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La guerra in Europa

      

   

Edizioni Graffiti

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Saggio di:

Ph.D. A. SARCIA'


E' possibile che la guerra oggi ritorni nell'antico continente?

 

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Relazioni Internazionali

La guerra in Europa

E' possibile che la guerra oggi ritorni nell'antico continente?

(Torino, Apr 15 2002 12:00AM)

(Supervisore: Prof. BONANATE - Università Torino)

Introduzione

Immaginare lo scoppio di una guerra in Europa non è certo cosa facile e se ciò possa sembrare inizialmente “bizzarro” si deve però convenire che la domanda è assolutamente lecita dato che questa regione del mondo è stata attraversata per centinaia di anni da guerre di ogni genere. La domanda, secondo ulteriori punti di vista, potrebbe essere riformulata in questi termini: “Quali pre-condizioni sono necessarie (ma evidentemente non sufficienti) affinché possa scoppiare una guerra in Europa?” oppure “A quali fenomeni politici, economici, sociali e culturali dovremmo assistere perché in Europa ritorni la guerra?” Ebbene, partendo proprio da queste domande cercherò di analizzare, sulla base delle teorie, delle previsioni e dello stato di “salute” delle nostre democrazie i fattori congiunturali che possono preludere e quindi “giustificare” lo scoppio di una guerra in Europa. Prima di passare all’analisi dei concetti utili a comprendere in quali termini e secondo quali punti di vista sia possibile parlare di guerra oggi in Europa, definirò anzitutto come vada intesa questa regione. Cioè, in senso strettamente geografico, come Unione Europea o come Occidente? Inoltre cercherò di analizzare, tra le tante interpretazioni esistenti, il concetto di guerra così da rapportarlo a quello ipotizzato di guerra in Europa. Un’ulteriore matassa ritengo vada sbrogliata prima di affrontare “serenamente” l’argomento ed è quella di scoppio della guerra. In altri termini si deve chiarire se il concetto di scoppio sia da considerarsi un evento prevedibile e comprensibile o piuttosto involontario e irrazionale. E’ possibile ritenere la guerra inspiegabile? Già Cicerone (“De Officiis”, II, V) si pose la stessa domanda arrivando alla conclusione che la Guerra non è una calamità naturale. Ammesso, dunque, che lo scoppio della Guerra sia una “categoria” non intelligibile sarà utile, oltre che “doveroso”, analizzare il concetto di crisi internazionale dalla gestione della quale, i Decisori giungano a scongiurare o ad affrontare la guerra. In quest’ultimo caso ipotizzerò alcuni possibili svolgimenti ed una o più tipologie (nucleare, convenzionale, interna, esterna, disgregatrice,…). La trattazione terminerà, anche per allontanare visioni apocalittiche, con l’illustrazione di una possibile via a cui l’Europa, ma non solo questa, dovrebbe tendere per scongiurare per sempre la guerra e giungere alla pace perpetua, ossia all’idea di democrazia.



