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LA PSICOSI DEL KAMIKAZE

      

   

Costume

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Esiste anche da noi. L'ho provata anch'io, dal panettiere.

 

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BUUUU!... SONO COME TE


Divagazioni sulla polmonite atipica detta SARS

LA PSICOSI DEL KAMIKAZE

Esiste anche da noi. L'ho provata anch'io, dal panettiere.

(Rieti, May 9 2003 12:00AM) L’ipotesi era già stata fatta, prima che scoppiasse la guerra in Iraq. Mi riferisco all’ipotesi di kamikaze islamici contaminati “obtorto collo” contro la loro volontà, o volontariamente per fedeltà allo jiad, comunque votati alla morte, distribuiti per via clandestina o sotto copertura diplomatica sul territorio delle nazioni occidentali ostili al regime di Saddam, con lo scopo di contagiare quanti più “infedeli” possibile e trascinarli nel loro stesso destino di morte mediante la diffusione dei bacilli di temibili malattie quali il vaiolo o l’antrace. Era questa un’ipotesi forse credibile, ma invero difficilmente realizzabile. Ora, dopo avere assistito alla fulminea diffusione della SARS, questa ipotesi potrebbe diventare una realtà. Sulla SARS se ne sono dette di tutti i colori e si continua, direi irresponsabilmente, a diffondere sistematicamente il terrore. Ogni giorno, infatti, i telegiornali e la stampa diffondono delle “novità”, come oro colato, uguali a quelle del giorno prima, che non aggiungono nulla alla comprensione ed alla risoluzione del fenomeno, ma servono soltanto ad appagare un malinteso obbligo di informare e che invece finiscono con il diffondere incertezza e radicare il germe, questo si nocivo oltre ogni ipotesi, della paura, anzi del panico. Si tratta in effetti di una paura atavica, di facile presa, “che intender non la può chi non la prova…”; una paura che viaggia a fior di pelle e si diffonde senza alcun possibile controllo, coinvolgendo le masse ed in special modo i soggetti più indifesi culturalmente. Si tratta evidentemente di quella paura “atipica” trasmessaci geneticamente dai nostri avi sopravvissuti agli stermini causati dalla peste, dal colera, dalla febbre gialla e dalla spagnola. Man mano che giungevano dal mondo e si accavallavano presso le agenzie di stampa le notizie dei contagi, dell’alta percentuale di morti, delle difficoltà di isolare il virus e dell’impossibilità di realizzare i vaccini, ci siamo tutti resi conto che l’ipotesi di kamikaze portatori di contaminazione biologica non era del tutto campata in aria, anzi era alquanto credibile ed appariva soprattutto efficace sotto il profilo strategico e quindi idonea a generare, se non uno sterminio, almeno una incontrollabile psicosi in grado di condizionare pesantemente, specie nella fase iniziale, l’economia di molti Stati e la libertà e l’integrità di intere popolazioni, provocando danni incalcolabili. Salvo poi a radicarsi nel territorio, con conseguenze estreme. Per adesso siamo ancora al blocco del trattato di Shenghen, ai controlli della temperatura corporea negli aeroporti, alle quarantene, alla temporanea sospensione di viaggi, commerci e scambi; quindi a tutta una serie di provvedimenti che gli Stati stanno adottando in modo precipitoso e non del tutto ponderato, ma che hanno già, di fatto, creato una situazione paradossale che colpisce nel loro complesso tutte le attività legate in qualche modo alla vituperata globalizzazione. Ma crescono soprattutto le diffidenze a livello personale e non sono dissimili da quelle che suscitava l’apparire di un “untore” nel romanzo del Promessi Sposi. La prova verificabile del radicamento della psicosi è la desertificazione dei ristoranti cinesi. Mi chiedo se tutto questo non possa essere considerato come una prova generale di avviamento della “Terza guerra mondiale”; guerra temuta e paventata dal mondo intero ed evocata paurosamente negli ultimi cinquant’anni ad ogni verificarsi di crisi diplomatica, ma per fortuna sempre scongiurata dalla diplomazia e dal buonsenso. Se così fosse, una prova generale di questo tipo potrebbe diventare inarrestabile e causare in successione l’isolamento degli Stati, l’autarchia più assoluta e l’impoverimento progressivo delle popolazioni, fino a giungere ad epiloghi al momento neanche ipotizzabili. Ed arriviamo alla psicosi del kamikaze. Intendiamoci, si potrebbe trattare di una particolare specie di kamikaze, involontari, forse contagiati proditoriamente da ben determinati burattinai, oppure vittime inconsapevoli di non definibili “pratiche orientali”. Persone toccate, comunque, da un destino infame che li va a colpire nei loro naturali diritti, di lavorare, di vivere, di studiare, o di sfuggire a tremende realtà. Ma chi ce lo dice che sono inconsapevoli? Troppe volte gli Occidentali, educati al rispetto delle leggi, della democrazia e della tolleranza, sono stati vittime di criminali perfidie e di animaleschi tradimenti. In ogni caso, si voglia attribuire la creazione e la diffusione del cosiddetto “corona virus modificato e mutabile” al puro caso, o lo si voglia attribuire ad un esperimento mal riuscito, o alla promiscuità degli allevamenti unita alla inesistenza di condizioni igieniche nei Paesi asiatici, o alla fuga del virus da uno sperduto laboratorio, o ancora alla follia di uno scienziato isolato (forse non lo sapremo mai), rimane inconfutabile il fatto che ogni Orientale avvistato all’angolo di una via, peggio se munito di espositore a tracolla, che invita i passanti a “complale” qualcosa della mercanzia che espone, scatena ormai in noi delle incontrollabili ed ataviche paure. La gente scappa letteralmente e nel frattempo si tappa la bocca e il naso con il palmo della mano, mentre agita espressivamente l’indice per dire “vai via, non complo nulla, spalisci…” Anch’io, benché moderatamente scettico, ho ceduto agli impulsi del terrore. Attendevo il turno dal panettiere, quando una donna orientale, munita di espositore a tracolla mi ha invitato a “complale” qualcosa e nel mentre, attraverso uno smagliante sorriso a “64 denti”, mi soffiava sul volto a distanza ravvicinata il fiatone tipico degli ambulanti affaticati. Mi si è gelato il sangue nelle vene. Ho trattenuto il respiro, mi sono allontanato con fare circospetto, schiacciandomi contro i clienti che mi precedevano ed ho sussurrato con voce strozzata, quasi parlando tra me e me: “No, glazie; mia moglie detto me complale solo pane”. Mentre scrivo, mi vergogno ancora, ma sono convinto che, se mi ricapitasse, rifarei la stessa cosa, esattamente come la prima volta. Anzi di più. Non so voi.

 

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