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IL VITTORIALE DI GABRIELE D’ANNUNZIO

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


Pochi sanno cosa sia il Vittoriale, anzi molti lo confondono con il Vittoriano anch’esso sconosciuto

 

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GARDONE RIVIERA - IL VITTORIALE


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IL VITTORIALE DI GABRIELE D’ANNUNZIO

Pochi sanno cosa sia il Vittoriale, anzi molti lo confondono con il Vittoriano anch’esso sconosciuto

(Assisi PG, 28/10/2019)

La villa del Vittoriale a Cargnacco, a dominio di Gardone Riviera, sul Lago di Garda e organizzata da Gabriele d’Annunzio, lo stravagante uomo di lettere, suo proprietario, oltre che l’Italia, esalta i suoi scritti le sue imprese ed anche la sua smisurata follia.

Uscendo dalla sua prima visita alla villa di Cargnacco, nel 1921, Gabriele d’Annunzio (1863-1938), il poeta più celebre della sua epoca, non ha nessuna esitazione esclamando “Va bene, la prendo, Mi ci riposerò !”. La villa diventerà così il suo rifugio. A 58 anni, il tempo dell’azione è ormai trascorso; per lui si apre il periodo della riflessione ed il paesaggio che gli si offre davanti, appare l’ideale per dare libero sfogo ai suoi sogni. La casa che acquista risulta nascosta fra i cipressi e gli alberi di faggio in basso alla collina che domina la cittadina di Gardone Riviera. La vista sul lago di Garda e sulle sue rive, dove è nato il poeta romano Gaio Valerio Catullo (-84 / -54), sarà per lui fonte di ispirazione. Egli potrà così affogare la sua malinconia nelle sue acque. certo di aver concluso la pagina più gloriosa della sua esistenza fuori dal comune, in cui avrà interpretato tutti i ruoli possibili, dal Dandy all’uomo di lettere. Dopo essersi esiliato in Francia per sfuggire ai suoi molteplici creditori ed alle sue non meno numerose amanti, egli si appresta ad  incarnare un nuovo personaggio.

