CIVILTA’ INCA

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Saggio di:

Massimo Iacopi


Il sito di Machu Picchu ha conservato intatto il suo splendore

 

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MAPPA DEL SITO ARCHEOLOGICO MACHU PICCHU


Dopo 800 anni di fulgore 350 anni di silenzio

NEL XX SECOLO SCOPERTE PER CASO LE VESTIGIA DELLA CIVILTA’ INCA

Il sito di Machu Picchu ha conservato intatto il suo splendore

(Assisi PG, 28/01/2010)

Erano ormai diverse ore che Hiram Bingham III (1875-1956) aveva iniziato la sua ascensione. Le sue gambe erano diventate pesanti, i suoi abiti pieni di sudore ed i suoi polmoni avevano sempre maggiore difficoltà a respirare l’aria rarefatta della montagna. Perché mai sottoporsi a questa prova?... Tutto questo perc un abitante dei dintorni, un contadino peruviano, certo Melchor Arteaga, gli aveva vagamente promesso che avrebbe trovato alcune rovine inca sulla cima di una montagna vicina. Ma c’era il rischio che anche questa ascensione potesse trasformarsi in una spossante fatica completamente vana. All’improvviso Bingham sente, proprio come le sue guide, un sussulto di energia. Davanti agli occhi del gruppo cominciava a delinearsi “uno spettacolo mpressionante, diversi piani di terrazze in pietra tagliata, forse un centinaio, ciascuna misurante tre metri di altezza e lunghe più di cento metri”. Vinto dall’emozione, Bingham si rende conto che aveva finalmente trovato le rovine della città inca di Vilcabamba. Nello specifico, si trattava, però, di quelle di Machu Picchu ed anche se egli ancora non lo sapeva, la sua scoperta sarà una delle più importanti del XX Secolo (1).

Un regno dorato

Hiram Bingham III viene spesso paragonato ad Indiana Jones: un archeologo con lo spirito dell’avventura, che si sentiva molto più a suo agio in mezzo alla giungla, che in una biblioteca impolverata. Egli si appassiona ben presto alla storia dell’America latina e, dopo aver ottenuto un dottorato nella materia, accetta un incarico di professore presso l’Università di Yale. Forse sarebbe rimasto nell’ambito di questa prestigiosa università se non avesse incontrato sua moglie, Alfreda Mitchell Tiffany (1874-1967), che era ereditiera dei celebri gioiellieri Tiffany e da cui avrà sette figli (2). Bingham viene così a beneficiare del sostegno finanziario necessario per realizzare i suoi sogni: partire in spedizione per l’America latina. Nel corso della sua prima avventura, nel 1906, egli segue i passi del celebre generale Simon Bolivar (1783-1830), che aveva viaggiato in Venezuela ed in Colombia nel 1819. Ma quello che interessava veramente Bingham era una civiltà che aveva regnato sul Peru 300 anni prima delle peregrinazioni di Bolivar: gli Incas. A partire dal XII Secolo, questa civiltà ha iniziato a costruire uno dei più grandi imperi del mondo, che si consoliderà nel corso dei cento anni seguenti. Gli Incas erano formidabili guerrieri, architetti di talento, ingegneri di valore, che hanno conquistato un territorio di più di 4.000 km quadrati. Per loro sfortuna, essi avevano un gusto smodato per l’oro. Nel 1532, un conquistador spagnolo di nome Francisco Pizarro (1475-1541) si avventura nei loro territori, con 180 soldati. Anche Pizarro era fortemente attirato dai metalli preziosi e per questo motivo egli decide di andare ad incontrare Atahualpa (1502-1533), l’imperatore (Inca) degli Incas. Nel mese di novembre del 1532, Pizarro invita Atahualpa a raggiungerlo nella città di Cajamarca, per un incontro. Ma le intenzioni del Conquistador erano ben lungi dall’essere pacifiche. Gli uomini di Pizarro aspettano che Atuahualpa ed il suo seguito siano giunti nella piazza centrale della città per lanciare l’attacco. Si slanciano quindi contro gli Incas che non erano armati, uccidendone molti e facendo prigioniero l’imperatore. In cambio della sua liberazione, l’Inca avrebbe promesso di offrire sontuosi tesori a Pizarro: una camera riempita d’argento. Gli Incas dei quattro angoli dell’impero si affrettano ad inviare tutte le loro ricchezze agli Spagnoli per liberare il loro capo. Ma gli invasori non manterranno la parola: dopo aver recuperato l’oro e l’argento, giustizieranno Atahualpa. Questo atto di estrema infamità farà cadere l’America latina in un violento conflitto, nel quale prevarrà inevitabilmente la tecnologia militare degli invasori. Gli Spagnoli potevano contare su qualche centinaio di soldati (decisamente molto meno degli Incas, che, da parte loro, avevano a disposizione almeno diverse migliaia di guerrieri), ma essi disponevano di notevoli vantaggi nel campo militare: armature, armi da fuoco e cavalli. Quanto basta per avere il sopravvento su un nemico equipaggiato di mazze e di lance (che era stato sensibilmente indebolito dal vaiolo e da una precedente guerra civile). Nel giro di appena qualche anno, gli Spagnoli riusciranno ad annichilire l’impero inca, che aveva dominato da secoli sulla regione. Pizarro ed i suoi uomini saccheggeranno tutte le città ed i templi incontrati sulla loro strada e ben presto anche l’ultimo focolaio di resistenza di Manco Inca finisce per capitolare, sanzionando così la fine della civiltà incaica.

