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UN POPOLO SENZA NAZIONE E SENZA STATO

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


Non ci sarà mai pace nell’area se non si risolverà il problema dell’autonomia curda

 

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XELKE KURDISTANÊ


L’incredibile storia dei Curdi

UN POPOLO SENZA NAZIONE E SENZA STATO

Non ci sarà mai pace nell’area se non si risolverà il problema dell’autonomia curda

(Assisi PG, 25/06/2019)

Al termine della 1^ Guerra Mondiale, durante i negoziati sul futuro delle province ottomane, i Kurdi avevano ricevuto la promessa, non mantenuta, di un territorio. Oggi, in una regione resa fragile dalle guerre, i Kurdi forse ritrovano la speranza di guadagnare la loro autonomia. La guerra civile, che ancora lacera la Siria, ha aperto una nuova prospettiva per le popolazioni kurde di questo paese. Questa “minoranza” etnica, amministrando di fatto, dal 2013, i territori del Nord del paese, può sperare di tornare di nuovo a credere nel suo vecchio sogno di autonomia. Nel 1991, questa volta nell’Irak, un altro conflitto (la prima guerra del Golfo) aveva già aperto una breccia verso l’autonomia dei Kurdi irakeni. Corrispondenza fortuita di questi due avvenimenti ?

Una delle chiavi della stabilità della regione

Da più di un secolo, ogni crisi importante nel Medio Oriente si è tradotta in una riapparizione della “questione Kurda”. Questo apparente balbettamento della Storia ha una sua spiegazione: occupando da più di mille anni un vasto territorio (Mesopotamia, quindi Persia ed Anatolia), i 35 milioni di Kurdi del Medio Oriente non sono mai riusciti ad ottenere la propria “Nazione”, né il loro Stato. E questa carenza, come un male non curato, risorge sistematicamente ad ogni crisi maggiore e sempre con una diagnosi implacabile: nessuna configurazione del Medio Oriente potrà rivelarsi durevole senza fornire una soluzione alle rivendicazioni di questo popolo. Su questo punto, i grandi imperi medio-orientali hanno dimostrato molta maggiore stabilità rispetto alle nazioni moderne. Per molti secoli, in effetti, la Sublime Porta ottomana e l’Impero persiano hanno concesso diverse forme di autorità territoriale alle loro comunità kurde. Come sottolineato da diversi storici, le dinastie kurde sono state spesso alla testa di regni, emirati e principati, che hanno loro garantito prerogative locali di potere (raccolta delle imposte, giustizia, formazione di unità militari, ecc.). La prima comparsa di una regione amministrativa, che ha portato il nome di “Kordestan”, risale alla metà del 12° secolo, sotto il regno dell’imperatore selgiuchide Ahmad Sandjar (1085-1157). In seguito, la dinastia kurda degli Ayyubidi regna sull’Egitto e la Siria per circa un secolo (1171-1250) con la figura leggendaria dell’emiro kurdo Salah al-Din, o Saladino (1137-1193). Nella metà del XVII secolo, dopo più di 150 anni di conflitti di frontiera, l’impero persiani sefevide e quello ottomano firmano un trattato (Zuhab nel 1639), che segna la prima partizione storica delle terre dei “Kurdi”, sui monti Zagros. Nell’ambito dell’impero ottomano e nonostante numerosi conflitti turco kurdi, destinati a consolidare il potere centrale dei sultani, la collaborazione con i Kurdi si basava su un elemento in comune, l’islam sunnita, una corrente religiosa condivisa dalle etnie turche, kurde ed arabe (maggioritariamente sunnite) a danno delle popolazioni ebree e cristiane (come gli Armeni). Tribù feudali, confraternite religiose ed aristocrazie urbane kurde hanno sempre trovato spazi di sovranità in seno a questo millet (comunità religiosa). Il XIX secolo ha sconvolto questo gioco secolare di alleanze politiche all’interno degli imperi. L’ideologia nazionale portata dalla Rivoluzione francese (1789), poi dalla Primavera dei popoli (1848) in Europa, guadagna progressivamente l’Impero ottomano. Quest’ultimo, contestato dalle Grandi Potenze dell’epoca (Gran Bretagna, Francia e Russia), tenta di consolidare il califfato con una vasta politica di “riorganizzazione” (Tanzimat). Questa tendenza centralizzatrice, che mira specialmente a domare le autorità locali sulle frontiere dell’Impero, si accentua agli inizi del XX secolo con lo sviluppo di un movimento nazionalista, guidato dai “Giovani Turchi” (1908-1918), che, di fatto, rompe la coesione della Umma (comunità religiosa dell’islam). Da parte loro, le aristocrazie kurde, emarginate da questa ideologia nazionalista turca, iniziano a difendere l’identità kurda e rivendicano il riconoscimento dei loro diritti politici nel seno dell’impero.

