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LA CHIESA DALLE PERSECUZIONI AL PAPATO

      

   

Religione

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di ricerca di:

Massimo Iacopi


Un viaggio dalle persecuzioni al riconoscimento dei Vescovi di Roma da parte del potere imperiale

 

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L’ANTICRISTO SI MANIFESTA IN TANTI MODI


La Storia del Cristianesimo Cattolico

LA CHIESA DALLE PERSECUZIONI AL PAPATO

Un viaggio dalle persecuzioni al riconoscimento dei Vescovi di Roma da parte del potere imperiale

(Assisi PG, 22/02/2020)

LA CHIESA DALLE PERSECUZIONI AL PAPATO

Il Papato costituisce una singolare istituzione, un potere sovrano acquisito per elezione, non ereditario come lo sono state molte monarchie fino all’epoca moderna. Una monarchia spirituale che ha segnato, forse più delle altre, l’epoca medioevale, che è preesistita a tutte le monarchie ed a tutti gli imperi medievali e che ha finito per sopravvivere a tutte. Tuttavia, all’inizio, non si trattava del “Papato” o della “Sede Apostolica”, così come lo intendiamo oggi (quest’ultimo termine appare nelle fonti solamente nel IV secolo) e per vederci più chiaro occorre risalire agli ultimi secoli dell’Impero Romano.

Il prestigio di Pietro

La storia del vescovo di Roma è indissolubilmente legata a quello degli Apostoli Pietro e Paolo ed ai primi tempi del Cristianesimo. Si sa che il Cristianesimo aveva

raggiunto la capitale sotto il regno dell’imperatore Claudio (intorno agli anni 40). I due apostoli ebbero probabilmente una attività pastorale intensa durante gli anni che essi hanno trascorso a Roma ed il loro ricordo rimane indelebile dopo il loro martirio, occorso presumibilmente negli anni 60, dopo l’incendio di Roma sotto il regno di Tiberio Claudio Nerone (-85 / -33) e che dà il via alle prime persecuzioni contro i Cristiani. Essi sono stati considerati in seguito come le “due colonne più importanti” della chiesa cristiana, aprendo la via agli altri martiri. In tale contesto, il ricordo di Pietro, considerato nella chiesa come il primo degli apostoli, quello al quale Gesù avrebbe affidato l’incarico di costruire la sua Chiesa, rimane più vivido di quello di Paolo. Anche se i due uomini non hanno fondato in senso stretto la Chiesa romana, la tradizione attribuisce a Pietro la funzione di primo vescovo di Roma. Il nome dei suoi successori è conosciuto, sebbene le liste dei papi siano state compilate “a posteriori” nel IV secolo. Lino (morto nell’anno 76), Anacleto o Cleto (morto nell’anno 92), Clemente (morto nell’anno 100), Evaristo (morto nell’anno 108) e molti dei loro eredi sarebbero morti come martiri della fede, anche se i fatti che li riguardano non sono stati storicamente provati. Occorre guardare, in ogni caso, allo spirito della chiesa di Roma che, sebbene aureolata (nimbata) di un certo prestigio a partire dal II secolo, a questa epoca risulta appena un vescovado fra tanti altri: in effetti, altri vescovati, come Alessandria, Antiochia, Efeso o Corinto sarebbero stati fondati ben presto dagli altri apostoli ed hanno conosciuto un notevole sviluppo. D’altronde, il “primato” romano porrà ben presto seri problemi alle altre sedi episcopali, che vedono spesso le sue pretese con una certa inquietudine. In questi primi tempi del Cristianesimo, vengono a capo divergenze dottrinali e le comunità si disputano fra di loro su uno sfondo di persecuzioni sempre più frequenti.

