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LA DRAMMATICA PRIMA GUERRA CIVILE ITALIANA

      

   

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 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Recensione di:

C. SARCIA'


Un capolavoro di storia patria finemente documentato da Riccardo Lapenna

 

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LA DRAMMATICA PRIMA GUERRA CIVILE ITALIANA

Un capolavoro di storia patria finemente documentato da Riccardo Lapenna

(Rieti, 26/04/2016)

graffiti-on-line.com ha recensito l’ultima fatica libraria del dottor Riccardo Lapenna dal Titolo “La drammatica prima guerra civile italiana”, Sottotitolo “Uno sguardo partecipe alle donne protagoniste dell’epoca”, Edito da Ibiskos Editrice Risolo, pp. 426, € 15,00.

Il concetto di guerra civile che ci è stato rilasciato dalla storia italiana più recente, penso si discosti alquanto da quello che l’Autore del libro ha inteso dare ai fatti d’arme che seguirono allo smantellamento del Regno delle Due Sicilie alla vigilia della proclamazione del Regno d’Italia. In realtà tra le due “guerre civili” ci sono notevoli differenze. In realtà, a voler fare i pignoli, né la prima, né la seconda potrebbero essere effettivamente definite guerre civili. Volendo restare fedeli ad un modello, la vera guerra civile fu quella spagnola, Spagnoli contro Spagnoli, che terminò con la vittoria del Caudillo Franco. Nel caso trattato dall’A. si trattò di fatti d’arme che abbracciano un lungo periodo durante il quale il nuovo Stato mantenne con le sue milizie l’occupazione dei territori dell’ex Regno dei Borbone per soffocare i disordini che le bande irregolari ciclicamente causavano in quei territori occupati con la violenza e la sopraffazione dagli invasori Piemontesi e dalle bande garibaldine, principalmente nelle terre di Calabria. Quindi l’accostamento al termine guerra civile potrebbe sembrare una forzatura. Tuttavia, episodi di tradimenti e di lotte fratricide nel senso pieno della parola ci furono e come.  Il dott. Riccardo Lapenna è un entusiasta dello studio dei fatti storici legati alla cosiddetta unificazione dell’Italia. Lo si intuisce dall’amore con cui ha redatto la Nota introduttiva del libro e lo si apprezza via via fino alla conclusione, laddove è riuscito a comporre, tassello dopo tassello, un quadro chiarissimo di un pezzo di storia italiana grandemente travagliato e controverso e ancora non del tutto conosciuto e studiato. Il fatto è che nella fase post unitaria nessun governo aveva interesse a rendere noti particolari scomodi di una “epopea” che nulla ebbe di veramente eroico, ma che ebbe piuttosto i connotati dell’occupazione cruenta, cui logicamente seguì la “resistenza” di soggetti coraggiosi e sprezzanti della vita, i quali, “arruolati” dagli agenti del Re spodestato agivano piuttosto per compiere azioni di disturbo contro i nuovi potenti, piuttosto che combattere una guerra di resistenza organizzata e coordinata contro concittadini. Tra l’altro, questa nuova specie di “assoldati” assunse ben presto il ruolo di mercenari, e come i mercenari imparò anche a tradire e ad agire nel proprio interesse, piuttosto che nell’interesse supremo di una patria ormai definitivamente soppressa. Dicevo prima degli sforzi prodotti nel tempo dai governanti italiani per nascondere, tacere, occultare le malefatte delle truppe piemontesi e garibaldine nel Meridione d’Italia. Anche i governanti del Ventennio fascista si prodigarono in tale direzione, ammantando di fulgida luce una storia patria inesistente nei fatti ed esaltando eroismi ed abnegazioni, proprio laddove muri e zolle grondavano ancora sangue di martiri innocenti, il cui solo interesse era quello di lavorare nei campi e nelle carbonaie per mantenere la famiglia. Altrettanto dicasi dei governanti succedutisi dal 1948 ad oggi, perniciosamente responsabili di una inutile e deprecabile guerra civile (la seconda, se vuol darsi credito alla tesi sviluppata dall’A.), tardiva, ingiusta e inopportuna. Molti degli eccidi imputati ai Tedeschi furono il frutto di scellerati attentati portati da terroristi contro militari tedeschi in fuga e persino contro una banda musicale di ragazzi tirolesi disarmati in divisa (che diede poi luogo, com’era prevedibile, alla decimazione delle fosse ardeatine). Quasi tutti gli eccidi perpetrati