2. Europa, entità geografica, politica o culturale?

Introduco subito due concetti utili e quanto mai importanti per comprendere i significati che sono alla base dell’Europa, e cioè il concetto di “distanza” e di “velocità”. Lungi da me l’idea di voler trattare di grandezze fisiche, vorrei invece attingere da quest’ultima dei concetti che, applicati alle relazioni internazionali, possano aiutarci a comprendere i significati. Premetto subito che l’approccio che intendo utilizzare non è certamente quello della geo-politica poiché in esso si punta a dare una chiave di lettura aprioristica secondo cui è la dimensione tellurica a determinare i rapporti politici; mi baserò piuttosto, prendendo un concetto caro ad Aron, sul concepire i rapporti politici in termini di relazioni internazionali in cui la dimensione tellurica e geografica sono solo alcuni degli aspetti considerati. Intendo quindi motivare la mia spiegazione in funzione della comunanza culturale, economica, sociale e politica concetto che spiegherò di seguito. Partiamo allora considerando l’Europa come entità geografica fatta di stati e nazioni che per questioni telluriche, appunto, si trovano a dover condividere spazi e risorse. Questa regione è stata la culla della civiltà occidentale in cui si sono sviluppate teorie quali marxismo e liberismo che hanno influenzato, con la loro enorme portata, la vita di tutti i popoli della terra. Potremmo allora credere che sia legittimo considerare l’Europa solo geograficamente. Ritengo che la storia ci suggerisca che questa visione sia troppo riduttiva, infatti se non si analizzano i rapporti tra gli stati, le nazioni e i popoli europei non si può comprendere la portata delle due più grandi rivoluzioni che la storia moderna ha visto accadere in Europa e cioè La Rivoluzione Francese e la fine del mondo bipolare. Ora si dovrebbe intuire il senso del paradigma introdotto all’inizio: distanza e velocità. Senza voler imporre alcun ordine gerarchico si deve convenire che, seppur gli stati europei siano geograficamente raggruppati in uno stesso continente (vicini chilometricamente), hanno viaggiato non solo a velocità differenti in termini politici, economici e sociali ma hanno anche mantenuto una distanza tale da generare una contrapposizione di idee e di pensieri che ha fatto da filo conduttore per tutta la storia europea (mi riferisco evidentemente alla storica contrapposizione tra gli stati dell’Europa occidentale con quelli dell’Europa orientale). Pertanto, per velocità, nella sua accezione vettoriale, intendo la diversità culturale e non il primato tra culture (così come il vettore velocità ha una direzione e un verso anche le varie società si sono dirette in direzioni e versi non concordi) e per distanza individuo la contrapposizione di valori e di fini e non quella geografica. L’Europa nel 1789 ha partorito l’idea di nazione mentre quella del 1989 ha prodotto quella di liberazione dei popoli cui ha fatto seguito la confusione delle “razze” implicando particolarismi, patriottismi e separatismi così come la prima aveva favorito la nascita della Santa Alleanza. Queste due rivoluzioni hanno creato un nuovo modello di conduzione della politica sia a livello interno che internazionale. Quella del 1789 aveva cercato di instaurare i principi democratici, quella del 1989 di organizzare i rapporti tra gli stati. E’ quindi in termini di comunanza culturale, politica e sociale che va vista l’Europa. Ad onor del vero la comunanza è un concetto antico, tanto che, Eschilo ed Aristotele, già ammettevano la condivisione di valori e di intenti contro uno stesso nemico, l’impero persiano. Inoltre, durante il Medioevo si ebbe la coincidenza degli ideali cristiani sfociati nelle crociate contro i Turchi. Oggi la costruzione europea si basa su due concetti fondamentali, la pace e la democrazia. Si capisce allora che l’Europa affinché possa essere considerata come una entità unica, tutti gli stati, le nazioni e i popoli che la abitano debbano condividere gli stessi principi ed ideali. Non voglio certamente confondere il concetto di stato con quello di nazione. La nazione è considerata un valore, o un mito, lo stato è una struttura tecnico-organizzativa. L’integrazione europea si origina dalla crisi degli stati nazionali. Il concetto di stato nazionale nasce nell’ ‘800 con la Rivoluzione Francese, in precedenza infatti si parlava di stato territoriale. Napoleone era considerato Capo dei Francesi