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INTRODUZIONE AL SAGGIO DI SOCIOLOGIA MILITARE DI CARMELO SARCIA'

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Saggio di:

C. SARCIA'


Il Saggio č in via di ultimazione. Un'opera frutto dell'esperienza diretta dell'Autore

 

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L'Autore


La Sociologia ha trascurato i fenomeni comportamentali dei militari

INTRODUZIONE AL SAGGIO DI SOCIOLOGIA MILITARE DI CARMELO SARCIA'

Il Saggio č in via di ultimazione. Un'opera frutto dell'esperienza diretta dell'Autore

(Rieti, 24/03/2012)

 
 
PREMESSA AL SAGGIO DI SOCIOLOGIA MILITARE
L’organizzazione della difesa armata è andata costituendosi parallelamente alla realizzazione delle prime strutture sociali umane e si è accreditata in ogni civiltà come strumento fondamentale per la sopravvivenza. Andando avanti nei tempi essa si è affermata come elemento necessario per la conservazione dei beni della comunità e poi come struttura indispensabile per la conservazione del potere attraverso la vigilanza dei confini territoriali ed il controllo della comunità in essi stanziata. Nel corso dell’evoluzione della società, l’organizzazione militare è divenuta il punto di riferimento primario di tutte le attività umane che infatti, ancora oggi, si organizzano e si gestiscono seguendo i modelli organizzativi e gestionali tipici dell’organizzazione militare. Le organizzazioni militari inoltre, indipendentemente dall’epoca storica e fatte salve alcune specificità riguardanti le razze e le latitudini, si assomigliano indistintamente tutte; e non potrebbe essere altrimenti, poiché ogni organizzazione, per funzionare, deve possedere delle peculiarità essenziali senza le quali fallirebbero la sua funzione e i suoi scopi.
Da questa osservazione preliminare prende avvio lo studio dei fenomeni sociologici che si sviluppano all’interno di una comunità militare. Il risultato vorrebbe essere un “libro bianco” che si propone di presentare il “pianeta militare” alla luce dei risultati della ricerca dottrinaria ed articolato in una sorta di antologia di fatti realmente accaduti e da luoghi comuni e principi generali che,  per soccorrere alla difficoltà di spiegare o di comprendere i fenomeni propri dell’organizzazione militare, sono stati semplificati i comportamenti dei soggetti particolari che la compongono. Le particolarità offerte dai comportamenti esaminati discende dalla capacità  dei soggetti di accettare in genere, più di altri, i vincoli della disciplina e della sottomissione di ogni grado ai gradi superiori che le gerarchie si incaricano di tramandare, in un contesto multiforme nel quale ciascuno viene a trovarsi allo stesso tempo titolare del compito, leader della sua esecuzione parziale e complessiva e responsabile dell’esito, delle conseguenze e della gestione degli imprevisti. In questa ultima battuta sta comunque la vera differenza tra un’organizzazione civile moderna e l’organizzazione militare di ogni tempo. La prima  soggetta ai cambiamenti politici, alle variazioni di regine, all’innovazione legislativa, la seconda invece sostanzialmente stabile e uguale a sé stessa, con picchi di alterazione funzionale in corrispondenza dell’instaurazione di regimi basati più che altro sull’imposizione e sul condizionamento.
La sociologia militare, da scienza negletta, relegata nel limbo delle fenomenologie isolate, limitate ed eccezionali, guardata con sospetto per presunzione ideologica ed antagonismo culturale, assume in questa inchiesta-saggio la dignità di autonoma dottrina, il cui approfondimento offre spazi di riflessione per la valutazione dei sistemi educativi nella famiglia, nella scuola e nel lavoro che investono la responsabilità dei governi .
L’A. è un militare a riposoche ha svolto servizio attivo nell’esercito italiano per circa quarant’anni. Ha indossato l’uniforme all’inizio del 1961, allorché erano trascorsi poco più di 10 anni dal termine del Secondo Conflitto Mondiale. L’equipaggiamento era povero, il vitto approssimativo, l’armamento riciclato dall’usato degli Alleati, gli automezzi in buona parte residuati bellici, le caserme racconciate alla meglio da una manutenzione ordinaria carente, anzi bisognevoli di grossi lavori di ristrutturazione. I quadri erano in buona parte reduci di guerra, alcuni provenienti dal protettorato somalo, ed i nuovi quadri mostravano disorientamento a causa dell’influenza esercitata dalla trasformazione della società in chiave antimilitarista, del clima politico conflittuale, della violenza verbale del sindacato e dell’atmosfera di caccia alle streghe orientata a stigmatizzare ogni parola, ogni atto che potesse rivelare residuali orientamenti del passato regime. Oggetto di questa caccia erano in genere i dirigenti pubblici e i cosiddetti “padroni”, ma in modo