dai partigiani, dei quali si parla poco, furono compiuti per vendetta personale e quasi tutti a guerra finita, contro donne inermi e famiglie operaie. La stessa affrettata e controversa fucilazione di Mussolini fu in definitiva un crimine, culminato poi nel delitto di vilipendio di cadavere. L’Autore sul punto principale del libro, cioè la tesi della “prima guerra civile italiana”, riporta comunque pezzi di documenti nitidi e non è un caso che le storie ivi narrate, come specificamente rilevato dal dottor Lapenna, si intreccino con le storie delle “pasionarie”, con le storie cioè di quelle donne ardite e spregiudicate che da sempre hanno seguito i combattenti irregolari in tutte le rivoluzioni del mondo. La presenza delle donne, nelle storie meridionali, le cosiddette “brigantesse” (nome con cui esse vennero denominate nella storia scritta dai vincitori Piemontesi), è quasi la testimonianza più realistica che la “prima guerra civile italiana” fu un fatto reale e storicamente delimitato e testimoniato. Fondamentale quindi l’intuizione del dottor Lapenna. Per me, Siciliano, deluso come l’A. per il triste destino toccato a quel Mezzogiorno d’Italia che ancora oggi, a distanza di oltre 150 anni, non riesce a diventare a pieno titolo parte della nazione, recensire un’opera che tratta nei particolari di una vicenda dolorosa che non ha ancora sanato del tutto le sue ferite, vuol dire partecipare alla tensione che sicuramente ha animato l’A. e condividere quindi con lui lo sbigottimento per i fatti accaduti alla Corte dei Borbone in seno al Corpo degli Ufficiali della Marina militare che tradirono in blocco il Re, nei ranghi della viziata Nobiltà che circondava il monarca, interessata e nello stesso tempo infedele, e poi tra gli stessi individui costituenti la massa popolare, oggi plaudenti verso il Sovrano sconfitto, il giorno successivo osannanti verso un invasore che ben presto si rivelerà feroce devastatore, sanguinario e predatore. Una trama, quella del libro di Lapenna, ordinata, completa di citazioni e soprattutto documentata con puntuali riferimenti bibliografici. Una fatica improba, mitigata dalla passione, che può comprendere solo chi si è già cimentato nella composizione di un libro di storia. Benché si presenti vasta la messe degli argomenti, peraltro trattati con dovizia di particolari (di ciò deve darsi atto al Lapenna), si può tuttavia osservare come dalla cosiddetta “epopea garibaldina” possono trarsi una mole infinita di episodi che in verità hanno interessato ogni angolo del regno dei Borbone, a partire da quella Città di Marsala dove sbarcò Garibaldi, ancor prima nella sosta nel porto di Civitavecchia e poi passando per Bronte (Eccidio di Bronte), fino ai tanti altri episodi costituiti da massacri e spoliazioni, ed in concomitanza lungo tutto lo stivale calabrese, ad opera dei Piemontesi (spesso Bersaglieri). Ma l’argomento di fondo che affronta Lapenna nel suo libro, ossia la tesi di una “prima guerra civile italiana”, assume una specialità: nessuno lo aveva mai affrontato e nessuno era riuscito a raccogliere in un unico testo così tanti significativi fatti, documentati fedelmente e coordinati puntigliosamente. In particolare Lapenna ha intelligentemente evidenziato il senso di guerra fratricida, l’aura del tradimento, la delusione del trasformismo e dell’opportunismo che caratterizzarono i prodromi dell’infelice saga, offrendo senza ritrosie il triste spettacolo degli inganni, dei travestimenti, delle fughe e dei disordini. Non si potrà mai fare totale chiarezza su un pezzo di storia patria che tutti, per 150 anni, hanno cercato di cancellare. La guerra tra padri e figli, tra fratelli e sorelle, che ne conseguì, si perpetuò fino all’estinzione dei suoi stessi attori principali. I Piemontesi furono campioni nel soffocare qualsiasi anelito di ribellione: fucilarono, stuprarono, depredarono, mozzarono teste con le sciabole ed inviarono quelle orrende foto ai loro Superiori ed ai parenti in Piemonte. E alla fine si lasciarono dietro miseria, sangue ed odio. Grande merito dunque al dott. Lapenna per la sua felice intuizione, e molto di più per la fatica che gli è costato ricercare, estrapolare, coordinare così tanta materia, così tanta storia italiana che ancora oggi sanguina e chiede giustizia.


 

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