Pista sbagliata

Bingham aveva sentito parlare di questo illustre popolo ed egli desiderava, più di ogni altra cosa, ritrovare la cittadella perduta di Vilcabamba. Era proprio in questo posto, nel cuore delle montagne peruviane, che l’imperatore Manco Inca Yupangui o Manco II (1512-1544) aveva condotto una campagna di guerriglia accanita e molto audace contro gli Spagnoli. Era proprio in quel posto che erano state represse le ultime resistenze incas nel 1572. Questa città, che era andata incontro ad una sorte veramente tragica, aveva un valore inestimabie agli occhi degli storici. Bingham, quando nel luglio del 1911 scorge le rovine di Machu Picchu per la prima volta, pensa, senza dubbio, di aver conseguito il sogno della sua vita. Ma queste vestigia non erano quelle di Vilcabamba, (che scoprirà qualche anno più tardi), anche se decisamente molto più preziose. Bingham ritorna diverse volte a Machu Picchu (3) nel corso degli anni seguenti. Scatta centinaia di cliché, scava numerose tombe e trasporta migliaia di oggetti (fra i quali vasi in terracotta, utensili e coltelli in bronzo) negli Stati Uniti (agendo in tal modo provocherà vive tensioni fra l’Università di Yale ed il Governo peruviano, che accuserà gli Americani di approfittarsi dell’eredità culturale peruviana). Ma sono le stesse rovine di Machu Picchu che verranno iscritte nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO nel 1983. In questa occasione, il sito verrà descritto come “un capolavoro assoluto dell’architettura ed una testimonianza unica della civiltà incaica”.

