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LA TRINITA' DELL'UOMO: MALE-BENE-IMMORTALITA'

      

   

Religione

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Terzo millennio adveniens

 

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Via della Conciliazione


Un Concilio per riconciliare i Cristiani

LA TRINITA' DELL'UOMO: MALE-BENE-IMMORTALITA'

Terzo millennio adveniens

(Rieti, May 11 2002 12:00AM) Nessun Concilio Ecumenico Vaticano avrà il coraggio di dare una risoluzione definitiva ai dissidi tra la Chiesa Cattolica ed i Cristianesimi delle comunità protestanti e separate. Quale Papa vorrà indicare ai porporati in conclave, tra i temi di studio, quello di riscrivere postulati che definiscano nuovamente il concetto di Popolo di Dio? Servirebbe soprattutto una presa d’atto: che il Popolo di Dio non è più un popolo bue, ma una moltitudine di individui intelligenti, diversi l’uno dall’altro e ciascuno di essi irripetibile. Poi un lavoro paziente e saggio per adeguare regole, ordinamenti, liturgie, alle mutate condizioni del mondo. Infine: “disposizioni transitorie per la riconciliazione”. Di riconciliazione se ne parla e straparla, ma sempre ignorando i veri soggetti della riconciliazione. I Concili non si sono mai posto veramente il problema di “conciliare” le idee diverse, né quello di “riconciliare” i Cristiani divisi. Quando si sente il bisogno di rendere più comprensibili ed accettabili i dogmi della fede, nella consapevolezza delle mutate realtà, non si può fare a meno di accostare alle idee i fatti storici ed uniformare a questi le realtà e gli uomini. La corsa alla globalizzazione offre, almeno in questo caso, un aspetto positivo: si hanno molti mezzi a disposizione per operare una sovrapposizione dei diversi fenomeni che accadono sul globo nel medesimo istante; ciò dovrebbe consentire di trarre spunti per nuove politiche di evangelizzazione. Non intendo con ciò suggerire un ricorso totale ed incondizionato ai media o ad internet; mi riferisco piuttosto alla necessità di promuovere radicali modifiche nella organizzazione ecclesiastica. Non si può continuare ad ignorare certi problemi connessi con la natura umana; né si può continuare a sottovalutare la consolidata difficoltà che ha la Chiesa di “reclutare” sacerdoti. Non desidero qui porre critiche al pontificato di Giovanni Paolo II; si è trattato di un pontificato denso di avvenimenti unici e di svolte storiche. Penso però che un siffatto modo di condurre un pontificato abbia ormai fatto il suo tempo. La maturazione degli eventi corre ormai veloce e ciò che era nuovo e rivoluzionario ieri, oggi è già vecchio o cancellato. Siamo nel futuro: un futuro in cui gli uomini pensano ed operano con ritmi vertiginosi e devono sempre di più competere con un tessuto di tecnologie nel trasporto e nella comunicazione che stimolano facoltà e possibilità prima impensabili; e ciò in un crescendo non ancora completamente definibile. Di fronte a tali possibilità e capacità, la Chiesa si “muove” con ritmi statici e questa immobilità logora l’organizzazione ed impedisce che tutto il Popolo di Dio conosca e viva la Buona Novella. Il fascino delle parabole evangeliche non è mutato, anche se sono trascorsi duemila anni dagli eventi, ma le moltitudini odierne, a differenza di quelle che accorrevano per ascoltare Gesù, si sono fatte più colte ed accorte. Si tende però a conservare, come eredità pura e semplice, una costruzione teologica ed interpretativa delle scritture complessa, vecchia e logora nella quale tra l’altro più volte l’uomo di chiesa è intervenuto per scartare, modificare, adattare, rielaborare, secondo le esigenze storiche contingenti. Io credo, per l’esperienza diretta che ne ho avuta, che la Chiesa si dolga, in fondo, per il progresso dell’uomo, non gioisce per le mutate esigenze di soddisfare i bisogni e combatte la maggiore consapevolezza e la più vasta cultura che sono divenute patrimonio di una vasta