particolare i militari, sospettati di essere potenziali golpisti, pronti a sovvertire l’ordine costituito per sostituirlo con un regime militare. In quegli anni si registravano il golpe dei colonnelli in Grecia, l’irruzione a colpi di pistola di un ufficiale spagnolo in Parlamento, i golpe dei militari in Liberia, in Libia e in alcune repubbliche sudamericane. Intorno al Sabotino le milizie Titine si fronteggiavano quotidianamente con gli Alpini italiani. In questo clima l’A. iniziava la sua esperienza militare,dopo aver trascorso i primi 21 anni di vita in una famiglia di radicate tradizioni militari e soprattutto apolitica. Da quella posizione privilegiata, aveva avuto modo di osservare i fenomeni sociologici che si sviluppano all’interno di una comunità militare.
Pur nel rigore dei riferimenti alla cultura sociologica, l’A. ha perseguito lo scopo di rendere accessibile e interessante la lettura di quest’opera che deve comunque essere considerata un supporto tecnico essenziale per chi voglia accostarsi ad una realtà rimasta per troppo tempo emarginata, sospettata e additata come un peso per il bilancio statale. Si è visto dopo ed in ritardo quali fossero in realtà le pesanti intromissini nei bilanci statali. La materia trattata non si discosta dagli schemi fondamentali della sociologia, né dalle dottrine collaterali quai la psicologia e l'etologia, anche se apre nuove finestre su una branca negletta, quella della sociologia militare appunto, trascurata o ignorata e considerata comunque marginale. Forse perché il termine “militare” ha sempre evocato azioni di conquista, la presa violenta del potere, il condizionamento di alcune libertà, l’assedio, la distruzione, il saccheggio, le privazioni,  la morte. Quel che ha guidato l’A. nella sua ricerca è però il modo dei militari di comportarsi, di organizzarsi e di affrontare le problematiche e soprattutto gli imprevisti. Bisogna comunque tener presente che la società civile è generalmente orientata a riprodurre tali comportamenti, pur rinnegandone la  matrice di provenienza, anzi cerca di mitigarne l’imitazione, fingendo di ignorare che le procedure generalmente adottate sono necessarie ed ineludibili se si vuol organizzare una moltitudine di individui, motivo per cui vengono in definitiva mutuate da quelle militari. Il risultato, in mancanza di formazion e e di addestramento specifico, è quasi sempre grottesco e spesso dannoso. Si osservino le mimiche comportamentali, imbarazzate,  improvvisate, sbrigative,  prepotenti e  in violazione della legge, dei militanti nelle organizzazioni locali di protezione civile.
L’argomento é, come si può comprendere, spinoso, perché va comunque ad influire sul naturale riserbo delle gerarchie militari. L’A. passa dunque in rassegna alcuni tra i più vistosi fenomeni che caratterizzano la comunità militare, che la diversificano, ma solo in apparenza, dalle altre comunità e snoda la sua trattazione ripercorrendo le esperienze personali, in generale con riferimento specifico all’etologia ed alla psicologia degli individui oggetto dell’indagine.
I militari sono considerati nell’opinione comune una categoria privilegiata. In realtà si tratta di una categoria  economicamente e socialmente emarginata, tacciata dalla politica di incapacità e di autoritarismo, considerata un peso perchè consumerebbe risorse altrimenti destinate ad altri scopi, ma soprattutto, ai tempi della leva nilitare, colpevole di sottrarre giovani al lavoro, nella fase più precaria della loro vita, a causa dell’obbligatorietà del servizio di leva. Abitualmente, alcuni ignoranti appartenenti ad espressiioni politiche marginali e poco accorte, trovasno che le spese per l'acquisto di cacciabombardieri sia il male assoluto, ignorando gli impegni presi dall'Italiua in seno lla NATO, organizzazionecheha assicurtato fin'ora la pace e il progresso negli scacchieri occidentrali. Questo modo di considerare i militari, li ha di fatto isolati dal contesto sociale. Il resto lo ha fatto il Parlamento ponendo limitazioni oggettive alla formazione, alla carriera e all’impiego. Le limitazioni imposte ai  militari in quanto tali condizionano i loro comportamenti e sono causa di frustrazione e di pseudo-patologie che si evidenziano in diverso modo, a seconda del livello gerarchico, della funzione attribuita, dell’incarico assegnato, del “potere” connesso e dell’anzianità di servizio in relazione al grado conseguito, alla funzione e alla retribuzione.
Si tratta di aspetti dissimulati, per convenienza ideologica e di status, che vanno ad influenzare il carattere e che affiorano in particolari condizioni evolvendo in forme particolari, con manifesta e crescente perdita dell’autocontrollo e dell’autostima, assunti quasi sempre per imitazione inconscia o che sono già patrimonio negativo del soggetto.
