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LE DIMISSIONI DEI PAPI NEI SAECULA SAECULORUM, AMEN

      

   

Religione

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Commento di:

C. SARCIA'


La forzatura antistorica di Benedetto XVI di riservare a sé il titolo di Papa Emerito

 

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PAPA CELESTINO V


Celestino V e Benedetto XVI non sono gli unici dimissionari nella storia dei papi

LE DIMISSIONI DEI PAPI NEI SAECULA SAECULORUM, AMEN

La forzatura antistorica di Benedetto XVI di riservare a sé il titolo di Papa Emerito

(Case Sant’Elena di Greccio Città del Presepe (RI), 10/02/2016)

Nell’articolo pubblicato da Libero il 13 aprile 2015 dal titolo “PAPA FRANCESCO, L'OMBRA DI DUE NUOVE IRREGOLARITÀ SU DATA E SCHEDE NEL GIORNO DELL'ELEZIONE” Antonio Socci propone una accurata disamina circa i nuovi sospetti di illegittimità della elezione dell’attuale Papa e a corollario vi aggiunge alcune valutazioni attinenti le motivazioni ideologico-politiche con le quali lo stesso ha mostrato di voler gestire il papato. Nel medesimo articolo Socci pone anche in evidenza le differenze sostanziali fra i frutti nefasti della politica di propaganda della fede fatta dal cardinale Bergoglio in Argentina, rispetto a quelli di ricchezza vocazionale prodotti dalla Chiesa statunitense. Quanto ai sospetti di illegittimità delle procedure seguite dal Conclave, dopo le dimissioni di Benedetto XVI, per giungere all'elezione del nuovo papa, Antonio Socci scrive:

Il Conclave del 2013 è stato davvero un disastro. Ogni giorno che passa saltano fuori nuove magagne, una più grave dell’altra. E i profili di invalidità si fanno sempre più consistenti. Lo sanno bene gli addetti ai lavori che però oggi stanno copertissimi a causa di una certa atmosfera repressiva che domina oltretevere in questi mesi. Ho ritenuto di ravvisare tre violazioni delle norme, nel mio libro «Non è Francesco», che già di per sé possono rientrare in quelle che comportano la nullità dell’elezione. Ora se ne aggiungono altre due, così evidenti che mi sono state segnalate da alcuni lettori.

CONCLAVE E SEDE VACANTE

La prima. Fra l’annuncio della rinuncia, l’11 febbraio 2013, e l’inizio della sede vacante, il 28 febbraio, Benedetto XVI firmò il Motu proprio «Normas nonnullas» per integrare e mutare piccole parti della costituzione che regola l’elezione del papa, la Universi Dominici gregis. L’articolo 37 veniva così formulato da Ratzinger: «Ordino che, dal momento in cui la Sede Apostolica sia legittimamente vacante, si attendano per quindici giorni interi gli assenti prima di iniziare il Conclave; lascio peraltro al Collegio dei Cardinali la facoltà di anticipare l’inizio del Conclave se consta della presenza di tutti i Cardinali elettori». Stando a questo articolo dunque il Conclave doveva iniziare dopo il 15 marzo perché la sede vacante era iniziata il 28 febbraio. Il Collegio cardinalizio poteva anticipare il Conclave solo con la «presenza di tutti i cardinali elettori» (norma dovuta a incidenti gravi del passato).