sfera di individui. E non è neanche escluso che, sotto-sotto, rimpianga l’isolamento delle masse e quella “santa” semplicità, che era “semplice” ignoranza, e quell’abitudine al silenzio, che era “supina” accettazione dell’inevitabile. Si parla sempre di gente “in cammino”, senza analizzare le mutate condizioni dei “cammini” da percorrere e le realtà contingenti che li caratterizzano. E’ fin troppo facile muovere delle critiche nei confronti di questi modi anacronistici di impostare il discorso dell’evangelizzazione; tanto sono evidenti e stridenti i contrasti con il mondo esterno che si è andato evolvendo intorno alle sorpassate strutture della Chiesa. E non riesco a trovare giustificazioni concrete agli impedimenti che la Chiesa pone all’esigenza di intraprendere l’edificazione di una struttura coerente coi tempi, comprensibile alle nuove e più spiccate intelligenze ed accettabile, in ciò che è possibile, in una prospettiva logica e concreta che tenga soprattutto conto dei principi del diritto naturale così come sono postulati nei Comandamenti e senza dover nulla modificare nel Messaggio Evangelico se non le fantasiose interpretazioni che a volte se ne danno. Dopo il Giubileo il mondo cristiano si aspetta un nuovo Concilio e dal Concilio si aspetta una riorganizzazione della Chiesa e nuovi sacerdoti credenti e motivati che possano realmente dissetare e sfamare il naturale bisogno di immortalità dell’uomo. Le aspettative del mondo cristiano sono dunque quelle di riconciliare gli animi, la gente, le forze espressive, i buoni propositi e gli scopi essenziali, coincidenti con il disegno divino. Si sono spesi secoli in lotte per il potere temporale, mentre si andava praticando il dominio delle coscienze e la coercizione delle volontà puntando spesso a spegnere quell’innato bisogno di libertà ch’è nell’uomo. Alle popolazioni si indicavano modelli di comportamento e di pensiero che mortificavano il libero arbitrio definendone immorale la ricerca e delittuoso l’esercizio, creando nelle masse una mentalità contorta, ossessionata dal peccato. Così crociate, inquisizioni, colonizzazioni, evangelizzazioni forzate, sempre all’insegna di un integralismo sfrenato, ottuso, inconcludente, buono per i disegni di pochi, ma non per la salvezza di tanti. Ancor oggi l’atteggiamento e le pretese dei preti verso i fedeli non sono cambiati. Più volte il Papa attuale ha provato a chiedere perdono per il male fatto dalla Chiesa. Si è trattato di una voce isolata, forse strumentale, ma di grande effetto; inutile ed anacronistica nel sentire dei porporati e dei prevosti. Invece è questo il grido che deve percorrere la Terra. E’ questa la più urgente rivoluzione della Chiesa. Eventi così vicini a questo secolo ed a questa gente; eppure si fa del tutto per glissare, per evitare discussioni e confronti. Si ascrive tutto l’ingiustificabile al “braccio secolare della Chiesa”. E basta. Non se ne parli più. Intanto tutto rimane fermo; buoni preti sempre di meno e quei pochi sempre peggiori; quanto ai fedeli, le solite tre vecchiette a recitare il rosario e, quanto ai modi, niente di nuovo tranne che la maggiore possibilità di scandalo dovuta alla tempestività dell’informazione ed alla sua capillare assimilazione. C’è una radicata tendenza all’immobilismo ed una scarsa versatilità all’introduzione di nuovi canoni o alla revisione di quelli esistenti. Basti pensare che dopo la Breccia di Porta Pia, nessuna Bolla Pontificia ha mai “bollato”, appunto, la pena di morte, che rimane quindi un istituto ancora applicabile dalla Giustizia Vaticana. Paradossalmente il Papa chiede a Clinton la grazia per i condannati a morte o una moratoria agli Stati sulla pena di morte, quando né lo Stato della Chiesa, né lo Stato Città del Vaticano hanno mai cancellato dai loro ordinamenti tale pena. E non è da escludere che un erede di Mastro Titta si aggiri tra i corridoi del Palazzo, in attesa di eseguire qualche sentenza capitale. I Religiosi