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ANALISI DELLA MEDICINA LEGALE ITALIANA TRA IL XV E IL XVI SECOLO

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di ricerca di:

Massimo Iacopi


Prende piede la dissezione anatomica dei cadaveri per determinare le cause della morte

 

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GIOVANNI MARIA LANCISI - MEDICO


Una Ricerca di Massimo Iacopi

ANALISI DELLA MEDICINA LEGALE ITALIANA TRA IL XV E IL XVI SECOLO

Prende piede la dissezione anatomica dei cadaveri per determinare le cause della morte

(Bardonecchia, 22/08/2019)

Analisi della Medicina Legale Italiana tra il XV e il XVI Secolo.

Prende piede la dissezione anatomica dei cadaveri per determinare le cause della morte.

Premessa

Durante l’inverno del 1705-1706, in piena guerra di Successione di Spagna, due anni dopo le devastazioni della regione a causa di un terremoto, una epidemia di morti improvvise terrorizza Roma. L’angoscia è tanto più forte proprio perché una morte improvvisa è sinonimo di mala mors: impedendo al morente di confessarsi e di ricevere gli ultimi sacramenti, questo evento minaccia la salvezza della sua anima. Scoppia un vivace dibattito nell’ambito del mondo sanitario riguardo all’origine di queste morti inattese. Il papa Clemente XI, Albani (1649-1721) ordina, a quel punto, al suo medico personale e professore di medicina pratica presso l’Università La Sapienza, Giovanni Maria Lancisi (1654-1720), di praticare una serie di autopsie nel teatro d’anatomia dell’università al fine di scoprirne le “vere cause”. Fatto eccezionale, e su comando espresso del papa, Lancisi pratica l’autopsia di sette uomini. Egli ne conclude che ciascuno era morto per una causa diversa. Non esiste pertanto alcun timore per la salute pubblica.

La società italiana viene medicalizzata con largo anticipo

L’inchiesta del 1706, destinata a stabilire le cause di una affezione il cui carattere contagioso non risultava evidente, è stata spesso considerata come “pioniera” nel campo medico. In realtà, la prima attestazione risalirebbe al 1286 a Cremona. Nell’epoca moderna, si ritrova una simile procedura in casi di sospetto di malattia epidemica, come la peste, il vaiolo o le “malattie del petto”. Resta il fatto che il libro nel quale Lancisi descrive le sue investigazioni, il De Subitaneis mortibus (1707), costituisce un capolavoro dell’anatomia patologica. L’esame delle lesioni del corpo al fine di stabilire la diagnostica di una malattia, prima di diventare una vera disciplina universitaria, era comunque una pratica molto diffusa in Italia. Se questo episodio romano del 1706 annuncia sviluppi significativi per le scienze mediche occidentali, esso è anche la conclusione di una tradizione molto lunga di competenza medica e di riflessione sulla sanità pubblica. Essa fornisce anche testimonianza sulla precocità, nella penisola, di quello che oggi sarebbe stata denominata la “medicina legale”: l’intervento del medico in supporto alla giustizia. Questi campi del sapere e della pratica medica, senza essere prerogativa esclusiva dell’Italia, vi troveranno comunque un laboratorio di innovazione intellettuale ed istituzionale. La medicina è, in tal modo, per tutto il periodo dell’Epoca moderna, organizzata sulla base del modello italiano. Dal periodo del medioevo, la penisola ha riunito tutte le condizioni propizie allo sviluppo intellettuale e sociale della medicina. L’Italia, territorio urbanizzato, anche in maniera diseguale, dove sono presenti numerosi centri di potere e di cultura, regione ricca e fortemente alfabetizzata, offre un contesto favorevole alla pratica medica. Le città, le università, le corti, gli ospedali ed i luoghi pii costituiscono altrettanti contesti sanitari, in seno ai quali pratiche e consulenze mediche progrediscono e si istituzionalizzano. Riconosciuti dalle autorità pubbliche, i diplomati vi formano, a partire dal XIII secolo, gruppi protetti da statuti che regolano l’esercizio del mestiere. L’Italia ne risulta una società precocemente “medicalizzata”, dove i praticanti dell’arte hanno avuto una posizione di primo piano. Non appare, quindi, sorprendente che proprio in questo spazio siano apparsi i primi testi di legge che regolano il ricorso ad una consulenza medica nel caso di omicidi o di violenza. I primi esempi sono quelli di Venezia (1258) e di Bologna (1265), ben presto seguite da altre città dove legislazioni comunali prevedevano il ricorso al parere del medico per risolvere le diatribe o per stabilire la causa di un decesso. L’intervento, sempre più frequente, del medico in un contesto legale si inserisce nel quadro più globale di codificazione del diritto scritto (1).