Un’autorità in gestazione

Mentre le dottrine tendono a divergere e le dispute di successione episcopali mettono a mal partito l’unità del Cristianesimo nascente, i vescovi di Roma rivendicano una autorità superiore agli altri (la pietra sulla quale Gesù Cristo ha fondato la sua Chiesa) e propugnano l’unità della fede. Una disputa fra i vescovi Stefano di Roma (254-257) e Tascio Cecilio Cipriano di Cartagine (210-258) mette bene in risalto il malessere che pervade il III Secolo fra le diverse comunità cristiane. Nella disputa che li oppone sulla questione della reintegrazione dei cristiani apostati (1) e sull’atteggiamento da tenere di fronte alle persecuzioni, Cipriano è convinto che “ogni vescovo ha la libertà di amministrazione della sua chiesa” e che “nessuno – tra i vescovi – può costituirsi in vescovo dei vescovi”. A questa tesi risponde il vescovo  Stefano ribadendo che la tradizione romana deve applicarsi a tutti. La polemica trascina la Cristianità in un vivo dibattito, che deve la sua archiviazione solamente al martirio dei due vescovi coinvolti. Alla fine, sarà un arbitrato dell’imperatore Aureliano (214-275), sotto il quale le libertà di culto vengono ridotte, che porterà un riconoscimento esteriore al vescovo di Roma, considerato come primate della Chiesa d’Italia.

L’impulso constantiniano

Tutto cambia dopo la vittoria al Ponte Milvio, nell’anno 312, di Flavio Valerio Aurelio Constantino (274-337) o Constantino il Grande su Marco Aurelio Valerio Massenzio (278-312), vittoria che l’imperatore attribuisce ad un intervento del Dio dei cristiani in suo favore. Costantino fa promulgare, nel 313, l’importante Editto di Tolleranza di Milano, che accorda la libertà di culto a tutte le religioni e permette ai Cristiani di non continuare ad adorare l’imperatore come un dio. Le chiese occidentali, quindi orientali, vengono riconosciute e si vedono accordare diritti e doni importanti (pubblici e privati), dei quali beneficia, in primo luogo, il vescovo di Roma. Parallelamente, per ragioni politiche e strategiche, l’imperatore stabilisce a Treviri la sua capitale, che “libera” Roma dall’influenza imperiale. I Cristiani possono ormai riunirsi in un solo luogo per il loro culto, la basilica del Laterano, costruita sotto il regno di Constantino. Vengono anche organizzate le necropoli alle porte della città e non più nel sottosuolo e si moltiplicano i santuari dedicati ai martiri. Le prime feste sante, probabilmente stabilite anteriormente, vengono ormai celebrate alla luce del giorno. La presa di posizione dell’imperatore negli affari della chiesa favorisce lo statuto privilegiato del vescovo di Roma. Costantino, fautore dell’unità della Fede, organizza e presiede dei concili per risolvere il problema delle “eresie” che dilaniano l’Oriente, specialmente l’Arianesimo (2). I canoni conciliari di Arles nel 314 o di Nicea del 325 (durante il quale viene adottato il Credo, confessione di fede che da allora tutti i Cristiani devono professare), confermano l’autorità di Roma sugli altri vescovadi, specialmente in Gallia, che gli viene assoggettata di fatto. L’imperatore invia a più riprese i vescovi Stefano e Marco di Calabria o Marcus metropolitanus, per arbitrare dispute che concernono altre chiese, ad esempio in Africa. Questo ruolo di giudice tende ad imporsi nel corso delle discussioni che oppongono i vescovi agli Ariani, che ritornano nelle grazie del potere imperiale negli anni 335-337. La grave crisi che oppone il vescovo Atanasio di Alessandria (295-373; che durerà più di 30 anni e porterà Atanasio a diversi periodi di esilio ed anche alla persecuzione da parte dei suoi fautori), al quale si affianca il vescovo romano Giulio (papa Giulio I, morto nell’anno 352), agli Ariani divide profondamente la Cristianità fra occidentali ed orientali, dando inizio ad una irrimediabile frattura. Alcuni Concili successivi sconfessano, a loro volta, il Credo di Nicea e portano le chiese orientali ed occidentali a scomunicarsi reciprocamente nel 343, a Sardico. Questo evento non è altro che il precedente di una lunga serie di malintesi che scava un solco profondo fra le due comunità, opposte dal punto di vista dottrinale e politico. Esso conferma, in ogni caso, una posizione di preminenza del vescovo romano. Questa autorità viene, tuttavia, messa in discussione dai successori di Constantino, in particolare da Constantino II (317-340; imperatore dal 337), da Costante I (320-350; imperatore dal 337) e da Flavio Giulio Costanzo II (317-361; imperatore dal 337) le cui mire cesaropapiste (3), a volte favorevoli all’Arianesimo, obbligano i vari vescovi a sottomettersi. Un mezzo secolo di pace non servirà a diminuire gli odi fra i Cristiani (avendoli persino rinfocolati) e metterà in evidenza le difficoltà di trovare un accomodamento fra la Chiesa ed il concetto stesso di Impero cristiano nascente. In tale contesto, si deve comunque stabilire a chi spetta l’autorità suprema: al vescovo di Roma, la cui autorità è ancora mal digerita dai suoi correligionari orientali, oppure all’imperatore, in un contesto nel quale l’impero è nuovamente e durevolmente diviso (?). Il IV e V secolo saranno in tale prospettiva l’occasione per il Papato per accumulare tradizione ed esperienza di cui beneficeranno, 5 - 6 secoli più tardi, i papi di fronte ai sovrani temporali.

