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L’EUROPA E IL MONOPOLIO AMERICANO SU INTERNET

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


GAFAM è l’Acronimo delle Società Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft

 

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BEZOS J. PRESTON PROPRIETARIO AMAZON


Il Controllo delle Informazioni

L’EUROPA E IL MONOPOLIO AMERICANO SU INTERNET

GAFAM è l’Acronimo delle Società Google, Amazon, Facebook, Apple, Microsoft

(Assisi PG, 28/03/2019)

Le grandi società americane, il GAFAM (1), controllano oggi il Big Data, l’insieme di dati numerici che esse archiviano e che utilizzano principalmente a fini pubblicitari. Oltre all’aspetto economico, questo controllo pone problemi geopolitici seri, poiché questi dati possono essere utilizzati ed anche manipolati da agenzie americane con le quali le ditte americane mantengono legami molto stretti. Cosa può fare l’Europa davanti a questa situazione ? Negli ultimi anni il tematica del controllo dei dati, a fronte di un problema economico di mancati pagamenti di tasse sul commercio in linea e del pericolo di manipolazioni degli archivi da parte di paesi terzi, è diventato un problema prioritario nell’ambito delle nazioni europee ed ha generato una situazione complessa e conflittuale fra i dominatori dell’economia numerica, il cosiddetto GAFAM (Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft) e la stessa Unione Europea. Ancora una volta, davanti alla delicatezza del problema, l’Europa procede in ordine sparso e ciascun paese membro cerca di ottenere, a titolo privato, le migliori condizioni nelle trattative in corso. 

La potenza proteiforme del GAFAM

La crescita dei giganti di Internet non sembra incontrare limitazioni: con 824 miliardi di capitalizzazione in borsa per Apple agli inizi del 2018, 773 per Alphabet, la casa madre di Google, 708 per Microsoft, 689 per Amazon e 552 per Facebook (2), la produzione complessiva di queste imprese risulta superiore alla ricchezza della Germania (pari a 3.6019 miliardi di PIL (3)). Il 63% degli introiti di Apple provengono dalla vendita di Iphone (4), il 21% dalle vendite dei diversi modelli di computer MAC o IPAD, il resto dai servizi a pagamento e prodotti derivati. Per google, per contro, la stragrande maggioranza degli incassi dell’impresa - l’88% - proviene dagli introiti della pubblicità Questa tendenza risulta ancora più marcata in Facebook, completamente dipendente dalla pubblicità, che rappresenta il 97% del suo fatturato (5). Amazon, al contrario, si avvicina di più al modello di Apple, con un fatturato derivata per il 72% dalla vendita di prodotti sulla sua piattaforma. L’eccezione di questo “club dei cinque” è la Microsoft, la sola impresa i cui introiti sono più diversificati di quelli dei suoi concorrenti: 28% del fatturato è rappresentato dalla vendita del pacchetto Office ai privati, a professionisti, imprese, istituzioni e collettività; il 22% deriva dalla installazione di server dedicati, l’11% dalle vendite della Xbox ed il 9% dalla commercializzazione delle differenti versioni di Windows.

Queste imprese si basano, dunque, su modelli economici molto diversi. Mentre Google e Facebook sono delle piattaforme mediatiche, che traggono l’essenziale del loro fatturato dalla pubblicità. Apple trae profitto dalla divisione internazionale del lavoro, utilizzando la manodopera a buon mercato dell’Asia, per comprimere i costi di fabbricazione di prodotti, come l’IPHONE e l’Ipad, venduti molto cari sui mercati americani, europei ed asiatici. La marca della mela sviluppa, peraltro, un vero ecosistema mercantile che avvantaggia i suoi prodotti, ma rimane molto dipendente dalle vendite del suo prodotto faro: l’Iphone. Microsoft, approfitta di un mercato quasi prigioniero, con Windows installato d’ufficio sulla maggioranza dei computer portatili, venduti nel mondo. Amazon approfitta del suo statuto di pioniere sul mercato delle vendite on line per destabilizzare e schiacciare a poco a poco, la concorrenza. Dopo aver acquistato recentemente il marchio americano di vendita di prodotti bio Whole Foods Market, per 13,7 miliardi di dollari, Amazon ha seminato il panico nel settore del commercio al dettaglio, annunciando la sua intenzione di mettere in atto una politica di bassi prezzi e di promozioni molto attrattive per i clienti del servizio Amazon Prime, che desiderano acquistare prodotti Whole Foods. Quando Jeff Bezos, il proprietario di Amazon ha annunciato, nell’agosto 2017, questa intenzione, la quotazione dei principali concorrenti di Whole Foods è caduta quasi immediatamente, a cominciare da Wallmart. Questo esempio mostra esattamente la capacità delle imprese del GAFAM a strozzare completamente la concorrenza costruendo degli ecosistemi chiusi, che riuniscono settori commerciali molto diversi o imponendo, di fatto, un monopolio e provocando quello che si chiama in economia un fenomeno di concentrazione verticale e orizzontale.

