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LA SFIDA DI RENZI NELL’ITALIA DIVISA IN VENTI REGIONI

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Commento di:

Goffredo Buccini


Entro primavera nove regioni al voto. Il rischio astensione in Emilia spaventa il PD.

 

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GOFFREDO BUCCINI


Dall’Emilia alla Calabria

LA SFIDA DI RENZI NELL’ITALIA DIVISA IN VENTI REGIONI

Entro primavera nove regioni al voto. Il rischio astensione in Emilia spaventa il PD.

(Milano, 21/11/2014)

Un’opinione di Goffredo Buccini del Corriere della Sera, pubblicata il 21 novembre 2014 a pagina 20 © RIPRODUZIONE RISERVATA che vale la pena di rileggere, ora che siamo alla vigilia di importanti chiamate alle urne di elezioni amministrative in tre capitali regionali di grande importanza (Milano, Roma, Napoli). In queste tre città è rappresentato il sentimento nazionale. Prevarrà la certificazione del fallimento del Dottor Renzi Matteo quale Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, oppure sarà certificata la rivincita di quel Popolo delle Libertà ormai sbandato, senza una guida effettiva e ridotto a banderuola, anzi a quaglia saltatrice e prezzolata, compensata infatti con poltroncine e strapuntini. Cosa non si fa in Italia per stare dietro ad una scrivania, dotato di lauti compensi e munito di segreterie e deputato a godere di servizi “istituzionali”?...

Il Dottor Renzi non lo ammette. Ma questo sarà un test di spessore sull’intera sua performance di governatore dell’Italia. (C.Sarcià)

LA SFIDA DI RENZI NELL’ITALIA DIVISA IN VENTI REGIONI

DI GOFFREDO BUCCINI

(Corsera del 21/11/2014 pag. 20 © RIPRODUZIONE RISERVATA)

Entro primavera nove regioni al voto. Quasi tutti i governatori eletti nel 2010 sono stati spinti o costretti alle dimissioni. Il rischio astensione in Emilia spaventa il PD. Ora tocca al premier smantellare un federalismo sbagliato.

Il primo allarme suona in queste ore. Da qui a primavera nove Regioni andranno al voto, ma si comincia già domenica con la Calabria e l'Emilia-Romagna. I fardelli sul­le spalle dei partiti sono gravi, il quadro da Nord a Sud è al limite dell'impresentabilità. Quasi tutti i governatori eletti nel 2010 sono stati spinti, se non costretti, alle dimissioni; tre­cento consiglieri regionali sono finiti sotto in­chiesta; la magistratura ordinaria e la magistra­tura contabile tentano di riprendere il bandolo di una matassa che, rotolando, diventa indigna­zione popolare, delegittimazione del politico della porta accanto, come in una nuova Tan­gentopoli stavolta orizzontale, più diffusa e dunque persino più pericolosa. Delle due Re­gioni chiamate per prime alle urne, la Calabria è stata travolta dalla condanna del presidente Scopelliti (NCD), che s'è preso sei anni in primo grado per abuso e falso, lasciandosi alle spalle -da sindaco- voragini nei bilanci di Reggio; sull'Emilia si è appena scaricato l'ultimo nuvo­lone di Rimborsopoli (brutto neologismo, per una sostanza anche peggiore): 42 avvisi di fine indagine a consiglieri di tutti i gruppi dell'as­semblea legislativa per rimborsi fasulli e talvol­ta demenziali (un sex toy, un gettone per il wc pubblico...) piovuti sulla scena a nemmeno due settimane dal voto; con l'aggiunta, ancor più re­cente, delle registrazioni di Marco Monari, ex capogruppo democratico: un piccolo e inquie­tante bignami di cinismo. Se è morta la vergogna tra i rappresentanti del popolo, forse è bell'e defunta pure la pazienza tra i loro rappresentati. Così, a comincia­re proprio dall'Emilia, il PD, unico vero attore ri­masto in scena, si trova davanti a un nuovo in­cubo: l'astensionismo persino nella roccaforte rossa. Graziano Delrio ha cercato di esorcizzarlo a SkyTg24: «C’è un po' di disattenzione in questo momento, ma i cittadini coglieranno l’importanza di questa elezione». I sondaggi però dicono altro. E dovrebbero indurre a ragionamenti più coraggiosi il partito renziano che del corag­gio fa, almeno nominalmente, bandiera. Perché, sulle Regioni, la sinistra ha forse qualcosa da farsi perdonare. Un galantuomo come Meuccio Ruini le definì alla Costituente «l'innovazione più profonda» della Carta re­pubblicana, persuaso che le autonomie locali avrebbero prodotto «un ingrandimento della persona umana», e non c'è dubbio che ingran­dimenti personali ci siano stati, eccome: alme­no nel tenore di vita di molti eletti. Rimaste in sonno dal 1948 (la DC aveva appe­na vinto le storiche elezioni del 18 aprile, nei successivi ventidue anni si guardò bene dal consegnare al Pci un simile contropotere loca­le) furono infine scongelate nel 1970, aggiun­gendosi a quelle a statuto speciale, sull'onda montante comunista e sul mantra del decentra­mento: la «profonda innovazione» cominciò a tradursi in nuovi notabilati, nuove nomenclatu­re di burocrati, nuovi florilegi normativi. Ed è sempre la sinistra, qualche decennio do­po, a regalarci il mostro a venti teste che abbia­mo sotto gli occhi. A metà anni Novanta, Umberto Bossi aveva in mano una ghiotta golden share dopo avere ribaltato il governo Berlusconi; e la sinistra allora dalemiana prima concepì il leghismo come una propria «costola», poi abbracciò l'ossimoro del «federalismo a Costituzione invariata» con la legge delega 59 firmata da Bassanini nel 1997 e un massiccio trasferimento di risorse nel nome Iella sussidiarietà, quindi tramutò nel '99 i pre­sidenti di Regione in “ras” locali facendoli eleg­gere direttamente dal loro popolo; infine mise mano al titolo V della Costituzione nel 2001, creando venti piccoli Stati, venti sanità diverse, venti idee di turismo in conflitto, venti centri di spesa e di sperpero dei nostri soldi (N.d.D. … ed allargando la piattaforma delle ruberie, prima limitata ai soli politici, a tutti i dirigenti pubblici, persino quelli del piccoli Comuni).

Certo c'erano obiettivi importanti nel mirino: depotenziare la vulgata secessionista (ricordate i Serenissimi balenghi del tanketto, primavera ‘97?), erodere la base leghista, ritrovare le mas­se. Ma, col senno di poi, l'ha spuntata il vecchio Bossi che, coi suoi sodali, voleva semplicemente la dissoluzione della nostra patria. Purtroppo a siamo vicini, la babele è dietro l'angolo. Sei italiani su dieci detestano le Regioni, ma il trenta per cento vuole che la propria Regione a separi dall'Italia, però quasi il cento per cento è legato soprattutto al proprio campanile sic­ché sulla falsariga del referendum «catalano», che i separatisti veneti invocano, spuntano vari mini-referendum cittadini. Renzi non ama le Regioni. La querelle sul ta­llio da 4 miliardi e quella -anche più fresca- sulle colpe del dissesto idrogeologico ne sono pie eloquenti. Sarebbe un buon risarcimento per l'Italia se il leader non comunista del partito che dal Pci ha ereditato crediti e debiti storici ragionasse sulla chiusura di questo capitolo. Magari aprendo un processo -necessariamente culturale prima che normativo- che accosti a quegli staterelli rissosi una parola scomoda ma forse inevitabile: abolizione


Goffredo Buccini

 

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