Incredibile solidità

Secondo gli archeologhi, quando la città era al suo apogeo, essa disponeva fra i 300 ed i 1.000 abitanti. Come dimostrato dagli scavi, la città disponeva di una zona agricola ed una zona urbana, al cui interno trovavano posto templi, abitazioni ed una grande piazza che serviva da luogo di riunione per le cerimonie. Come constatato dallo stesso Bingham, non si trattava di costruzioni ordinarie, perché le persone che l’avevano costruite avevano dimostrato una incredibile ingegnosità. Gli artigiani inca disponevano solamente di pietre e di strumenti in bronzo, ma essi erano talmente abili da essere in grado di costruire gli edifici di Machu Picchu con una precisione quasi chirurgica. La struttura, fra le più impressionanti, é senza dubbio il tempio del Sole, un luogo di culto semi circolare che risulta allineato secondo i raggi del sole del solstizio d’inverno. Esso era stato eretto intorno ad una grande roccia sacra che serviva, probabilmente, da altare per gli Incas. Agli occhi degli abitanti di Machu Picchu, la venerazione del Sole costituiva un atto primordiale. Essi praticavano quasi certamente i loro rituali nell’ambito dell’edificio dell’IntiWatana, che custodiva una pietra monumentale scolpita. Gli archeologhi ritengono che, al momento del solstizio d’inverno, gli Incas ”attaccassero” il Sole ad un palo per impedirgli di passare definitivamente dall’altro lato dell’orizzonte.  Se il tempio del Sole e l’IntiWatana erano i luoghi spirituali più importanti di Machu Picchu, la città disponeva di altri sontuosi edifici, articolati intorno ad un palazzo reale. Con ogni probabilità, si trattava della residenza di un illustre personaggio. Il “Palazzo Reale”, la più bella costruzione della città, si trovava a fianco della più grande fontana della zona urbana, che era collegata ad una sorgente, attraverso un canale delimitato da pietre, lungo ben 760 metri. Gli Incas avevano dunque concepito un sistema idraulico molto sofisticato e le loro terrazze, scaglionate lungo il pendio scosceso della montagna, erano altrettanto impressionanti. Circa cinque ettari di campi, questi appezzamenti agricoli fornivano mais e patate per gli abitanti della città e persino avocados per i più abbienti fra di loro. Assorbendo i circa duemila mm. di precipitazioni annuali, le terrazze assolvevano ad un’altra funzione essenziale: esse impedivano alla città di crollare sui versanti della montagna.

La città celeste

Per aprezzare Machu Picchu nel suo giusto valore, non é sufficiente contentarsi di studiare quello che storicamente contiene, ma anche le sue caratteristiche geografiche: la località si trova a 2.430 metri d’altezza sopra il livello del mare ed a 450 metri al di sopra dello stretto e tortuoso corso dell’Urubamba, il fiume che scorre nella valle sottostante e che alimenta il bacino dell’Amazzonia. Si tratta veramente di una città celeste ed il fatto che i suoi abitanti abbiano dovuto trasportare venti tonnellate di pietre fin sul suo sito, con l’aiuto di semplici slitte di legno, la caratterizza come una vera prodezza architettonica, al pari delle piramidi egizie. Ma chi é stato all’origine della sua costruzione?... Bingham porterà nella tomba questo quesito, ma sessant’anni dopo la sua morte, gli storici sembra abbiano finalmente trovato la risposta. Questo progresso di conoscenza noi lo dobbiamo all’antropologo John Howland Rowe (1918-2004) dell’Università di Berkeley. In effetti, egli ha scoperto un documento inca, che evocava un luogo di rifugio reale denominato “Picchu”. Secondo questo testo, i discendenti dell’imperatore Pachacutec o Pachacuti (1380-1460) sostenevano che il luogo doveva essere di loro proprietà. Non poteva che esserci una sola spiegazione: se i discendenti dell’imperatore affermavano di essere gli eredi legittimi di Machu Picchu, la città, a suo tempo, gli era appartenuta. La teoria, secondo la quale Pachacutec aveva ordinato la costruzione di Machu Picchu (intorno al 1450), era seducente per gli storici. Questo dirigente carismatico, temuto per la sua abilità in combattimento, aveva guidato l’impero inca nel periodo del suo apogeo. Egli era indubbiamente abbastanza potente da riunire la manodopera e le competenze necessarie alla costruzione di una città così prodigiosa. Il fatto che Machu Picchu sia stato un luogo di rifugio per l’imperatore ed i suoi consiglieri più intimi appare abbastanza plausibile. Il capo inca e la sua corte risiedevano a Cuzco, ma poiché la capitale era posta ad una altitudine ancora più elevata (3.400 metri), le condizioni climatiche risultavano particolarmente difficili in inverno. Risulta pertanto molto plausibile che, in questo periodo, l’aristocrazia inca si ritirasse temporaneamente a Machu Picchu, utilizzando un ponte segreto, costruito con corde intrecciate, per attraversare il fiume prima di insediarsi nel magnifico palazzo reale.