mentre l’Imperatore era legittimato da Dio. Alla crisi degli stati nazionali va aggiunto un altro elemento essenziale che è la rivoluzione industriale cioè la produzione non fu intesa più in termini di artigianato e i mercati e gli scambi non furono più mantenuti limitati. Ogni stato industrializzato ha bisogno di importare le materie prime e di esportare le eccedenze, motivo per cui, si ha bisogno degli interscambi (questo tra l’altro giustifica perché la Gran Bretagna, essendo un’isola, ha sempre avuto bisogno di avere il predominio dei mari). La rivoluzione industriale ha favorito anche l’accrescersi dei mezzi di trasporto (navi, treni, aerei,…) per aumentare gli scambi. Inoltre essa ha indotto inevitabilmente anche lo scambio di idee. Questo fenomeno è detto della interdipendenza, cioè un mondo visto come villaggio interplanetario. Tale fenomeno oggi è conosciuto, soprattutto, con il nome di globalizzazione. E’ evidente che insieme allo scambio delle merci e delle idee, si cominciano a condividere anche i problemi comuni che ovviamente devono comportare risposte comuni. Ad esempio l’inquinamento è un problema che investe tutti, a prescindere dai confini politici. E’ qui che si inserisce un’ulteriore interpretazione di Europa, quella che non solo si identifica negli ideali di pace e di democrazia ma anche quella che favorisce gli interscambi e cerca di risolvere problemi comuni. Da ciò discende che l’Europa possa essere allora definita come quell’insieme di stati, nazioni e popoli che, secondo interessi comuni, condivide stesse aspettative. Ora si capisce perché la dimensione tellurica non sia più da considerarsi un aspetto centrale per comprendere le relazioni tra gli stati. Possiamo, dunque, parlare di Europa come Occidente dandone, inevitabilmente, una visione allargata ed extra-geografica. Da quanto precede potremmo dire, secondo il paradigma introdotto all’inizio, che i paesi che appartengono a questa Europa-Occidente mantengono una distanza ridotta ed una velocità similare. Tutto ciò non deve però fuorviare poiché, comunque, all’interno di questo tipo di Europa il processo di integrazione si deve ancora consolidare e mantenere saldo. Si potrebbe ritenere che la globalizzazione sia una tendenza oggettiva della realtà contemporanea piuttosto che la manifestazione dell’idea libero-scambista del diciannovesimo secolo. In altri termini ci si potrebbe chiedere: La globalizzazione è veramente quello di cui avevamo bisogno? Inoltre, essa può effettivamente svilupparsi in un ambiente politicamente e culturalmente eterogeneo? Il dubbio è legittimo poiché questo fenomeno, per svolgere la sua azione, ha bisogno dell’abolizione dei confini e del superamento della statualità. In altre parole deve verificarsi una condizione essenziale e cioè quella di rivedere completamente l’idea di stato-nazione. Infatti, la globalizzazione vuole omologare, unificare perché tende a diffondere la stessa cultura a civiltà che divergono proprio da questa. Tale concetto sarà ripreso più avanti quando analizzerò lo scoppio della guerra in Europa. L’ultima categoria interpretativa dell’idea di Europa, che qui propongo, è quella che noi stessi oggi stiamo vedendo realizzarsi, cioè, l’Unione Europea intesa in senso politico ed economico oltre che geografico. Fu Schumann (Ministro degli esteri francese), nel 1950, che con la sua dichiarazione, proponendo di mettere in comune il carbone e l’acciaio, buttò le basi di questa entità. Nella dichiarazione ricorre per ben sei volte la parola pace a dimostrare che, ancor prima di essere una unione economica, essa si fondi su principi di pace e democrazia. E’ evidente che questo era, ed è tutt’ora, un progetto politico, infatti, mettendo in comune i motivi principali (all’epoca) del dissidio tra Francia e Germania si sarebbe salvaguardata la pace. A questo proposito è utile ricordare che in Europa per bel cinquecento anni la Francia e la Germania si sono contese “il potere” con guerre di vario genere e di varia intensità, per cui, l’accordo lanciato da Schumann sulla CECA riveste un ruolo principale per il processo di integrazione europea. E’ però da osservare che l’Unione Europea non possa essere considerata né uno stato né una nazione ma, per contro, ha una stessa moneta e tende ad avere un unico esercito, prerogative, queste, esclusivamente appartenenti ad uno stato. Partendo proprio da questa contraddizione analizzerò, ora, il significato di guerra.



