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COM’E’ BELLA LA NEBBIA QUANDO CADE

      

   

Recensioni

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Recensione di:

C. SARCIA'


Casa Editrice Kimerik. Diffusione “LiberoVolo” di Cinzia Ceriani Montecchio Maggiore (VI)

 

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TANIA PIAZZA


Un nuovo libro di Tania Piazza. Prefazione di Riccardo Colao.

COM’E’ BELLA LA NEBBIA QUANDO CADE

Casa Editrice Kimerik. Diffusione “LiberoVolo” di Cinzia Ceriani Montecchio Maggiore (VI)

(Greccio, Sant'Elena (Rieti), 23/11/2015)

L’approccio con un libro non è mai automatico. Non succede mai che uno apre, legge dall’inizio alla fine e poi butta giù la recensione. Non è neanche nel mio stile rilasciare recensioni accondiscendenti a prescindere. Né, per quanto ricordi, è mio costume scrivere elaborati critici seguendo un cliché preconfezionato. Ricavo invece le mie sensazioni da un esame graduale dell’opera, che parte dalla veste tipografica, passando per la caratura dell’Editrice, per le notizie riguardanti l’Autore, per l’impianto formale, per la modalità espressiva ed infine per l’argomento trattato. A seguire, una rispettosa intromissione tra le pagine, alla ricerca del fine, dello scopo che ha animato l’Autore, se la semplice auto celebrazione, senza precisiprecisounazioniattato ed infineMontecchio Maggiore (Vicenza) indurre nel lettore comem unm'disfazione, quasi in disorientamento obiettivi sociologici, morali, filosofici, spirituali, etici, oppure il desiderio di rendere immortale un’autobiografia, o di esorcizzare una delusione, o di far rivivere un felice ricordo.

L’Opera è presentata da Riccardo Colao, giornalista e scrittore calabrese, validamente più volte gratificato con premi ed incarichi di rilievo, del quale si individua il tratto del narratore abituale e la capacità di giocare con le parole ed i significati, come solo i Meridionali di cultura sanno fare. La localizzazione della sua prefazione, così poetica e sentimentale, forse un po’ aulica, ne è un esempio concreto: “Dal Casale di Poggio Alto, una notte di fine luglio 2015”. Delle sue note mi hanno però stupito dei falsi ossimori che mi è parso di trovare nelle righe conclusive. Paragonare ad un novello Cristoforo Colombo il lettore dell’Opera, mi è parsa una “condanna” a procedere nella lettura per tentativi, senza riuscire a capire dove volga la storia e se essa avrà mai una conclusione. Parallelamente Colao esprime un criptico elogio alla fatica dell’Autrice: “…affascinante cimento di Tania Piazza”, quindi, a pagina 15, sferra un sottile fendente sull’intero elaborato: “La vita è fatta di giorni che non significano niente e di momenti che significano molto, forse tutto”. Gioca con le parole Colao, dice e non dice, infatti conclude con una considerazione para-filosofica che mischia magistralmente le carte, lasciandomi di stucco: “La lettura di questo libro, in verità, contribuirà a donarcene tantissimi”, con un evidente riferimento magistrale alle sensazioni che il libro è destinato a suscitare n ei lettori. Quindi un falso ossimoro, celato tra le righe, come nella migliore tradizione dei discendenti della Magna Grecia. Ho esaminato la prefazione, ancor prima di avere letto il libro, alla ricerca di una guida e vi ho trovato preziosi avvertimenti. Mi è parso che il Colao abbia voluto avvertire il lettore che il libro contiene “pezzi” che significano tanto e “pezzi” che non significano niente e che sta appunto al lettore individuarli. Rimane il fatto che Colao in conclusione definisce la sua prefazione “un sogno di mezza estate”, scusandosi con l’Autrice per non averle reso la prefazione che le aveva promesso. Mistero nel mistero.