I CARDINALI ELETTORI

In effetti il Conclave del 2013 è stato anticipato, per decisione dell’ottava Congregazione generale del Collegio dei cardinali tenutasi nel pomeriggio dell’8 marzo 2013. «Il direttore della Sala Stampa aveva ricordato che da ieri i 115 elettori sono tutti presenti» si legge nell’articolo di Avvenire del 9 marzo, firmato Mimmo Muolo. Ma se i cardinali presenti erano 115 e gli elettori erano 117, ne mancavano due: Julius Riyadi Darmaatmadja e, per motivi diversi, Keith Michael Patrick O’Brien che, pur avendo inviato le loro motivazioni, recepite dai cardinali, tuttavia restavano a tutti gli effetti «cardinali elettori», tanto che in ogni momento potevano venire a Roma ed entrare in Conclave anche dopo il suo inizio (art. 39). Lo stesso Avvenire rilevava la loro assenza. Con tale assenza però il Collegio cardinalizio non era al completo come richiesto dal Motu proprio e non poteva decidere l’anticipo del Conclave che ha eletto il cardinal Bergoglio il 13 marzo, un giorno nel quale il Conclave non doveva nemmeno essere iniziato. Come è stato possibile allora assumere quella decisione? Ma c’è un’altra violazione. È noto che nella quarta votazione del 13 marzo si è trovata una scheda che ne conteneva un’altra, in eccesso, rimasta attaccata. Applicando l’articolo 68 dell’Universi Dominici gregis, si è deciso di annullare quella votazione e farne subito un’altra. Nel mio libro ho ravvisato in questa decisione due violazioni delle norme, perché si doveva applicare l’articolo 69 (non annullando quella votazione, ma solo quel voto) e non si poteva votare un’altra volta in quanto le norme pontificie impongono di non fare più di quattro votazioni al giorno (art. 63). Tuttavia se proprio si voleva applicare l’articolo 68, lo si doveva applicare integralmente.

SCHEDE DA BRUCIARE

Esso infatti impone, una volta annullato il voto, di bruciare quelle schede prima di procedere a una nuova votazione («omnes comburendae sunt, et iterum, id est altera vice, ad suffragia ferenda procedatur»). C’è un motivo importante per cui Giovanni Paolo II, nell’Universi Dominici gregis, prescrive questo: per eliminare dalla Cappella Sistina qualsiasi scheda votata, cosicché la successiva votazione non possa essere nemmeno ipoteticamente inquinata da schede già votate o da sospetti. Quindi si dovevano bruciare subito. Ma il pomeriggio del 13 marzo non vi fu quella seconda fumata nera per la quarta votazione annullata. Vi fu solo, alle 19.06, la fumata bianca della quinta votazione. Perché? È necessario appurare se si sono verificate (anche) queste due violazioni, perché - se così fosse - è assai probabile che possano rappresentare causa di nullità dell’elezione. L’articolo 76 dell’Universi Dominici gregis infatti afferma: «Se l’elezione fosse avvenuta altrimenti da come è prescritto nella presente Costituzione o non fossero state osservate le condizioni qui stabilite, l’elezione è per ciò stesso nulla e invalida». In questo campo la misericordia non c’entra. Almeno qui la legge deve regnare sovrana.

Quanto invece al carattere, non proprio conservatore, adottato da Papa Bergoglio nella sua azione apostolica, oltre che alle modalità di conduzione delle politiche di gestione e di comunicazione all’interno dello staterello e nei rapporti con l’esterno, Antonio Socci non esprime in proposito giudizi positivi e per rafforzare questa sua convinzione, si riporta ai risultati ottenuti da Bergoglio in Argentina con le sue politiche particolari, defezioni in massa dei fedeli dalla pratica religiosa e esasperata contrazione delle vocazioni, mettendo a confronto questi risultati con quelli opposti ottenuti dai cardinali americani con l’applicazione degli insegnamenti impartiti da Wojtyla e Ratzinger. Ritornando all’atmosfera che si respira in Vaticano ultimamente Antonio Socci nota e sottolinea alcune contraddizioni nei comportamenti ufficiali del nuovo Papa, che non possono passare inosservati.