3. Il significato della guerra: ordine o disordine?

Molti studiosi, in varie epoche, hanno cercato di dare un significato alla guerra. Malgrado gli innumerevoli tentativi, una giustificazione universalmente accettata non esiste. Da un punto di vista storiografico si potrebbe arrivare a concepire che ogni età produce la guerra che gli è più consona e che quindi dare una definizione generale di questo fenomeno, non sia possibile. E’ senza dubbio vero, però, che un giudizio sulle guerre non possa essere dato sbrigativamente poiché le guerre del passato si muovono lungo due vie, la prima in corrispondenza della propensione liberale la seconda lungo quella democratica. L’età recente ha conosciuto le due guerre più importanti quanto straordinarie che la storia abbia generato e cioè “La terza guerra mondiale”, non combattuta, che ha prodotto per la prima volta nella storia un ordine mondiale senza il combattimento e la 2^ G.M. i cui effetti hanno implicato lo “scoppio virtuale” dell’altra. Per contro si potrebbe argomentare che la fine della guerra fredda abbia invece avviato uno sconvolgimento delle relazioni internazionali tanto da imporre alla NATO il suo primo intervento proprio quando, il blocco che aveva generato la sua esistenza, non esisteva più (Guerra in Serbia). Per cercare di comprendere quale “tipo” di guerra possa, oggi, profilarsi in Europa è necessario analizzare le guerre che la storia ha conosciuto e quali in essa hanno ancora ragion d’essere. Clausewitz teorizza due tipi di guerra, quella assoluta e quella limitata, la prima è vista come limite estremo teorico ma non praticabile mentre la seconda è l’insieme di quei conflitti limitati nei fini e nei mezzi che però tendono verso l’estremo. Un paragone, allora, sembra doveroso con la guerra nucleare totale, configurabile, appunto, come ipotesi estrema (per fortuna “ideale” e non reale) non praticabile poiché avrebbe implicato l’annientamento della razza umana. Questo punto è essenziale: la guerra nucleare ha generato una mutazione nelle relazioni internazionali poiché ha privato lo stato, unico soggetto della guerra, di questa prerogativa di coessenzialità tra se stesso e la guerra. A tutto ciò va, dunque, aggiunto un concetto interessante: la politica interna di uno stato è determinata dalle relazioni internazionali e non viceversa. Dopo il 1989 la speranza che si era nutrita di una democratizzazione tra gli stati si spense quasi subito per effetto delle guerre balcaniche pregne di particolarismi, patriottismi e separatismi. In realtà una definizione di guerra internazionale esiste ed è intesa come scontro tra eserciti di stati indipendenti che abbia prodotto più di mille morti in un anno. Questa è la definizione da cui parte Singer, nel suo monumentale lavoro “Correlates of War Project”, nel quale analizza, appunto, le correlazioni tra le guerre attraverso l’analisi di due parametri: la durata e l’intensità (numero di morti). Lo studio porta a dire (statisticamente) che tanto più alto è il numero delle guerre internazionali tanto più basso è quello delle guerre civili e viceversa (proporzionalità inversa). Questo principio di periodizzazione porta a ritenere, come accennavo all’inizio, che ogni età ha la sua guerra con caratteristiche proprie. In particolare la guerra internazionale può essere di rottura e quindi diventare una guerra costituente (momento decisivo) oppure essere all’interno del periodo identificato da due altre guerre di rottura ed essere quindi compatibile con il sistema. Da qui si possono spiegare le relazioni internazionali ammettendo tanto delle zone di guerra quanto delle zone di pace (Doilz, Kakovitz, M.Singer e A.Wildasky), in particolare, queste ultime possono identificarsi con il concetto di Europa-Occidente che ho spiegato nel paragrafo precedente. La comunità atlantica potrebbe allora intendersi come zona di pace (USA, CANADA in relazione con i paesi dell’Europa occidentale) in cui l’Alleanza si arricchisce dei concetti di società, cultura ed economia uniche. Con le definizioni introdotte precedentemente si può individuare, come altra zona di pace, l’Unione europea. Per spiegare la guerra è necessario considerare un’ulteriore interpretazione, che è sostenuta da Suganami e cioè che l’anarchia internazionale alla cui responsabilità alcuni vorrebbero far risalire lo scoppio della guerra, in realtà è solo una pre-condizione che rende cioè possibile la ricorrenza di essa. Alcuni studiosi, di ispirazione liberale, hanno sostenuto che la fine della guerra fredda abbia portato un cambiamento qualitativo nella politica internazionale spiegabile come “fine della storia” (Fukuyama) e “fine della guerra” (Muller e Kayser). Tali posizioni sono giustificate dal trionfo del capitalismo sul comunismo e del liberismo sul marxismo-leninismo per cui non essendoci più contraddizioni fondamentali si inaugura un’era nuova (fine della storia). Da qui il fatto che la guerra, intesa in termini di espansione territoriale, non sia più possibile (fine della guerra). In questa apoteosi di ottimismo, Wright, concepisce “la pace democratica”, osservando inoltre che le democrazie non si combattono tra loro e sono più pacifiche degli stati autoritari. E’ pur vero però, come osserva Panebianco, che le democrazie utilizzano l’intervento armato molto più frequentemente di altri regimi politici. A queste interpretazioni se ne deve aggiungere un’altra assai significativa, quella elaborata da Huntington secondo cui in un mondo multipolare, al contrasto delle ideologie del mondo bipolare, si sostituisce lo scontro delle civiltà inteso in termini culturali e religiosi. Egli delinea ulteriori caratteristiche della guerra in termini spaziali definendo i conflitti di faglia cioè tra stati limitrofi o, all’interno di uno stesso stato, tra gruppi o civiltà differenti. Ma questi conflitti di faglia sono assai pericolosi poiché portano alle guerre tra stati guida. La soluzione che