UE contro GAFAM

LA potenza del GAFAM preoccupa moltissimo i dirigenti dell’Unione Europea, cosciente di aver perso l’occasione della svolta dell’economia numerica. Nel 2017, fra le prime 20 FTN al mondo, si contavano quasi esclusivamente imprese americane o cinesi ed essenzialmente società specializzate nelle tecnologie del numerico: Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook per le prime cinque e le cinesi Tencent, Alibaba ed ICBC, rispettivamente al 9°, 10° e 12° posto della graduatoria (6). Le sole compagnie europee ad apparire nella lista sono … svizzere: Nestlé ed i Laboratori Roche, rispettivamente alla 13^ e 19^ posizione. La tattica dei giganti dell’informatica nei confronti dei paesi europei è quella di non far crescere giganti europei concorrenti e quella di investire in Europa, anche perché esse non pagano molto di imposte. In tal contesto, nel 2016, Facebook ha dichiarato un fatturato di 37 milioni di Euro e pagato 1,2 milioni per una attività stimata, in realtà, a 540 milioni di Euro. L’impresa Google ha versato, per quanto la concerne 6,7 milioni a titolo di imposta sulle società in Francia nel 2015 per una attività stimata in realtà a 1,7 miliardi di euro, a causa del dominio esercitato dall’impresa sul mercato della pubblicità nei motori di ricerca. Solo nella pratica: i proventi pubblicitari generati da Google vengono versati a Google Ireland, fatto che ha consentito a questa impresa di sfuggire nel luglio 2017 alla richiesta di 1,1 miliardi da parte del fisco francese per il periodo 2002-2010. “Google ha vinto” ha titolato con soddisfazione The New York Times, nella sua edizione del 12 luglio 2017 e tanto più perché la legge irlandese consente a Google Ireland di pagare le sue imposte … alle Bahamas, dove il tasso di imposizione è quasi nullo.

Il big Data, il nuovo Eldorado

E’pertanto in un altro modo che le potenze europee hanno deciso di replicare per arrivare al portafoglio dei giganti del Net, promulgando un nuovo regolamento europeo: il RGPD (Regolamento Europeo sulla Protezione dei Dati Personali), adottato nell’aprile 2016 e che è entrato in vigore nel maggio 2018.. La carta di questo nuovo testo regolamentare europeo proclama: “la protezione delle persone fisiche nei riguardi del trattamento dei dati a carattere personale costituisce un diritto fondamentale” (7). In questo contesto, le imprese che procedono direttamente o indirettamente alla raccolta di dati personali per mezzo delle loro attività economiche, dovranno informare i loro clienti sull’uso che ne viene fatto. Il consumatore potrà opporsi a tale uso, reclamare un inventario dei dati raccolti e pretendere il diritto all’oblio al fine di ottenere la cancellazione delle informazioni che lo concernono. Per i contravventori, l’ammenda potrà raggiungere fino al 4% del fatturato. Se si vuole dare credito ad una consultazione realizzata nel settembre 2017, una grande maggioranza della popolazione europea si dice “preoccupata per la protezione dei dati personali su Internet”. Di fatto, i mezzi per raccogliere questi dati non mancano attraverso i computer, i telefoni e essere rivenduti. Il mercato dei dati personali è diventato un vero eldorado economico. Facebook ricava 5 dollari di guadagno per profilo secondo uno studio della Boston Consulting Group e secondo lo stesso organismo, il “valore” di un Europeo in termini di commercio di dati salirebbe a 600$. Secondo la IBM, noi produciamo ogni giorno 2,5 trilioni di Byte di dati. Una parte di questi dati generati dall’attività degli individui, istituzioni sono raccolti da altre imprese e preziosamente conservati in centri dati, con grandi spese per i giganti del Net. La stessa impresa Facebook ammette di gestire un flusso di 600 Terabyte di dati … per giorno, con una capacità di stoccaggio di 300 Petabyte per 1,2 miliardi di utilizzatori nel 2014 (8) Facebook consacra un miliardo di dollari per la manutenzione di queste casseforti numeriche situate nell’Oregon, in Carolina del Nord, in Virginia o nella California.