Le città universitarie del nord e del centro della penisola rivestono un ruolo decisivo in questo settore, combinando la presenza di giuristi che elaborano il contesto concettuale del ricorso alla medicina e quello di un gran numero di medici di formazione universitaria, investiti di una certa autorità dai poteri locali. Bologna, sede della prima università in Occidente (1088) e luogo della “resurrezione” intellettuale del diritto romano, ne è indubbiamente il più bello esempio. Ma è anche il caso di Padova, di Siena e di Perugia. Il ruolo degli esperti medici nell’esercizio della giustizia si rinforza con il progredire della strutturazione dei poteri politici. Il Codex Carolinus di Carlo V, che regolava le procedure criminali nell’ambito del Sacro Romano Impero Germanico ed istituiva una medicina giudiziaria, risale al 1532. Ma dal XV secolo tutti gli stati italiani si erano già dotati di una legislazione in questo senso. Se la medicina legale si definisce in primo luogo per una serie di pratiche che implicano la legge e la polizia in senso più ampio, essa si appoggia su un corpus teorico. In effetti, anche sul piano della teoria, l’Italia ha rivestito il ruolo di laboratorio. Giovanni Filippo Ingrassia (1509-1580), professore a Napoli, quindi Protomedicus (1° Medico) a Palermo fino alla sua morte nel 1580, ci ha lasciato un manoscritto di consulenze che evidenzia chiaramente lo spettro delle competenze di cui si è definitivamente impossessata la medicina legale nel XIV secolo: mutilazioni, ferite, stupri. Giovanni Battista Codronchi (1547-1628), medico della città di Imola, non lontano da Bologna, pubblica nel 1597 il Methodus testificandi, nel quale egli rivendica di aver elaborato criteri certi per la valutazione medico legale del parto, della pubertà, dei rapporti sessuali fra coniugi o dell’avvelenamento. L’esperto, medico o chirurgo a seconda dei casi, viene frequentemente sollecitato in caso di sospetto (ricorrente) di avvelenamento (2). Spetta, comunque, ad un medico romano la qualifica di “padre” della medicina legale. Autore delle Quaestiones medico-legales, pubblicato fra il 1621 ed il 1651, Paolo Zacchia (1584-1659) offre una immensa compilazione di casi pratici, di fonti normative e risposte alle questioni più diverse che la medicina si può porre: dalla simulazione della follia all’aborto, dall’invalidità alla possessione diabolica. Decine di pagine sono, ad esempio, destinate a chiarire i diversi casi d’impotenza maschile ed a stabilire quelli che danno luogo all’annullamento del matrimonio. Zacchia costruisce un’opera di casistica più che di teoria medica. Tuttavia, il suo libro costituirà un riferimento per tutte le questioni rilevanti della medicina e del diritto penale, civile e canonico (3).

Il corpo umano non è più un tabù nell’immaginario collettivo

Nella società cristiana dell’Epoca moderna, il discernimento fra fenomeni naturali e sovrannaturali fa anch’esso parte delle preoccupazioni dei medici, di concerto con il teologo ed il giurista. Al medico si chiede di rispondere a quesiti di ordine religioso, come la capacità di una persona vittima di apoplessia a ricevere i sacramenti, o quella di un feto malformato a ricevere il battesimo. Se medici o chirurgi intervengono più sovente nel contesto di investigazioni a seguito di colpi o di ferite, si possono trovare tracce della loro presenza in processi diversi, che trattano di violenze o “deviazioni” sessuali (in particolar modo la sodomia), di annullamenti di matrimoni o di incidenti di lavoro … . Peraltro, essi intervengono nella stessa amministrazione della giustizia, sorvegliando le prigioni e supervisionando la pratica della tortura. Il chirurgo Antonio Gallina scrive a tal proposito, nel 1655, un trattato sulle “buone pratiche”, da tenere per non infliggere maggiori sofferenze di quelle necessarie. La presenza di personale medico nel momento di inchieste di “santità”, attestate fin dal XIII secolo, si consolida fortemente durante la Controriforma. Nel Medioevo i medici risultavano ancora dei semplici testimoni. Ma, a seguito della riforma del processo di canonizzazione agli inizi del XVII secolo, essi vengono ormai consultati in quanto esperti in ogni tappa della procedura, della verifica del cadavere di quelli o di quelle che muoiono in odore di santità (4) fino alla valutazione delle guarigioni attribuite all’aspirante santo. Si tratta, senza dubbio, di una posizione ambigua per i medici, in quanto essi devono nello stesso tempo riconoscere i limiti della loro arte. Essi, in ogni caso, ricavano dal loro ruolo nelle istituzioni del sacro un immenso prestigio sociale. Lancisi interviene personalmente in numerosi processi di canonizzazione, a fianco di Prospero Lorenzo Lambertini, il futuro papa Benedetto XIV (1675-1758), celebre “avvocato del diavolo”, incaricato di argomentare contro la canonizzazione di un candidato. Fra le modalità della consulenza medica, tutti i teorici mettono in primo luogo l’autopsia (esaminare da sé stessi), vale a dire l’esame diretto del corpo della vittima. Si tratta, in molti casi dell’esame diretto del corpo dell’accusato o della vittima. Si concretizza, in molti casi, di un esame fisico abbastanza sommario. Nel caso di avvelenamento presunto, i medici possono procedere ad esperimenti su animali o praticare l’autopsia nel senso moderno del termine, vale a dire aprire i cadaveri per esaminare gli organi interni (spesso unicamente stomaco ed intestini). Agli occhi dei medici italiani, come della società, la manipolazione medica delle spoglie umane risulta, in effetti, alla fine del Medioevo una pratica sempre meno tabù. Le università italiane hanno associato precocemente l’insegnamento dell’anatomia alla dimostrazione sul cadavere. A partire dalla fine del XIII secolo, Bologna rinnova la pratica delle dissezioni umane, ereditate dall’Antichità. L’Anathomia (redatta intorno al 1305 e stampata nel 1491) di Mondino de’ Liuzzi (1270-1326) rimarrà per due secoli il “manuale” più conosciuto. Nel XVI secolo, Bologna, Padova, Roma, dove vengono formati nelle stesse scuole medici e chirurgi, si impongono come centri di eccellenza per gli studi di anatomia. La reputazione dei grandi anatomisti del XVI e del XVII secolo, che combinano la pratica medica e chirurgica, da Andrea Vesalio (1514-1564) a Matteo Realdo Colombo (1516-1559), da Gabriele Falloppio (1523-1562) a Girolamo Fabrici d’Acquapendente (1533-1619), da Marcello Malpighi (1628-1694) a Giovanni Battista Morgagni (1682-1771), si estende a tutta l’Europa.