propone è quella per cui l’occidente, per non farsi coinvolgere in una guerra tra stati (globale), non deve intervenire nei conflitti locali. E’ evidente però che questa posizione rende inopportuna la politica dei diritti umani e quindi ci priva di uno strumento importante cioè la condizione democratica, infatti come osserva Bobbio, <>. Partendo da punti di vista ulteriori, alcuni studiosi hanno cercato, negli ultimi anni, di spiegare gli stravolgimenti che la rivoluzione del 1989 ha portato nel significato di guerra e lo hanno fatto usando termini quali guerre di terzo genere, guerre post-eroiche, guerre senza limiti, nuove guerre e guerre postnazionali. La caratteristica principale di queste guerre è che non vengono combattute più, necessariamente, tra attori statuali o per conto dello stato, ma tra gruppi etnici, religiosi o criminali. Conflitti interni, dunque. Martin van Creveld le chiama guerre dei popoli poiché sono guerre le cui milizie sono originate dai popoli o tra popoli stessi. Affiora un’altra caratteristica, quella per cui il numero dei morti tra i militari si riduce contro il maggior numero tra i civili. Aumentano anche il numero dei rifugiati circa di tre volte rispetto al passato. Possiamo quindi dire che il paradigma Clausewitziano, per cui la guerra nasca per effetto della potenza dello stato, oggi si sia invertito e quindi, piuttosto, essa sia generata dalla sua debolezza. Assistiamo, dunque, ad un fenomeno essenziale per spiegare la guerra e cioè che l’autorità dello stato, detentore monopolistico dell’uso della violenza, sia messa in discussione, dal basso, da queste guerre di balcanizzazione (frammentazione) e, dall’alto, dalla globalizzazione (rinuncia allo stato nazionale). Alcuni autori però, in polemica con queste posizioni fanno notare che dopo l’11 settembre 2001 gli USA intervengono nella guerra globale al terrorismo non solo con provvedimenti economici, riportando lo stato e i suoi interessi al centro, ma anche concependo la guerra in senso Clausewitziano, stato contro stato, USA contro Afghanistan (in cui Bin Laden ha statualizzato la sua organizzazione terroristica)[1]. Infine, per comprendere a pieno la natura camaleontica della guerra è necessario analizzare alcune altre situazioni che si sono verificate nel mondo post-bipolare, le guerre umanitarie. Questa caratteristica è anche chiamata Umanesimo occidentale secondo cui, ammesso che i diritti umani siano un elemento coessenziale con la pace e la democrazia, essi siano imposti con la guerra anche fuori dei confini nazionali in nome della pace. Luttwak fa notare che questo tipo di guerre (che chiama post-eroiche) non sono sostenibili poiché l’Occidente, a causa della natura liberal-democratica della società, è incapace di digerirne i costi in termini economici e di perdite di vite umane. Inoltre, poiché combattute contro milizie eroiche tali guerre non sono gestibili. Non a caso due colonnelli cinesi parlano di guerra senza limiti che, detta alla Luttwak, va combattuta contro "i nuovi barbari" altrimenti l’Occidente è costretto a soccombere. Mary Caldor, esprime dei concetti importanti parlando delle nuove guerre, infatti l’intervento umanitario occidentale causa: il prolungamento dei conflitti poiché gli aiuti alimentano la guerra, la legittimazione di criminali di guerra elevati al rango di controparte, la contraddizione con i principi poiché si finisce per andare contro quelle idee che invece si intendeva affermare. In sintesi, possiamo delineare alcune caratteristiche delle nuove guerre, utili per comprendere in quali termini si possa parlare di guerra, oggi, in Europa e cioè: le nuove guerre si differenziano dalle vecchie per i loro scopi (rivendicazione del potere per questioni etniche d’identità), per i metodi e per le fonti di finanziamento. Allora, i conflitti si possono spiegare con dei contrasti tra individualismo (particolarismo) e multietnicità (convivenza pacifica e cosmopolitismo). Secondo la Caldor non è vero che chi fa parte della classe globalizzata sia portatore di valori di multietnicità e cosmopolitismo e chi appartiene, invece, a quella locale porti l’individualismo. Esempi di ciò sono Bin Laden che, pur essendo uomo del particolarismo, usa la globalizzazione e per contro, in Ruanda alcuni gruppi locali, che si fanno chiamare Uzi, sono portatori di principi universali (Utu e Tuzi Uzi). Per finire questo excursus sul significato di guerra ritengo sia necessario precisare alcuni aspetti che emergono da quel vuoto di coscienza che ha creato l’attentato alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001. La reazione statunitense e della comunità internazionale all’attacco terroristico è stata la guerra. Nasce così, un ulteriore significato di guerra globale, non totale e complessiva (alla hobbes tutti contro tutti), non in senso clausewitziano di impiego assoluto delle forse in una tensione estrema e neanche totale (quella nucleare) ma una guerra che ha per campo di battaglia il globo fatta tanto da conflitti di secessione e di disgregazione quanto da quelli di potenza (vecchia maniera) in cui gli stati occidentali e quelli statualmente maturi combattono per difendere i propri privilegi. Una guerra necessariamente lunga in senso temporale e caratterizzata da assenza di dialogo politico. E’ lecito chiedersi , allora, se piuttosto non si rischi di alimentarlo il terrorismo, nella considerazione ulteriore che esso punti proprio ad usare metodi che non sono utilizzabili da chi la guerra non la può fare. Direi allora che la guerra globale è uno scontro tra due sistemi asimmetrici l’uno forte e potente nei mezzi, l’altro che impiega i mezzi senza limiti. Le interpretazioni e le concettualizzazioni sulla guerra fin qui discusse, sembra ci suggeriscano, allora, un possibile scenario in cui la guerra riesca a potersi insinuare e a riprendere il sopravvento. Nel prossimo paragrafo analizzerò proprio questo argomento.