La spada e la penna

Il nuovo personaggio è quello dell’araldo italiano della Prima Guerra Mondiale, sostenendo con il suo brio e la sua forbita loquela l’intervento dell’Italia nel conflitto del quale è poi diventato un eroe. Egli deve questa condizione al raid su Vienna nell’agosto 1918, dove ha lanciato manifestini che invitavano gli Austriaci alla resa. Ma, soprattutto, alla sua epopea di Fiume nel tentativo di scongiurare la “vittoria mutilata” (la sua espressione per designare la frustrazione del suo paese davanti al rifiuto degli Alleati a soddisfare le sue rivendicazioni territoriali). D’Annunzio, dopo aver occupato per 500 giorni questo porto aperto sull’Adriatico, alla stregua di un “condottiero rinascimentale”, egli ne sarà scacciato dal governo italiano. La gloria l’ha spossato ed a questo punto egli non ha che un desiderio: quello di riprendere la penna. Oltre all’ambiente bucolico che avvolge la sua nuova dimora, questo esteta viene colpito dallo spirito dei luoghi. La villa era stata confiscata nel 1916 ad uno storico dell’arte tedesco, parente, per parte della moglie, di Liszt e di Wagner, il suo compositore preferito. La costruzione ospita sempre una ricca biblioteca, una collezione di opere d’arte e qualche reliquia preziosa per il personaggio che ama la musica come D’Annunzio: il piano e la maschera mortuaria di Liszt, come anche manoscritti di Wagner. Il poeta italiano, che ha fatto della frase “Vivere la propria vita come un’opera d’arte” una regola di vita, concepisce la villa che ha acquistato, come un suo scrigno. Vasti ed impegnativi lavori affidati all’architetto trentino Giancarlo Maroni (1853-1952), vengono iniziati immediatamente, per tradurre in “pietra” le idee del committente. Ma d’Annunzio, da uomo narcisista quale era, non si svela facilmente agli sguardi indiscreti. Alte mura preservano l’intimità dello scrittore, rinchiuso nella sua proprietà di 9 ettari. Attraversando la soglia della villa, quelli che si aspettano un romitaggio austero rimangono delusi. L’inimitabile vita del principe dei poeti non poteva che trascorrere in un luogo al livello della sua stravaganza e della sua dismisura. In tal modo, viene costruito un anfiteatro, che si ispira alle vestigia di Pompei, con una vista diretta sul lago di Garda. Le 19 stanze della villa d’origine diventeranno 36, per effetto dei lavori di un cantiere, che durerà fino alla morte del suo proprietario, nel 1938 ed al quale prenderanno parte alcuni dei più importanti artisti dell’epoca, come Guido Marussig (1885-1972), Giovanni Giò Ponti (1891-1979) o ancora Mariano Fortuny (1871-1949). Un cantiere largamente finanziato da Benito Mussolini (1883-1945), che desiderava relegarvi l’unico personaggio capace di uguagliare, se non superare, la sua popolarità negli Italiani. Collezionista compulsivo, D’Annunzio ha riempito le sale del Vittoriale con più di diecimila oggetti, in un “bazar”, dal gusto alquanto dubbio, di antichità (sulla cui origine conviene sorvolare) e soprammobili la cui utilità resta spesso un mistero. I muri e le finestre sono ricoperte di stoffe raffinate per filtrare la luce che disturbava la fragile vista del poeta, che aveva perduto un occhio. In tale contesto, le stanze sembrano acquisire un’atmosfera chimerica. Percorrere la sua proprietà non significa solo effettuare una visita, ma iniziare anche un viaggio nel suo immaginario e nei suoi ricordi. D’Annunzio dimostra di essere il più grande rappresentante italiano della sensibilità simbolista, che si esprime nel movimento decadente. Essa si afferma nella dissolutezza decorativa, alla quale egli si è abbandonato. Si entra all’interno attraverso due anticamere simmetriche (una per gli ospiti attesi e l’altra per gli indesiderabili, come Mussolini, che vi pazienterà a lungo prima di essere ricevuto). Le camere sono tutte più fantastiche una dell’altra, sia per il loro aspetto, sia per il loro nome. Al centro della “Camera d’amore” si distende una riproduzione dello “Schiavo morente”, scolpito da Michelangelo. La “Camera delle reliquie” accumula gli oggetti votivi di quasi tutte le religioni. Un sincretismo che non si preoccupa in alcun modo di qualsiasi coerenza e dimostra, ancora una volta di più, che d’Annunzio credeva esclusivamente al suo proprio talento, che votava un culto solo alla bellezza. Egli poteva consacrarvisi nella “Camera del lebbroso”, chiamata in questo modo, perché sapeva perfettamente di essere tenuto ai margini della vita politica. Essa era chiamata anche “Cella dei sogni puri”, quella in cui il superstizioso che era poteva meditarvi nei giorni anniversario dei momenti fatidici della sua esistenza. Una vita che egli dedica ormai alla scrittura, quella del “Notturno” (1921), che riporta le settimane di sofferenze e di immobilismo passati in una camera oscura dopo essere stato ferito all’occhio ella Grande Guerra. Ma soprattutto “Il Libro segreto” (1935), mosaico di poemi, di ricordi e di confidenze. Il dandy decadente che è stato non poteva che trovare ispirazione e creare, in un luogo che emana la calma, il lusso e la voluttà, proprio, ad esempio, come la Sala da pranzo d’apparato, dove troneggia una carapace di tartaruga incrostata di pietre preziose, esplicito riferimento al romanzo “A rebours” (al contrario) di Joris Karl Huysmans (1848-1907). Simile al suo eroe, esteta rotto ad ogni esperienza e soprattutto ai piaceri della società di cui ha usato ed abusato, d’Annunzio si ritira per consacrarsi allo studio. Sulla porta della sua prigione dorata egli fa incidere il motto “Clausura fin che s’apra – Silentium fin che parli”, ovvero clausura fino a quando rimane chiusa e silenziosa fino a quando non si inizia a parlare. Essa sarà discreta sulle ultime stravaganze del poeta, che si perde fra le braccia di numerose amanti e sulla cocaina per dimenticare le inesorabili devastazioni del tempo. Egli si evade anche nel suo passato militare, alla cui gloria egli ha elevato un vero museo. Le sue preziose reliquie risultano disperse nei giardini della proprietà: il biplano del volo su Vienna, una vedetta lancia torpedini che egli utilizza per qualche uscita sul lago e la prora della nave Puglia, che ha operato nell’Adriatico nella Grande Guerra. Un Mausoleo verrà edificato sul punto più elevato del parco. Sul suo Belvedere, alcuni sarcofagi contengono le spoglie dei compagni di d’Annunzio, durante la sua avventura di Fiume. Quello del poeta soldato è posto al suo centro. Lasciando il Vittoriale, il visitatore dirige un ultimo sguardo sul motto che il poeta ha inciso nel portale: “Io ho quello che ho donato, perché nella vita ho sempre amato”. Egli, in effetti avrà donato una abbondante opera letteraria, uno straordinario esempio di vita ed, alla fine, una fantastica dimora.


Massimo Iacopi

 

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