Golia americano contro David europeo ?

Per i governi europei il RGPD può certamente rappresentare uno strumento di controllo efficace, in un contesto di tensioni fiscali fra l’Unione ed il GAFAM. Nondimeno, di fronte a questi giganti dell’economia numerica, a l’Europa ha un peso molto relativo in questo momento. L’Unione Europea ha effettivamente lanciato, nel 2014, il “Progetto Horizon 2020”, al quale dovrebbe allocare 80 miliardi di euro, per un periodo di sette anni, al fine di finanziare la ricerca e lo sviluppo nei settori di punta e specialmente quello dell’economia numerica. Nel corso dei primi tre anni del progetto, Horizon 2020 ha allocato 4 miliardi di euro per 1369 progetti (9) nel campo della tecnologia dell’informazione e della comunicazione. Vale la pena di evidenziare che un rapporto di France Strategie, una missione di studio collegata con il Commissariato Generale alla Strategia ed alla Prospettiva aveva stabilito nel 2016 che la diminuzione della produttività francese era dovuta meno all’aumento del costo del lavoro, ma piuttosto ad una cattiva politica di investimenti nel numerico (10). Questo significa che ogni nazione europea e la stessa UE dovrebbe orientare sempre maggiori flussi di investimenti nel NTIC (11), per sperare di recuperare un ritardo dagli Stati Uniti, che al momento sembrerebbe insormontabile. In definitiva, le politiche di investimenti decise a livello statale ed europeo consentiranno di recuperare il ritardo storico accumulato e di far emergere giganti europei nel settore, capaci di competere con il GAFAM ? Per il momento la risposta appare alquanto azzardata !!!

NOTE

(1) GAFAM, acronimo che indica il cartello delle grandi società americane che operano in Internet: Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft

(2) NASDAQ, 2 febbraio 2018;

(3) Fonte: Fondo Monetario Internazionale cifre del 2017. Il paragone risulta peraltro delicato, il PIL corrispondente alla produzione di un paese in un anno, mentre la capitalizzazione rappresenta il valore (teorico) di una impresa in un certo momento. La capitalizzazione dovrebbe essere, piuttosto, paragonata al patrimonio di un paese; nel caso della Francia, questo sarebbe da 6 a 7 volte superiore al suo PIL fatto che rende relativo il peso economico dei GAFAM in relazione agli Stati;

(4) Fonte: International Data Corporation (IDC);

(5) Le Figaro, 3 novembre 2016;

(6) Fonte: Mary Meeker, “Internet Trends 2017”, KPCB (Kleiner, Perkins, Caufin, Byers), 31 maggio 2017. www.kpcb.com/internet-trends;

(7) Fonte: Commissione Nazionale Informatica e Libertà (CNIL);

(8) Fonte: Pamela Vagata, Kevin Wilfong, “Scaling the Facebook data warehouse to 300 PB”, Fcebook 10 aprile 2014. https://code.facebook,com

(9) Fonte: Commissione Europea, “Europe’s digital progress report, 2027”. Documento di lavoro, Bruxelles, 10 maggio 2017;

(10) Produzione per ore lavorate. La maggior parte degli economisti ci vede la principale causa della crescita;

(11) Nuove Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (NTIC).


Massimo Iacopi

 

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