4. La guerra in Europa

Parto facendo una considerazione: a ben guardare la guerra in Europa è già scoppiata. Come non considerare gli interventi militari occidentali in Bosnia e nel Kosovo come guerra? Come non considerare l’atto terroristico alle Torri Gemelle un vero e proprio attacco armato a tutto l’Occidente? La mia analisi tenderà comunque a considerare diversi punti di vista, lo scoppio di una guerra in Europa concependola tanto come fenomeno che coinvolge gli stati, le nazioni e i popoli europei, quanto guerra che geograficamente si svolge in Europa. Come evidenziavo nell’introduzione e nei precedenti paragrafi, perché si giunga alla guerra devono verificarsi delle pre-condizioni analizzabili, secondo le relazioni internazionali, in termini di crisi. Concependo, quindi, la crisi internazionale come possibile alternativa alla guerra si dovrebbero verificare, come descritto da Britchel, una tensione che dia la percezione agli stati europei di una minaccia che preveda un’alta probabilità di guerra con un tempo limitato per decidere il da farsi. Per passare da crisi a guerra, come storicamente accaduto per la maggior parte delle volte, basterebbe un elemento simbolico scatenante, come un attentato o altro, per determinare la risposta armata. Ma allora si deve analizzare il concetto di minaccia e cercare di individuarne alcune capaci di implicare la guerra. La minaccia perché rientri nei canoni sopra espressi deve essere portata alla sopravvivenza, ai valori e alla percezione dell’impossibilità di continuare a essere quello che si è. Ritengo che solo se si verifichino queste condizioni si possa ipotizzare una guerra in Europa. Analizziamo allora in quali termini queste minacce possono verificarsi e soprattutto da parte di quali gruppi etnici, bande o stati possono essere perpetrate. Da un primo punto di vista, nell’idea che attualmente tanto l’Europa-Occidente quanto l’Unione Europea possano ritenersi zone di pace considererò le minacce che possono provenire dall’esterno dell’Europa. Ipotizziamo allora un evento che, tra l’altro, vale la pena di discutere concretamente (in realtà spero vivamente che i titolari delle decisioni statali e gli analisti abbiano affrontato): se l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 fosse accaduto in uno stato europeo (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia o il Vaticano) piuttosto che in America, cosa sarebbe accaduto? Se aggiungessimo a questo una riluttanza isolazionistica americana a volersi interessare della cosa, come sarebbero evolute le relazioni internazionali? Gli USA, che in questi anni hanno giocato il ruolo di sceriffo planetario, hanno seguito una politica definita selettiva o irresponsabile per cui gli interventi siano stati decisi più che per le ragioni dichiarate per interessi nazionali. Ne sono l’esempio le guerre in Serbia, nel Kosovo e in Afghanistan che, secondo alcuni, farebbero parte di una politica americana tendente a favorire lo sfruttamento delle fonti energetiche dell’Asia centrale realizzando così il riscatto dal monopolismo dei petrolieri mediorientali. Con ciò voglio far vedere che ipotizzare il disinteresse USA in questioni di politica internazionale non è poi così improponibile. Nel quadro ora delineato, quindi, lo stato colpito dovrebbe affrontare la crisi passando attraverso l’acquisizione di informazioni, effettuare delle consultazioni in varie sedi decisionali, considerare dunque delle alternative e prendere delle decisioni che inevitabilmente porterebbero ad un cambiamento di ambiente. Ritengo che lo stato colpito cercherebbe di coinvolgere l’Unione europea e gli altri stati dell’Europa in una difesa unica dei valori messi in discussione dall’attentato (ricordo però che ho ipotizzato che gli USA non facciano da “sceriffo planetario” altrimenti, ricorrendo il vecchio paradigma della difesa garantita dagli USA si assisterebbe ad una situazione molto simile a quella attuale). Il governo colpito inizierebbe una serie di contrattazioni per assicurarsi il consenso di un numero più ampio possibile di alleati, si farebbe ricorso all’articolo 5 per coinvolgere i paesi dell’Alleanza atlantica. E’ evidente che l’Unione europea, come qualcuno ha fatto notare, è si un gigante economico ma rimane un nano politico e soprattutto un verme militare per cui, non avendo un’unica politica estera né, in realtà, un unico esercito non potrebbe garantire né pace né sicurezza agli stati. In una situazione del genere si rischierebbe di piombare in una condizione di anarchia internazionale e ritornare alle vecchie dispute nazionali. A tutto ciò va aggiunto che le spinte tanto dal basso (particolarismi ed individualismi) quanto dall’alto (globalizzazione) hanno messo in crisi, come ho cercato di far vedere nel paragrafo precedente, il concetto di stato nazionale per cui tanto i governi quanto l’opinione pubblica vedrebbero queste come pre-condizione alla guerra. Va però descritta la situazione in cui effettivamente oggi si trova l’Europa per comprendere quali decisioni i governi europei e soprattutto quello colpito adotterebbero. Le minacce a cui l’Europa deve far fronte sono di varia natura ma certamente nascono per buona parte (come già detto) dalla fine del mondo bipolare. Ci si trova in una situazione di moltiplicazione della conflittualità, i micro-nazionalismi tenuti a freno dalle due superpotenze oggi esplodono nella loro interezza, dopo l’89 tutto diventa possibile. La diffusione delle armi NBC causata dal dissolvimento dell’URSS costituisce un ulteriore elemento che L’Europa deve contrastare. Spesso l’opinione pubblica, e nel caso ipotizzato lo sarebbe certamente, tende a rimanere terrorizzata dagli eventi di guerra. L’acuirsi del fenomeno dei fondamentalismi, soprattutto islamici, dà la misura della spinta al particolarismo contro la globalizzazione portata dall’Occidente. L’emigrazione clandestina dall’Europa dell’est o dall’Africa spesso è avvertita come minaccia alla sicurezza e alla stabilità a causa delle attività illecite su cui, questi traffici, generalmente, si basano (droga, prostituzione). Inoltre, non è da escludere, in questa analisi, il