Spesso tali aspetti sono caratterizzati da forme comportamentali legate a complessi psicologici non rivelati dai test di in sede di selezione attitudinale, per inadeguatezza del metodo, o per scarso interesse di coloro che lo applicano, non raramente per effetto di interventi esterni estranei alla struttura di selezione (raccomandazioni) che obbligano gli addetti a compiere scelte non parametrate alle effettive attitudini, i cui effetti si proiettano sul rendimento con conseguenze imprevedibili. Essi si manifestano in varie forme, a seconda della capacità del soggetto a reagire in forma positiva al mondo circostante: egocentrismo, tendenza al paternalismo, vittimismo, invidia, dissociazione, delirio di onnipotenza, autoreferenzialità, tendenza alla prevaricazione, alterazioni della personalità nei rapporti interpersonali (debole coi superiori, prepotente cogli inferiori), esaltazione di sé e sottovalutazione dell’altro, incapacità organizzativa, inadeguatezza al lavoro di gruppo, mancanza di senso di collaborazione, carenze nell’assegnazione dei compiti, improvvisazione, dilettantismo, basso livello culturale. Tutte situazioni spesso legate tra loro dal filo della devianza maniacale, tipica dei soggetti repressi e condizionati.
A dire il vero si tratta sindromi che colpiscono tutte le condizioni umane apparenti, da quella operativa e impegnata, a quella rinunciataria e parassita. E’ invitabile che l’animale uomo, costretto da regole e da tutori a muoversi entro binari predefiniti,  si senta in genere oppresso e privato dell’anelito naturale della libertà, inteso come una sorta di diritto ad esercitare pienamente il libero arbitrio al di fuori dei concetti di bene e male. Concetti apparentemente  inventati dalle religioni, ma, a saper ben osservare, legati alla natura stessa degli esseri viventi ed agli stimoli naturali della conservazione delle specie. Infatti nel diritto naturale “bene” è tutto ciò che concorre alla conservazione dell’individuo (essere vivente) e del gruppo (branco o tribù) ed alla riproduzione (ruolo della femmina). Mentre è “male” tutto l’esatto contrario. Quanto al ruolo della femmina, il saggio non ha tralasciato i riferimenti alle conseguenze  della  infelice scelta, a dir poco avventuristica, di  arruolare le donne nelle forze armate.
Il processo di condizionamento avviene naturalmente, per esperienza, non per induzione o per obbligo sociale, e rappresenta il progresso dei metodi per conseguire la sopravvivenza.
La trasposizione di questi concetti nell’universo militare, proprio a causa del compito che la comunità affida ai militari, che è quello della difesa del territorio e della comunità nazionale, mostra come proprio i militari siano più di altri soggetti a risentire della privazione di gran parte delle libertà sociali accordate, almeno a livello teorico, dalle carte costituzionali agli altri cittadini. Si tratta a ben vedere di un paradosso. Il condizionamento degli istinti ancestrali, comunque presenti per eredità nel DNA di ogni essere vivente, il bisogno della proprietà, la rivalità, la gelosia, l’aggressività, è maggiormente diretto proprio verso coloro che idealmente, proprio per la professione dell’esercizio della “forza” come compito primario loro affidato, dovrebbero essere “liberi” più di altri nella fruizione dei diritti.
In realtà le esperienze millenarie dei popoli, attori e vittime dei danni delle orde conquistatrici, non diverse da quelle vissute dai popoli nei più recenti conflitti mondiali, diventano in definitiva più gravati dai doveri piuttosto che dai diritti, perché ritenuti portatori di capacità e tendenze di cui è possibile fare a meno. Questo concetto è maturato gradualmente nell’aura delle politiche pacifiste, nel solco dei tentativi di dialogo imposti dalle grandi potenze, dopo gli esiti delle indipendenze concesse forse prematuramente alle colonie, sotto gli echi di propaganda delle teorie  della non violenza diffuse da Gandi e Martin Luter King e dai Radicali in genere. Per inciso, il frutto più indigesto della maturazione pacifista è stata la emarginazione dei dispositivi militari, ritenuti un fardello dispendioso e pericoloso e gravati dal sospetto golpista paventato nell’immaginario collettivo e quindi sempre possibile.
In realtà i regimi “democratici” moderni non sono stati coerenti con il principio pacifista, definito teoricamente di civiltà, ma nella pratica, aggirato senza remore in tantissimi casi: Afghanistan, Cecenia, Iraq, Libia. Nei paesi dove la “democrazia” ha assunto una veste totalitaria, i militari hanno giocato un ruolo preponderante, persino in Paesi dove le gerarchie religiose non hanno mai rinunciato del tutto a prendere il sopravvento (Turchia, Iran, Egitto, Siria).