Atmosfera in totale contraddizione pratica con la continua ripetizione della parola «misericordia» da parte del papa argentino. Ne parla molto, ovviamente, nella bolla «Misericordiae vultus» di indizione del Giubileo firmata ieri. Vi sono passi molto belli che ricordano la compassione di Gesù verso tutti e il viscerale amore materno di Dio verso ciascuno. Ma si nota anche la solita omologazione all’agenda politically correct. C’è infatti una certa enfasi sui «peccati sociali». Pare che mafiosi, corrotti e razzisti siano i soli che si possono giudicare e condannare. L’ovvio dei popoli che permette a tutti noi di sentirci buoni. È tutto molto comodo. Domenico Cacopardo ha notato che nel discorso di Pasqua, all’indomani del massacro di 147 studenti cristiani in Kenya, Bergoglio ha tuonato contro i «trafficanti di armi», categoria che però è «un nemico oscuro e sfuggente» grazie al quale il papa non nomina «il nemico evidente e visibile» che compie quelle stragi. Più in generale Bergoglio prende di petto i reati da codice penale, ma quasi per nulla i normali peccati da confessionale che vengono alquanto derubricati: anzi, il papa se la prende con chi evoca la giustizia della legge morale (sfuocata nel magistero del papa argentino è anche la nozione di «peccato originale»). Contenuti ancor più «sinistresi» (contro il profitto, le disuguaglianze, la finanza) saranno esposti nell’ormai prossima enciclica sociale, già anticipata nel discorso che Bergoglio fece ai centri sociali (fra cui il Leoncavallo).

CLIMA IDEOLOGICO

Il papa argentino ci riporta così al clima ideologico che in Italia vivevamo negli anni Settanta, il sinistrismo della Chiesa latinoamericana, imbevuta delle diverse teologie della liberazione. Non è un caso se quella Chiesa da decenni sta andando a picco sia per le defezioni massicce dei fedeli, sia per la voragine delle vocazioni. Al contrario dove l’insegnamento di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI è stato recepito e si è formato un episcopato - per così dire - saldamente cattolico, i frutti sono straordinari. Negli Stati Uniti, sono dati di questi giorni, nel 2015 ci saranno circa 600 ordinazioni sacerdotali. L’anno precedente erano state 477: più 25 per cento in un solo anno. «È uno dei più robusti segnali di ripresa vocazionale dopo una crisi pluridecennale iniziata poco dopo la chiusura del Concilio» scrive la rivista Il Timone, la quale aggiunge che si tratta di vocazioni fiorite negli anni di Benedetto XVI che hanno la tipica spiritualità di Wojtyla e Ratzinger («il 70 per cento, prima di entrare in Seminario era solito pregare il Rosario o partecipare all’adorazione eucaristica»). La Chiesa statunitense, che porta il segno di Wojtyla e Ratzinger, è molto impegnata nello slancio missionario e nelle battaglie di frontiera sui «principi non negoziabili». È quella che i media laici definirebbero una «Chiesa conservatrice», come la Chiesa africana, vivacissima e in espansione, i cui vescovi, nello scorso Sinodo, sono stati decisivi per bloccare la «rivoluzione» di Kasper.

PONTIFICATO DI ROTTURA

È chiaro che Bergoglio è su un’altra strada. Con lui si profila un pontificato di rottura. Anche nei gesti e nelle consuetudini. A dire il vero già il Conclave che lo ha eletto andava in quella direzione. E prima se ne discuterà pubblicamente, meglio sarà per tutti. Anche per papa Bergoglio che avrebbe tutto l’interesse a far chiarezza.