sentimento di rivalsa da parte dell’opinione pubblica contro i responsabili dell’attentato. Ritengo quindi che tanto lo stato colpito quanto gli altri piomberebbero in una situazione di intolleranza verso le minoranze etniche presenti sul territorio soprattutto verso quelle della stessa cultura e religione dei responsabili dell’attentato. Con tutto ciò voglio far vedere come siano le relazioni internazionali ad influenzare la politica interna e non viceversa. Gli ideali di cosmopolitismo e multietnicità verrebbero, probabilmente attaccati alla radice facendo cadere le condizioni irrinunciabili per la pace. Nell’analizzare il processo decisionale del governo (comitato di crisi) va anche considerata la possibilità di un restringimento delle libertà personali con l’idea di garantire la sicurezza, in sintesi verrebbe messa in discussione la democrazia. Si perderebbe cioè quell’elemento essenziale che conduce alla pace. Quindi secondo questo primo punto di vista la guerra in Europa portata dall’esterno da un evento scatenante, potrebbe essere combattuta all’interno sottoforma di conflitti che si ispirano ai particolarismi, patriottismi e separatismi propri del mondo attuale. Diventerebbe una guerra disgregatrice poiché metterebbe in discussione la capacità dello stato di garantire la sicurezza dei cittadini e quindi favorirebbe, all’interno di esso e di riflesso negli altri, lo stesso fenomeno di balcanizzazione verificatosi nel mondo post-bipolare. Il rischio è quindi quello di un ritorno al Medioevo sotto le spinte dell’individualismo e della frammentazione. Tale quadro trova riscontro, tra l’altro, nella società odierna in cui in varie nazioni, proprio dell’Unione europea, si dichiarano secessionismi e si affermano ideali di popoli inesistenti. E’ in un certo senso l’idea, che ho descritta nel precedente paragrafo, di Martin van Creveld sulle guerre dei popoli. In questo quadro l’Unione europea troppo presa a risolvere problemi di natura economica si dimostra incapace di trovare il modo di diventare un gigante politico e militare cadendo sotto i colpi della glocalizzazione portata, paradossalmente, proprio da quella globalizzazione di cui, insieme all’America, si è fatta paladina. Voglio far notare, in sintesi, che da questo punto di vista un attentato come quello delle Torri Gemelle fatto in Europa invece che in America avrebbe dimostrato l’incapacità dell’Europa e degli stati di garantire la sicurezza dei cittadini i quali, nell’idea che lo stato nazionale sia “morto” (principio della globalizzazione), cercherebbero sicurezza e benessere in un proprio stato di dimensioni ridotte e di razza omogenea al riparo, tra l’altro, dai flussi migratori (argomento discusso da Mary Caldor nelle nuove guerre). Volendo, ora, ipotizzare la guerra in Europa per ragioni interne è necessario analizzare quali relazioni intercorrono attualmente tra i principali attori dell’Unione Europea ed in particolare tra quegli stati che tale Unione l’hanno resa realizzabile. Come ho cercato di spiegare nei paragrafi precedenti, l’Unione europea si fonda su due principi: pace e democrazia. E’ inoltre patrimonio di tutti gli studiosi ritenere che gli stati democratici non si fanno la guerra tra di loro anche se, come osserva Panebianco, gli stati democratici usano la guerra molto più spesso che altri regimi politici. Allora, ritengo che la guerra tra stati in Europa possa riaffiorare solo se i due ideali su cui attualmente si fonda vengano messi in discussione. Inoltre, ci si potrebbe chiedere se un’entità così grande come l’Europa possa davvero essere governata democraticamente oppure se qualche sua parte (regione o nazione) non cercherebbe di prendere la guida del tutto. Allargare l’Unione europea significa allargare la democrazia oppure rischiare di rendere questo sistema incontrollabile? E’ da queste domande che bisogna partire per ricercare possibili controversie che in una visione assai pessimistica possano condurci alla guerra. In altri termini, è possibile unificare sotto uno stesso governo un insieme eterogeneo e non compattamente democratico? Allora, fintantoché l’Europa non si trasformi in una entità capace di assicurare la propria difesa e sicurezza senza l’intervento americano e finché non sia in grado di prendere decisioni di politica internazionale in senso unitario, il rischio della disgregazione è concreto e sempre in agguato. E’ evidente, allora, come si possa giungere alla guerra in Europa. Lo scenario prevedrebbe degli stati fortezza terrorizzati dalla perdita della loro identità nazionale ed incapaci ovviamente di fare fronte alle sfide della globalizzazione. La Francia e la Germania si combattono da sempre e quella certa diffidenza degli uni verso gli altri ancora oggi perdura. I rapporti preferenziali della Gran Bretagna con l’America sono una realtà. L’inaffidabilità dell’Italia di mantenere le promesse con i propri alleati è un fatto che storicamente trova la sua giustificazione. La Grecia da sempre in disputa con la Turchia sembra non essere in grado di trovare soluzioni percorribili in particolare per la questione di Cipro. Gli stati appartenenti all’Ex-Jugoslavia sono ridotti al vassallaggio nei confronti dei paesi Occidentali. La Spagna è ancora alle prese per risolvere il problema dei paesi Baschi. I paesi scandinavi hanno sempre condotto una politica di neutralità nei riguardi delle vicende di politica internazionale. A tutto ciò si aggiunga la spinta immigratoria delle popolazioni appartenenti all’Europa dell’est verso occidente perché si delinei uno scenario sufficientemente eterogeneo sul quale possa inserirsi prepotentemente la guerra. Non sono fantapolitica le diffidenze francesi nei confronti della Germania da quando essa si è unificata. L’America spinge affinché la Germania entri nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite legittimando così lo strapotere tedesco in Europa non solo economico ma anche politico e militare. L’ipotesi di un conflitto in Europa potrebbe scaturire, allora, solo se uno o più stati abbandonassero l’idea di perseguire la democrazia e la pace e la sostituissero con quella di potenza e di odio.