ed i Sacerdoti a seconda dei casi danno diverse spiegazioni o interpretazioni di fatti analoghi; quindi si può essere giustificati o condannati per uno stesso fatto e con la stessa determinazione, facendo ogni volta ricorso a citazioni tratte dalla Bibbia o dal Vangelo. In sostanza, gli autori di un medesimo fatto possono essere esaltati o biasimati, a seconda che siano o no “vicini” alla Curia. Scritture per tutte le stagioni o, piuttosto, opportunisti dal pulpito con licenza di giudicare? Sempre più spesso la cronaca riporta fatti scandalosi che si consumano nelle sacrestie. Una maggiore trasparenza circa l’impiego delle risorse provenienti da lasciti, donazioni, offerte, questue, raccolte sarebbe un buon incentivo per alimentare la fiducia del Popolo di Dio nei suoi sacerdoti. Non c’è mai stato rispetto per l’intelligenza della gente. Tutto viene modellato intorno ai personalismi sacerdotali ed agli interessi di sagrestia. L’abito consegna il sacerdote ad una specie intoccabile indicata come depositaria delle verità, del bene e della giustizia. Anche fuori dal confessionale e lontano dalle liturgie ufficiali la tonaca o il clergyman sono portati come una sorta di corazza che nulla ha a che vedere con l’umiltà che viene predicata. In virtù di tale presupposto integralista si punta poi facilmente il dito, in ogni ambito, “ex cathedra” e nella vita quotidiana. E si condanna chi non si allinea, senza possibilità di remissione e senza approfondimenti, anche sulla base di false informazioni fornite dal bigotto di turno. Ecco perché mancano le vocazioni. I giovani hanno sete di verità e di giustizia subito, ora, non dopo l’Apocalisse. Ed è così per tutto il Popolo di Dio. Ma i modelli sono evanescenti e la testimonianza è contraddittoria. Le conversioni di anziani, di profughi dell’Est e di Africani neri sono sospette, perché nascono in situazioni di prostrazione morale e di costrizione psicologica. Ne abbiamo esempi anche clamorosi. Si perpetua così un sistema usurato che non produce frutti, ma esaspera e ingigantisce i problemi della Chiesa. Neanche la corsa al riconoscimento ed alla legalizzazione da parte della CEI di “movimenti” e associazioni che si pongono come fine l’evangelizzazione degli ambienti o l’animazione dei gruppi e delle famiglie è riuscita a supplire alla carenza di vocazioni. Ognuno di questi cosiddetti “movimenti” si logora anch’esso, come la Chiesa, nella ripetitività e si esaurisce perché vi scade l’assicurazione di elitarismo con cui viene inizialmente presentato ai nuovi adepti. Quasi sempre, per la testimonianza negativa. Perché in realtà il laico propositivo ed operativo dà fastidio alla linea che il sacerdote responsabile intende dare ed il più delle volte la parrocchia stessa lo rifiuta. Si tende quindi a favorire l’infiltrazione in questi movimenti di soggetti dall’indole accomodante e dalle caratteristiche particolari, ben accetti alla nomenklatura: bigotti; vedovi; genitori di figli disadattati, drogati o portatori di handicap; genitori di figli alla ricerca di un lavoro o interessati al “posto” di insegnanti di religione nelle scuole statali; soggetti che paventano inchieste sul loro conto per reati contro la P.A.; soggetti in crisi con il coniuge; soggetti colpiti da forme patologiche di climaterio e menopausa; soggetti colpiti da malattie tumorali; soggetti obesi, psicopatici, o incapaci di socializzare. E non si escludano i cretini integrali, perché vengono accolti anche quelli, anzi sono i preferiti, perché rappresentano la categoria dei “semplici”, ambita dal Vangelo. Pitigrilli in proposito lasciò un adagio illuminante: “la mamma del cretino è sempre incinta”. Tra questi tipi anche alcuni soggetti che riescono ad intrufolarsi nei palinsesti televisivi locali gestiti dalle Curie ed altri che amano avvolgersi nei mantelli dei vari ordini cavallereschi vaticani per poi accodarsi alle Autorità cittadine nelle processioni, per mostrare in pubblico