Fin qui l’articolo di Antonio Socci su Libero del 13 aprile 2015. Personalmente, di tutta la vicenda che ha portato all'elezione di Papa Francesco mi interessano pittosto le modalità attraverso cui Benedetto XVI ha dato le dimissioni, senza sparire dalla scena, anzi installandosi in una palazzina del Vaticano e continuando a vestire i bianchi panni papali. Il Cardinale Bergoglio è diventato Papa da circa tre anni. L’Habemus Papam fu infatti pronunciato dalla finestra degli alloggi papali la sera del 13 marzo 2013. Sembra ieri, eppure questi tre anni sono addirittura volati. Questa diffusa sensazione dipende sicuramente dal ritmo impresso alla sua azione dallo stesso Bergoglio. Un ritmo frenetico, pieno di sorprese e di attività che sembrano tutte venire generate da iperboli. Tanto è lo stupore che esse suscitano, nei semplici, come nei più attenti osservatori. Ricordiamo tutti che l’elezione del nuovo papa seguì all’inattesa rinuncia di Benedetto XVI di proseguire il mandato. Non ci interessano qui le motivazioni della rinuncia. Motivi di salute, paura di non farcela a risolvere il verminaio di problemi che era venuto alla luce in Vaticano, consapevolezza della radicata opposizioni al riordino dei settori sensibili, tra cui quello finanziario. Non è dato sapere. Ma ciò che mi ha lasciato perplesso è il fatto delle dimissioni in sé, che sono sembrate ai più un episodio eccezionale, quasi unico, oltre che inaspettato. Il passo della Divina Commedia in cui Dante Alighieri menziona il “gran rifiuto” di Celestino V, ci ha impresso nella mente un falso concetto, cioè che le dimissioni di un papa fossero una cosa pressochè impossibile, comunque fuori dall'ordinario.Ma come vedremo così non è. La Bolla delle dimissioni di Celestino V è andata dispersa, ma ne esiste un rifacimento ad opera del suo successore, Bonifacio VIII, grandemente interessato a succedergli:

 « Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all'onere e all'onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale. » (Celestino V - Bolla pontificia, Napoli, 13 dicembre 1294)

Motivazioni in fondo non dissimili da quelle di Papa Ratzinger, fatto salvo l'accenno di Papa Celestino alla malignità della plebe. Nell’apprendere la notizia della grave decisione di Benedetto XVI, la mente è andata quindi al “gran rifiuto” del monaco eremita del Morrone.  E mi è inoltre tornato alla mente il gesto di Benedetto XVI di donare a San Celestino, in occasione della ricognizione delle spoglie del santo a L'Aquila il 28 aprile 2009 (pochi giorni dopo il sisma), un pallio, lo stesso che aveva indossato all'inizio del suo ministero. La donazione di quel pallio al Santo fa in effeti supporre che Benedetto XVI avesse maturato già da tempo l'idea delle dimissioni.

La cosa inaccettabile, direi indigeribile, delle dimissioni di Papa Benedetto XVI, in effetti non fu l'atto delle dimissioni in sé. Cosa che, se rapportata alla debolezza della volontà, provata dai fatti gravi riportati dalle cronache, unita alla precarietà della salute, non sarebbe stato in fondo un atto sconsigliabile in assoluto. Ma incomprensibile e non del tutto accettata dal comune sentire del popolo fu in realtà la decisione di fermarsi a vivere all’interno delle mura vaticane, continuando a vestire i panni bianchi di papa, realizzando di fatto la presenza in Vaticano di due papi. Ma ancor di più pesò la scelta di farsi chiamare Papa Emerito. Sarebbe stato forse più logico, oltre che opportuno, che Ratzinger si auto riducesse allo stato di Cardinale, questo si emerito, e che andasse a vivere a Ratisbona o dovunque altro gli fosse piaciuto, provvisto di un adeguato assegno di mantenimento a carico dello Stato della Chiesa. Celestino V andò addirittura eremita, tornando quindi alle origini di semplice religioso, salvo poi ad essere imprigionato fino alla morte, dal suo successore Bonifico VIII. Se un papa può essere paragonato ad un re, non si è mai visto che un re che abdica, che rifiuta quindi di fare il Re, per motivi suoi o per ragioni di stato, sia poi diventato Re emerito. Vittorio Emanuele III se ne andò (fuggì...) addirittura in Egitto. Lo stesso per i Presidenti della repubblica italiana. L’appellativo di Presidente emerito che talvolta è stato attribuito a qualche presidente della repubblica italiana, è sembrato ora una finzione, ora una pretesa, ora un’esagerazione. Ma non si è mai visto che un ex Presidente della Repubblica rimanesse nelle stanze del Quirinale a fare il Presidente emertito. In realtà i Presidenti della repubblica uscenti, per la nostra costituzione diventano senatori, senatori a vita, per cui non si comprende a cosa serva osannarli ulteriormente con ridondanti appellativi che cozzano contro il concetto stesso di repubblica democratica. Tornando alle dimissioni del Papa, ho voluto appurare se nella storia della Chiesa vi fossero state altre dimissioni papaline, ed ho scoperto che, si, ve ne serano state sei, comprese quelle di Celestino V.