5. Conclusioni

Nei precedenti paragrafi ho considerato inizialmente come possa essere intesa l’Europa, successivamente ho analizzato il significato di guerra e le concettualizzazioni che di questa gli studiosi di varie epoche hanno fatto. Ho anche cercato di evidenziare gli aspetti irrazionali connessi con il termine scoppio della guerra. Nella parte centrale dell’analisi ho ipotizzato degli scenari possibili in cui possa oggi insinuarsi e ritornare la guerra in Europa. Da ultimo vorrei brevemente rispondere alla seguente domanda: allora, come si può evitare la guerra? Una risposta concreta, praticabile e che si è rivelata sempre efficace nella risoluzione delle crisi è quella di rinforzare le istituzioni democratiche. Riferendo ciò all’Europa si deve cercare di sottoporre l’Unione ad un processo non solo di state-building ma anche e soprattutto di nation-building con l’idea di allargare la democrazia e la pace a tutti gli stati dell’Europa geografica. Questo processo deve necessariamente passare attraverso la compilazione di una Costituzione europea che appunto avvicini l’Unione a diventare una nazione. L’autonomia politica e militare oltre a quella finanziaria renderà allora l’Europa una vera super-potenza in grado di auto-determinarsi in qualsiasi scelta di ordine internazionale infrangendo finalmente quel vassallaggio ormai anacronistico dall’America. Inoltre, come affermato da Bobbio, gli ideali di cosmopolitismo e di universale ospitalità possono raggiungersi solo con la coesistenza della pace, della democrazia e dei diritti umani. Infine, solo allargando questi ideali democratici alle relazioni internazionali e rafforzandoli al proprio interno si potrà finalmente tendere al raggiungimento della pace perpetua.

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[1] Con queste premesse si potrebbe ritenere, allora, che l’11 settembre porti ad una guerra di rottura e che quindi non sia compatibile con il sistema precedente. Concependo il periodo post-bipolare come un vero e proprio dopoguerra si potrebbe osservare, allora, che l’11 settembre sia effettivamente un punto di separazione tra due momenti diversi della storia attuale.



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