Desidero comunque sgomberare il campo da ogni offuscamento, da ogni possibile “nebbia” che si rifiuti di “cadere”, riguardo al giudizio complessivo sull’Opera, affinché le note che seguiranno siano accolte con interesse e servano a rilasciare suggerimenti, specie ad una giovane scrittrice che certamente sa che la vita serve ad inseguire con tenacia l’apice del successo, senza mai demordere, e sa che forse tutta la vita non basterà a raggiungerlo. Della Piazza ho apprezzato il linguaggio fresco, giovane, non legato ad accademismi scolastici. Un linguaggio diretto ed esaustivo che coinvolge il lettore fino ad imprigionarlo nella storia, tenendolo col fiato sospeso fino alla conclusione.

Un libro così va letto, assaporato, approfondito. E’ comunque difficile parlare di un libro senza aver mai conosciuto la persona che l’ha scritto. Avventurarsi quindi nella disamina dei caratteri che ne costituiscono l’ossatura portante ed il light motive diventa un esercizio faticoso ed insieme rischioso. Anche perché l’onestà intellettuale del critico, se esiste, deve essere esercitata fino in fondo. Ed è appunto con la luce dell’onestà intellettuale che mi sono introdotto nella storia, per capirne innanzitutto i propositi più che gli scopi, per cercare di condividerne almeno la trama, se non gli espedienti utilizzati per narrarla. Vi ho trovato la ricerca esasperata, ripetuta con decisa malizia, del paradosso e la voglia di stupire, avvincere, sorprendere a tutti i costi. Questi artifici narrativi non sono però la sola novità che ho riscontrato scorrendo le pagine. Anche l’apparato scenografico, spesso tormentato, esasperatamente descrittivo, fino a scivolare, talvolta, nel ripetitivo o nel superfluo, caratterizza l’immagine complessiva dell’Opera, al di là delle emozioni, del pathos che il racconto vorrebbe suscitare nel lettore. Senza tralasciare le soluzioni di contorno all’impianto generale, non tanto la eccessiva lunghezza della Parte Prima, a fronte della minimalità delle due parti che seguono, quanto con riferimento all’eliminazione dei titoli da ciascun capitolo, sostituiti dalla numerazione pura e semplice. Un “vezzo” che sembra voglia diventare un’abitudine caratterizzante. Una soluzione che definirei azzardata, perché imprime connotati di evasività, piuttosto che di mistero. Quasi una reminiscenza ancestrale, meccanica, di recupero delle pulsioni degli scrittori della beat generation, la “gioventù bruciata” del dopoguerra. Perché l’impatto sul lettore della omissione dei titoli non termina nel singolo capitolo, ma prosegue nell’indice, che viene così trasformato in un fantasma, in una caricatura che sorprende, spiazza, scompone, terrorizza. Un racconto si dipana anche attraverso i “grani” del suo rosario, che sono i titoli dei capitoli. Il lettore si innamora dei titoli, che condensano l’essenza della trama, i pensieri, la poesia, la musicalità delle parole. La letteratura, laddove avesse bisogno di “novità”, le trova nelle espressioni, nelle riflessioni e nelle invenzioni letterarie e filosofiche. Un tradimento, un amore, una solitudine, non diventeranno mai letteratura se si fermeranno a strisciare nella palude della narrazione “gialla”, se non saranno esaltati dai racconti dell’anima, dal soffio della poesia, dalla luce e dal buio che, a seconda dell’evento guida, illuminano, oppure oscurano, quel legame sottile che dà all’uomo le ragioni per vivere, o la disperazione del morire. Devo confessare che la lettura del libro mi ha lasciato un vuoto profondo, un senso di insoddisfazione, quasi un disorientamento. Questo tuttavia non mi impedisce di spronare l’Autrice a continuare  e, se possibile, uscire dallo schema sperimentato, per avvicinarsi a differenti modalità organizzative. Credo che l’artifizio di voler stupire a tutti i costi, di voler indurre nel lettore come un’ipnosi, alla fine non valga lo sforzo enorme di scrivere un libro.


 

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