Grandezza e rovine

Machu Picchu é sopravvissuta al suo probabile fondatore (morto nel 1460). Anche se gli uomini di Pizarro non hanno mai scoperto questo sito, circa 10 anni dopo l’assassinio di Atahualpa, gli abitanti della città erano completamente scomparsi. Forse i suoi abitanti si sentivano troppo isolati in questa città celeste, oppure non potevano disporre di sufficiente alimentazione, Ma, a prescindere dalle ragioni alla base della loro partenza, essi comunque hanno abbandonato Machu Picchu, che verrà, a poco a poco, divorata dalla giungla. La città cadrà progressivamente nell’oblio fino al momento in cui Bingham non ne scoprirà le rovine, nel 1911, circa 350 anni dopo. Oggi, Machu Picchu é ben lungi dall’essere sconosciuta. Centinaia di migliaia di turisti affluiscono ogni anno in Peru per ammirare questo spettacolo fuori dal comune. Come Pachacutec ed Hiram Bingham III (4),  questi visitatori, provenienti da tutte le parti del mondo, sono costretti ad iniziare una lunga e faticosa ascensione a piedi fino alla sommità. Ma, qualche secondo dopo il loro arrivo, potranno avere la piena coscienza che il loro sforzo non é stato vano.

NOTE

(1) Il vero scopritore di Machu Picchu sarebbe stato in realtà Augusto Berns (1842-1888), avventuriero e trafficante tedesco, che visitò per primo la città perduta nel 1867 e iniziò a depredarne le ricchezze col benestare del governo peruviano. Per quanto riguarda le sensazioni della salita a piedi al sito, mi sono riferito alle mie personali esperienze, in occasione della mia faticosa ascesa alle rovine della città, nell’ormai lontano ottobre del 2008;

(2) Separatosi nel 1933 dalla prima moglie dopo la sconfitta per la rielezione al seggio di senatore repubblicano nel Connecticut, si risposa nel 1937 con Suzanne Carroll Hill Bingham (1889-1962) di Baltimora;

(3) l’ultima nel 1948;

(4) che nel frattempo passato in politica diventerà Vice Governatore e Governatore del Connectivut (1925) e Senatore repubblicano del Connecticut (1924-1933); L’archeologo é sepolto nel Cimitero monumentale di Arlington in Virginia;

BIBLIOGRAFIA

  • Balm Roger. Discovery as autobiography: the Machu Picchu case. Terrae Incognitae  (2008) ;
  • Bingham Alfred Mitchell, Raiders of the Lost City American Heritage (1987);
  • Bingham Alfred MitchellExplorer of Machu Picchu : Portrait of Hiram Bingham (Triune Books, 1989) ;
  • Bingham Hiram, The Possibilities of South American History and Politics as a Field for Research, reprinted in Latin American History: Essays in Its Study and Teaching, section III Pioneers, 1900–1918. Austin : University of Texas Press 1967;
  • Bouchard Jean-FrançoisLa arquitectura Inca, Madrid : Sociedad Estatal Quinto Centenario, 1991;
  • Fellman Bruce (December 2002). “Redescovering Machu Picchu”. Yale Alumni Magazine. Retrieved April 7, 2016
  • Rice MarkMaking Machu Picchu: The Politics of Tourism in Twentieth-Century Peru (U of North Carolina Press, 2018.

Massimo Iacopi

 

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