Affermazione del Papato e formazione della Roma Cristiana

L’episcopato di Damaso I (366-384) segna un nuovo impulso nello sviluppo della Sede Apostolica: il vescovo ottiene dall’imperatore Valentiniano (321-375; imperatore dal 364) il monopolio sugli arbitrati religiosi e che tutti gli affari religiosi che possano provocare un litigio siano sottomessi al vescovo di Roma. I Concili di Roma (369) e di Antiochia (378) confermano la legittimità di un vescovo, se questi viene riconosciuto come papa di Roma. L’ottima organizzazione della pastorale, come la politica autonoma di costruzione di chiese nella Capitale dell’Impero permettono alla chiesa di Roma di imporsi definitivamente come un riferimento. Damaso istituisce la tradizione di una riunione conciliare annuale a Roma, alla quale invita tutti i prelati italiani. Se taluni fra di loro, godono ancora di una autorità incontestata (come Ambrogio da Milano), nessuno in Occidente rimette più in causa l’autorità romana. I successori di Damaso I, Sirico (384-399), Innocenzo I (401-417), come anche Sisto III (432-440), quindi Leone I (440-461) completano questa impresa. Il Papato si dota di una cancelleria, di legisti che compilano gli atti ed iniziano ad elaborare quello che costituirà la base del diritto canonico (atti conciliari, tradizione, lettere, opere dei Padri della Chiesa ed autorità …) e la più importante biblioteca d’Occidente. In città, l’iconografia, nelle chiese, riflette questo trionfo ed illustra il Credo. I credenti possono ammirare il Cristo circondato da Pietro (raffigurato più di tutti gli altri) e Paolo e spesso da altri apostoli. La chiesa romana risulta in una posizione di forza, evangelizzatrice, che invia dei missionari in terra pagana, in Gallia e persino nelle isole britanniche e che lotta contro le nuove eresie: il pelagianesimo (4), il priscillanesimo (5), il monofisismo (6) o il manicheismo (7). Mentre l’Africa risulta ripiegata su se stessa, in Oriente si impone progressivamente, all’ombra degli imperatori, la sede di Costantinopoli, di fronte alle divisioni regionali. Lo sforzo di Roma per pesare nella politica occidentale è tanto più rilevante, dal momento che il contesto, a partire dagli inizi del V Secolo, è molto difficile. Le prime ondate di “invasioni” (i Visigoti, alleati massicciamente alle tesi ariane, si stabiliscono in Aquitania, i Franchi e gli Alamanni pagani si agitano sulle frontiere nord est ed i Vandali conquistano Cartagine nel 439) determinano lo spezzettamento dell’Impero. La sicurezza di Roma diventa una sfida fondamentale, soprattutto dopo il sacco di Roma, perpetrato da Alarico (370-410) nel 410. Nel 452, papa Leone I riesce a negoziare la ritirata di Attila e ad evitare nuovi saccheggi. Egli però fallirà nella stessa impresa davanti a Genserico (390-477), che metterà Roma a sacco per due settimane, nel 455. Per diritto (che si elabora a questa epoca) e di fatto, il vescovo di Roma è diventato il capo della Chiesa ed anche il suo difensore. Il trionfo dottrinale e politico di Leone 1° in occasione del Concilio di Calcedonia (451) è stato totale. Durante il suo svolgimento l’assemblea avrebbe gridato “E’ Pietro che parla per