Mentre nell’ospedale, che impiega medici in Italia fin dal XV secolo, l’apertura dei cadaveri per verificare le cause della morte o per meglio conoscere le malattie risulta sempre più praticata, la dissezione a fini medici o medico legali viene praticata ugualmente con sempre maggiore frequenza su richiesta di privati. Questo stato di fatto viene attestato da numerose fonti: almeno da Rinascimento, sono le famiglie che richiedono ai medici di effettuare un esame post mortem dei loro parenti deceduti al fine di comprendere le cause della morte, segno di una fiducia condivisa su questo metodo di investigazione. La medicina legale non è il solo campo di applicazione per la pratica dell’autopsia. Nelle città e negli stati della penisola vi si fa ricorso per verificare la presenza di pestilenze o malattie epidemiche, come in effetti, in occasione dell’inchiesta romana del 1706, condotta dal Lancisi. Le ragioni della preminenza italiana nella gestione della sanità pubblica sono le stesse per la comparsa della medicina legale. I primi provvedimenti di controllo e di isolamento (lazzaretti e quarantene) vengono adottati in occasione della peste nera del 1347-1348 a Genova, Firenze, Venezia e vengono create a proposito magistrature destinate all’applicazione di questi dispositivi, che col tempo diventeranno stabili. Le magistrature di sanità pubblica si sviluppano nel corso di quest’epoca. Sebbene i medici siano a volte, dei semplici consiglieri del potere politico, queste cariche tendono a durare oltre il momento di crisi e ad estendere le loro competenze ad altri aspetti della salubrità pubblica, ad esempio, la sorveglianza delle acque. Essi favoriscono, in tal modo, una forma iniziale di medicalizzazione della società: il personale medico si impadronisce di campi di azione prima esclusi alle loro competenze, come la sorveglianza dei cimiteri e le “statistiche vitali”. Ne é testimonianza l’inchiesta del Lancisi sulle morti improvvise nella Roma di Clemente XI, prima del suo genere. Le grandi inchieste del periodo dei Lumi ed i progetti di risanamento e bonifica sanitaria delle città e delle paludi ne costituiranno il seguito.

NOTE

(1) Chandelier J. e Nicoud M., “Fra diritto e medicina: le origini della medicina legale in Italia”; Scuola Francese di Roma, 2015 e Chandelier J. e Robert A., Le frontiere delle conoscenze in Italia all’epoca delle prime università; ; Scuola Francese di Roma, 2015;

(2) Collard F., “Potere e veleno. Storia di un crimine politico dall’Antichità ai nostri giorni”, Seuil, Parigi, 2007; Pastore A., Veleno, Credenze, crimini, saperi nell’Italia moderna; Il Mulino, Bologna, 2020;

(3) Porret M., “Sulla scena del crimine. Pratica penale, inchiesta e consulenze giudiziarie a Ginevra”, Editrice Universitaria, Montreal, 2008;

(4) Dall’Antichità si raccontava che i corpi degli uomini e delle donne di Dio emanassero odori soavi.

BIBLIOGRAFIA

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Massimo Iacopi

 

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