una patente di onestà, evidentemente in discussione, e guadagnare una collocazione sociale privilegiata da sbandierare davanti ai “semplici” di prima. Questo tipo di immissioni causa gradualmente la fuoruscita dalle associazioni dei soggetti più normali e di conseguenza l’impoverimento e lo snaturamento dei “movimenti”, nonché la modifica radicale degli scopi e degli obiettivi iniziali. Si parte con il finto proposito di evangelizzare gli ambienti, si realizza invece un serbatoio blindato di voti elettorali. Questo fenomeno si verifica in ogni Diocesi, ma nessuno nelle Curie lo ritiene un fatto negativo. Anzi. C’è invece una forte determinazione del Clero a lasciare correre, a far sì che le situazioni degenerate seguano il loro corso e si estinguano per naturale consunzione. Trionfo della cenere e versione parrocchiale della teoria della relatività. I Vescovi, dal canto loro, si mantengono ufficialmente lontani da queste situazioni. Essi amministrano, rimuovono e promuovono, scrivono e predicano, frequentano e partecipano, ma non scendono mai completamente tra la gente, non vanno personalmente a respirare l’aria degli ambienti, non si pongono in ascolto delle varie campane; preferiscono piuttosto credere a ciò che viene loro detto dai giullari di corte e sono appagati, quasi storditi, dall’atmosfera “gestatoria” che viene loro abilmente propinata. In altri tempi si sarebbero contornati anche di nani e ballerine; oggi accettano che si occupi di loro una milizia ammaestrata, tra cui i laici addetti agli uffici diocesani ed i laici responsabili dei “movimenti diocesani di evangelizzazione”; è una milizia tanto accorta che riesce persino a rendersi più accetta dei Sacerdoti, il più delle volte vecchi, stanchi e delusi. Tali “collaboratori”, in virtù della frequentazione ecclesiale, si credono depositari della verità ed esercitano uno pseudo potere fatto di arrivismo, protagonismo, esibizionismo, manie personali, vittimismo, ma soprattutto estremismo ideologico e tutto il resto che si voglia immaginare. Questa pletora interessata di giullari si convince di essere depositaria del bene perché avvezza a leggere scritture evangeliche e recitare meccanicamente preghiere, o perché abituata a muoversi in ambienti dove si parla spesso di santi e di miracoli. Essi confondono l’odore acre della cera bruciata e dell’incenso con il “fumus santitatis”. Del sacerdote assimilano i lati peggiori. Puntano il dito contro i deboli e gli indifesi, accusano, condannano, senz’altro fine che quello di sventolare una patente di onestà. Stalin usava la calunnia e la diffamazione come armi di regime per distruggere un individuo. Hitler addirittura lasciò in proposito una definizione meno torbida, ma inquietante: “Una menzogna, quando è ripetuta più volte, diventa verità”. Ed è proprio questo il pericolo: che i Vescovi, a furia di ascoltare menzogne che la corte dei giullari propina loro con astuzia e tempismo, alla fine si convincono che si tratta di verità e non di mere invenzioni. La menzogna diventa diceria e quindi “vox populi” e quando giunge nelle sagrestie è già “vox Dei”. E’ allora che l’invocazione del perdono e della riconciliazione diventa pettegolezzo ed il contrabbandarla per attività evangelica assume i connotati della frode in atti sacri; senza parlare di certe liturgie celebrate al limite del sacrilego. Deliri di onnipotenza. Gente che non si ascolta e non si osserva; ed a chi si permette di far delicatamente osservare che “il Re è nudo” appioppa la patente di folle o indemoniato, con tanto di scomunica ed esorcismo. Modificare questo quadro dipenderebbe dai Vescovi che non sempre riescono a comprendere cosa succede intorno a loro; perciò non sono in grado di prendere i giusti provvedimenti. E’ necessario pertanto che altri, al di fuori o al di sopra, pongano le basi per una rivoluzione. E’ sbagliato attendersi che questa rivoluzione possa venire dai cosiddetti movimenti: “cursillisti, focolarini, neocatecumenali, carismatici”. Si tratta di vere e proprie scimmiottature dell’Opus Dei, antagoniste dell’Azione cattolica, il cui ruolo è mantenuto ai margini del progetto episcopale, che alla fine diventano rifugio di pochi derelitti, usati dagli attivisti di partito come merce di scambio di favori. Questi dei “movimenti” sono ambiti la cui esistenza, osservata esclusivamente nelle ragioni dei soggetti che vi aderiscono, testimonia soltanto che il Popolo di Dio ha sete e fame e accusa una esigenza di verità, di giustizia e di pace e che tale esigenza ne percorre l’intelletto e ne illumina i sogni e le speranze. Salvo poi a scontarne la delusione per le promesse tradite da parte dei responsabili e degli stessi sacerdoti coordinatori. Umani, portatori di una sorta di “Trinità” che Cristo ha ben illustrato e sottolineato, a cominciare dalla preghiera del Paster Noster la cui formulazione gli viene attribuita: ogni uomo ha in sé la capacità di fare “il bene” e “il male”; ma in ognuna delle espressioni umane è presente un’esigenza propria dell’intelletto: “l’aspirazione all’immortalità”. E’ in questo triplice aspetto della natura di ogni essere umano che si sono inserite nei secoli le speculazioni politico-religiose indirizzate a coartare le intelligenze ed a costringere le facoltà in ghetti di umiltà forzata, semplicità estorta, sottomissione pretesa, obbedienza controllata, propagandate ed affermate come sedi della sapienza e della salvezza. La rivoluzione deve quindi essere Conciliare, ragionata e codificata. Del resto la stessa naturale evoluzione dell’uomo già da tempo va annunciando l’esigenza di radicali cambiamenti. Sta ad un coraggioso, nuovo Concilio dunque il compito di modificare radicalmente, fin dall’inizio di questo Terzo Millennio, l’organizzazione ecclesiastica, la formazione del clero, il rapporto del clero con i fedeli e con lo Stato, i rapporti della Chiesa cattolica con i Cristianesimi separati, protestanti e dissidenti. Affinché l’evoluzione delle generazioni non diventi involuzione delle coscienze. Legittimazione, volontà, coraggio quindi, uniti ad una presa di coscienza che non è più procrastinabile. La dogmatica può e deve essere resa comprensibile e attuale. Il cervello umano, è vero, ha dei limiti, ma ha anche delle formidabili possibilità. Ormai non si può più chiedere, neanche ad un indigeno della foresta amazzonica di “credere a tutto ciò che gli viene detto” senza dargli alcuna spiegazione. Bisognerà piuttosto che qualcuno gli dica: “Noi pensiamo sia così. Rifletti. In ogni caso, non perdere la speranza e soprattutto, sii messaggero di pace e di carità.” In passato ci sono stati periodi in cui un’ipotesi teologica è diventata dogma della Chiesa “a maggioranza”. Perché non tenere conto anche oggi dei sentimenti, del pensiero e delle esigenze di moltitudini e consessi qualificati? Di recente l’Inghilterra ha abolito l’ereditarietà dei seggi riservati ai discendenti dei Lord. E’ stato un coraggioso adeguamento alle nuove esigenze del mondo. La stessa Chiesa Anglicana è l’esempio di una convivenza felice tra le esigenze del culto ed il rispetto dell’autorità statale. Quello inglese è un popolo maestro di libertà e di democrazia forse più di quello francese che dopo la presa della Bastiglia inneggiò alla libertà, alla fraternità e all’eguaglianza, ma andò oltre, sull’onda delle esecuzioni capitali, eliminando non più soltanto i nobili divenuti ricchi sfruttando il popolo, ma anche gli avversari politici, collaudando uno stile che ha fatto scuola nel mondo dei popoli “liberati”. Gli Inglesi sono da oltre tre secoli attenti al rispetto dei diritti dell’uomo ed esercitano la democrazia nel governo del loro paese senza adottare alcuna Costituzione. Forse la Chiesa, dopo millenni di sperimentazione della Buona Novella, potrebbe finalmente attingere qualche idea dall’esperienza anglosassone. E’ una speranza.

 

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