Le aspirazioni dei militari, a causa del contesto comportamentale imposto dalle condizioni di ingaggio, risultano talvolta frustrate e falsate rispetto all’originale progresso mentale umano e radicano nella personalità dei singoli sensi di colpa più o meno dissimulati che spesso si manifestano in un protagonismo eccessivo che va a modificare la dimensione dei ruoli e dei rapporti. Ciò apparentemente esalta le capacità operative del soggetto, anche oltre la tolleranza media, ma ciò avviene spesso sul filo dell’esaltazione dello scopo o della soccombenza paventata cui talvolta si legano il timore del fallimento della carriera, le limitazioni nei rapporti familiari e amicali e il condizionamento delle prospettive di vita.
A ciò si aggiunge una difficoltà strutturale, della quale soffre l’organizzazione militare nel suo complesso, che nasce dal permanente disagio che le alte gerarchie provano nel dialogare con i politici di turno, detentori del potere effettivo e amministratori della cosa pubblica.
La difficoltà dipende dal fatto che gli alti gradi militari guardano ai politici come ai titolari del potere di assegnare promozioni e vantaggi; mentre i politici guardano alle gerarchie militari come a soggetti pericolosi, da condizionare e sottomettere, perché provvisti di un bagaglio culturale geopolitico e strategico potenzialmente pericoloso per la sicurezza dello Stato, nella maturata convinzione di non poter competere a livello culturale coi cosiddetti Generali e di essere detentori di un potere effimero legato alla durata del mandato politico. Ed anche per timore che possa ripetersi l’esperienza del ventennio fascista che conserva, sia pure in misura limitata, nostalgici tra la popolazione più anziana. Ma anche per il senso di colpa di cui soffre ogni politico, specie nei tempi più recenti, quanto alla sospettata tendenza dei politici in genere  al culto degli abusi, del nepotismo, dell’allegra gestione delle risorse con risvolti di appropriazioni indebita di fondi stanziati per utilità pubbliche. In questo variegato quadro, è evidente come i politici indirizzino normalmente le loro scelte su soggetti che abbiano manifestato una sufficiente vicinanza alla parte politica al Governo, con una buona predisposizione ad accettare retribuzioni modeste, peggioramento delle carriere, soppressione dei meriti, mantenimento di bassi livelli operativi e isolamento sociale.
L’analisi condotta dall’A. prende in considerazione, in funzione delle esperienze vissute, gli atteggiamenti specifici che caratterizzano la personalità dei militari e i loro aspetti comportamentali nei vari ruoli e nelle diverse situazioni. In questo bacino d’indagine vengono rilevati luoghi comuni, manie, abusi, estrosità, particolarismi, abitudini, istinti, predisposizione all’imitazione, stravaganze, atipicità del linguaggio. Le differenze caratteriali  dei militari vengono attribuite all’appartenenza alle varie Armi e Specialità. In parte ciò è vero. Ma è anche vero che nelle fasi del reclutamento e nel corso della formazione si realizza una simbiosi tra la morfologia comportamentale personale e il modulo formativo obbligato, assistita dall’attitudine del soggetto ad acquisire familiarità con l’ambiente e con la materia operativa e con la predisposizione ad accettare determinate pratiche di iniziazione come ad esempio il rito della “comunione” negli Alpini, l’imposizione delle flessioni nei paracadutisti e con tutte una serie di altre pratiche di cui l’antologia del “nonnismo” è purtroppo e tragicamente piena.
L’indagine, condotta sempre nel quadro degli interessi sociologici oggetto dell’indagine, offre uno spaccato di questo particolare tipo di comunità sociale e comprende un itinerario che analizza situazioni che l’A. ha vissuto personalmente, o che ha acquisito da altri e che ha interpretato sociologicamente  accostandone la genesi alle esperienze degli studiosi citati in bibliografia.
Ne emerge un saggio che può interessare gli studiosi di sociologia, ma anche gli stessi militari. Una guida specializzata, unica nel suo genere, utile per chi voglia approfondire aspetti meno noti del cosiddetto “pianeta militare”. In particolare, grazie all’ampia casistica che lo arricchisce ed alla capillarità dell’indagine condotta, il saggio può essere considerato un Vademecum utile a chi sia interessato a cogliere l’opportunità di operare una controanalisi delle tendenze, proprie e dei sottoposti, cui accedere senza preclusioni disarmoniche e senza opposizioni precostituite, aperti all’individuazione degli aspetti reconditi delle realtà contingenti nelle quali potranno riconoscere e approfondire aspetti già noti.
(NOTA: Il Saggio è tuttora in lavorazione, specie per quanto riguarda la descrizione delle tipologie personali frutto dell'esperienza diretta dell'Autore. Si conta di anticiparne intanto alcuni capitoli, quanto prima.)

 

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