Presi a tenaglia fra Persiani, Turchi ed Arabi

La prima Guerra Mondiale (1914-18) interviene pesantemente nel calderone di questi giovani nazionalismi (Turchi e Kurdi, ma anche Arabi o Armeni), che agitano i popoli del Medio Oriente. Dal 1916, in occasione degli Accordi Sykes-Picot, gli Alleati tracciano delle linee della futura spartizione dell’Impero ottomano. Dopo aver promesso ai Kurdi la creazione di uno stato autonomo, in occasione del Trattato di Sevres (1920) - in un territorio grande come la Francia ed a cavallo fra la Turchia e l’Irak - la Gran Bretagna e la Francia cercano un accordo con la “guerra nazionale” condotta dal giovane generale Mustafà Kemal (1881-1938), fondatore della Turchia moderna. Nonostante i tanto conclamati principi sulle “minoranze”, propugnati dalla Società delle Nazioni, il Trattato di Losanna (1923) impone al Medio Oriente frontiere che concretizzano la seconda spartizione storica del Kurdistan. Da quel momento, oltre all’Iran, il popolo kurdo risulta diviso fra tre giovani nazioni (Turchia, Siria, Irak), che danno inizio una lunga fase di costruzione di Stati centralizzati. Da allora i Kurdi, sebbene condividano da secoli uno stesso territorio, una lingua ed una stessa cultura, hanno, a somiglianza dei Palestinesi, trascorso il 20° secolo come minoranza senza diritti. In effetti, al termine della Prima Guerra Mondiale, questo popolo si è trovato ad affrontare tre possenti forze: l’affermazione del nazionalismo turco, persiano ed arabo; le divisioni all’interno dei ranghi dei partiti politici che li rappresentavano ed infine la preoccupazione di stabilità politica delle Grandi Potenze in una zona ricca di risorse, quindi strategica, dove “la carta kurda” non è mai apparsa essenziale ai loro occhi. Bloccati nella rete di questi tre parametri, i Kurdi non sono mai arrivati, fino ad oggi, a far valere i loro diritti ad uno Stato. Tuttavia, le due guerre del golfo (1991 e 2003), rendendo decisamente più fragile il Medio Oriente, hanno allentato le maglie di questa rete. Approfittando della pratica spartizione dello stato irakeno, i Kurdi hanno conquistato una autonomia durevole nel nord del paese. Questo scenario sembra profilarsi anche nella Siria frammentata, aprendo ai Kurdi la via di una possibile prospettiva federale nel Levante. Rimangono comunque la Turchia e l’Iran. In questi due Stati centralizzati la dura logica “dell’assimilazione” forzata di Kurdi è ormai fallita, lasciando comunque il fuoco a covare sotto la cenere. Ma davanti al marasma siriano e la minaccia dell’ex ISIS (Daesh), le Grandi Potenze potrebbero, prima o poi, decidere di giocare diversamente le loro carte del Medio Oriente.


Massimo Iacopi

 

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