ELENCAZIONE TRATTA DAL SITO  LINKIESTA.IT

1) Papa Clemente I (in carica dall’88 al 97 ). Rinunciò alla carica a favore di Evaristo perché, arrestato ed esiliato, non voleva che i fedeli rimanessero senza una guida spirituale.

2) Papa Ponziano (in carica dal 230 al 235). In esilio in Sardegna, con la Chiesa divisa, lasciò per rendere possibile l’elezione di un nuovo Papa. Si dimise il 28 settembre del 235. Il Catalogo Liberiano usava le parole discinctus est. Al suo posto fu eletto papa Antero. Poco prima di questo avvenimento o immediatamente dopo, Ippolito, che era stato deportato in Sardegna con Ponziano, si riconciliò con la Chiesa di Roma e lo scisma da lui causato ebbe termine. 

3) Papa Silverio (in carica dal 536 al 537) Vittima di un complotto, fu portato in Licia, dove si stabilì a Patara. Rientrato in Italia, probabilmente a Napoli, Vigilio, suo successore non fu disposto a tollerare il ritorno del suo predecessore illegalmente deposto lo fece portare sull'isola di Palmarola, un isolotto vicino a Ponza. Lì, l’11 novembre, Silverio fu costretto ad abdicare firmando un documento in cui rinunciava al ministero di vescovo di Roma in favore di Vigilio. Fu su quest'isola che il Papa morì a causa delle dure privazioni e del trattamento subito.

4) Papa Benedetto IX (in carica dal 1032 al 1045) Divenne Papa giovanissimo, probabilmente a 11 anni. Dapprima rinunciò a favore di Silvestro III. In seguito riprese la carica per poi venderla a Gregorio VI, dopo aver abdicato il 1º maggio, forse per il desiderio di sposarsi, vendendo il suo ufficio al prete Giovanni Graziano de' Graziani, suo padrino (probabilmente per oltre 650 kg d'oro). Tale procedimento venne definito simonia, parola che si riferisce a Simon Mago, che offrì denaro agli Apostoli per ricevere i doni dello Spirito Santo. Graziano fu incoronato con il nome di papa Gregorio VI il 5 maggio 1045. A Benedetto era stata promessa la figlia di Gerardo di Galeria (già promotore assieme ai Crescenzi, quattro mesi prima, dell'elezione di Silvestro III). Probabilmente, fu solo un'esca per invogliarlo a lasciare il papato e liberarsi definitivamente di lui. Evidentemente Benedetto si pentì presto della vendita, forse perché non gli fu più concessa la mano della fanciulla.

5) Papa Celestino V, detto il Papa del Gran rifiuto (rimase in carica dal 29 agosto al 13 dicembre 1294). A seguito della sua rinuncia fu eletto Papa Bonifacio VIII, mentre lui si ritirava a vita eremitica presso una grotta del Morrone in territorio di Sulmona, fino a che non fu internato dal suo stesso successore nella Rocca di Fumone in Ciociaria sino alla morte (la nota sottolineata e del redattore).

6) Papa Gregorio XII (in carica dal 1406 al 1415). È il periodo dello scisma d’occidente nel quale regnavano contemporaneamente ben tre Papi (Gregorio XII Papa di Roma, Benedetto XIII  Papa di Avignone e l’antipapa Giovanni XXIII). La situazione viene risolta con il Concilio di Costanza. Gregorio nominò Carlo I Malatesta e il cardinale Giovanni Dominici di Ragusa come suoi delegati. Il cardinale convocò il concilio e autorizzò i suoi atti di successione, preservando così le formule del primato papale. Quindi Malatesta, agendo in nome di Gregorio XII, pronunciò l'abbandono di Gregorio, che i cardinali accettarono, ma in base a precedenti accordi, accettarono anche di mantenere tutti i cardinali che questi aveva creato, dando così soddisfazione alla famiglia dei Correr, e nominando Gregorio vescovo di Frascati e legato pontificio ad Ancona. Il concilio mise inoltre da parte anche l'antipapa Giovanni XXIII (1415) succeduto ad Alessandro V e lo Scisma d'Occidente giunse a conclusione. Gregorio spese il resto della sua vita, due anni, in una tranquilla oscurità ad Ancona.

Da questa elencazione, inaspettatamente, si rileva che la scelta di Papa Roncalli di chiamarsi Giovanni XXIII non fu casuale. Si può in effetti ipotizzare che Roncalli abbia scelto lo stesso nome papale di uno storico antipapa, forse per annullare l’ombra scomoda che aveva osato pretendere, nei primi anni del 1400, di spartire il soglio pontificio con gli altri due papi in carica: Gregorio XII a Roma e Benedetto XIII ad Avignone. Una pagina davvero ingloriosa quella, che comunque, come si legge sopra, ebbe un finale felice, ossia la conclusiva “riduzione” a vescovo di Papa Gregorio XII, pontefice dimissionario, e l’attribuzione allo stesso della sede vescovile di Frascati e dell’incarico di legato pontifico ad Ancona. Risoluzioni queste che suffragano i miei molti dubbi sulla correttezza dell’assunzione da parte di Benedetto XVI del titolo di Papa Emerito e soprattutto della sua permanenza tra le mura vaticane.  Ma la cosa più inquietante che ho rilevato è la presenza nella lista di due papi che assunsero il nome di Benedetto IX e Benedetto XIII, entrambi figure scomode per la Chiesa: il primo, divenuto papa a 11 anni (da approfondire in virtù di quali privilegi) che fece della carica d papa oggetto di rinuncia e poi di scambio avverso un corrispettivo in oro; il secondo che definirei un ribelle in quanto papa scismatico di Avignone, in opposizione a Gregorio XII papa di Roma. Mi pare logico interrogarsi sui motivi che spinsero papa Ratzinger a scegliere Benedetto quale nome papale. Ad esempio i motivi che hanno indotto Papa Francesco a scegliere il nome del Santo di Assisi sono evidenti e traspaiono tutti dalla sua azione apostolica. Invece la conclusione del pontificato di Ratzinger non può non essere associata a quella dei due particolari papi omonimi, più che altro ricordati per le dimissioni, oltre che per le stranezze e le irregolarità che ne caratterizzano tuttora l'immagine.

 

Dal mio punto di vista non posso dunque che confermare che l’attribuzione a Benedetto XVI del titolo di Papa Emerito e il mantenimento della sua dimora all’interno delle mura vaticane rappresentano una forzatura che non ha precedenti nella storia della Chiesa. Storia costellata, è vero, da lotte, ricatti, violenze, scismi, persecuzioni e comunque cronaca di fatti accaduti e vissuti che certamente devono continuare ad insegnare qualcosa e che tuttavia costituiscono parte sostanziale della tradizione. Quanto alla pretesa nullità dell’elezione di Papa Francesco ventilata da Antonio Socci, se messa a confronto con le brutture che la Chiesa ci ha riservato in passato, è da considerare davvero un corpuscolo insignificante che trova in fondo giustificazione nel convincimento dei cattolici che tutto ciò che accade è volontà di Dio.


 

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