bocca di Leone”. Nei fatti, il Concilio di Calcedonia, segna, in qualche modo, la crisi con la Chiesa d’Oriente, ma soprattutto con il Patriarcato di Costantinopoli, tenuto conto che, con l’espansione dei Mussulmani, gli altri Patriarcati d’Oriente (Antiochia, Gerusalemme ed Alessandria d’Egitto) perderanno rapidamente la loro funzione politico religiosa. La caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 non determina alcuna modifica per il Papato. Al contrario, i nuovi sovrani germanici vedono nell’amministrazione romana, episcopale o laica, un formidabile strumento per consolidare il loro potere nella continuità della storia. Il papa (termine che comincia a comparire negli atti ufficiali solo a partire dal VI secolo) deve occuparsi soprattutto di divergenze dottrinali che l’oppongono al patriarca di Costantinopoli ed, in tale contesto, papa Felice III della gens Anicia (morto nell’anno 492) ed il patriarca Acacio (morto nell’anno 479) si scomunicano di nuovo reciprocamente, aprendo uno scisma di 35 anni (484-519). Mentre in Oriente l’imperatore si immischia apertamente negli affari della Chiesa, il papa Felice III, quindi il Papa Gelasio I (morto nell’anno 496) si prendono cura di iniziare una riflessione sulla separazione della chiesa e del potere reale, anche quando questo è cristiano. Il nipote di Felice III, Gregorio I (detto Magno, 590-604) simbolizza questa autonomia guadagnata dal potere papale sui principi laici. Unico sovrano residente a Roma, dopo che la capitale politica è stata spostata a Ravenna, il papa ne è il difensore e Gregorio esercita un regno energico, economico (finanzia la difesa di Roma e l’approvvigionamento di grano) e diplomatico. In definitiva, per il periodo successivo, il papa rimane a Roma a lottare contro le invasioni longobarde, le velleità di riconquista bizantina (che riconquistano l’Italia e Roma dal regno di Giustiniano; 482-565) e le ricorrenti epidemie di peste. La fine del VI Secolo segna un momento di transizione per il Papato. Esso, dopo aver acquisito in Occidente una indipendenza ed un prestigio manifesti, per effetto delle sue lotte contro le eresie e per la stabilità dell’Italia, ora deve far fronte a nuove sfide. Quella dell’evangelizzazione dell’ovest dell’Europa, che passa attraverso lo sviluppo del monachesimo e di una nuova riflessione sulla fede, sulla pratica liturgica ed il ruolo dei preti. Ma anche su quella dell’atteggiamento da assumere nei confronti delle pretese dei re, che vogliono nominare i vescovi nei loro regni ed affrancarsi dall’autorità di Roma, spesso lontana e non in sintonia con le loro preoccupazioni culturali. La Chiesa universale, sotto l’autorità del papa, vuole, invece, imporsi su quella secolare. Tuttavia i secoli seguenti saranno marcati da numerosi e corti regni e la presenza del potere bizantino in Italia renderà molto difficile l’esercizio del potere papale romano.

NOTA

(1) Cristiani che hanno pubblicamente rinunciato alla loro religione;

(2) Dottrina predicata dal prete Ario, secondo la quale il Cristo è una creatura subordinata al Padre. Il Credo del Concilio di Nicea, del 325, condanna tale dottrina;

(3) Cesaropapismo: sistema politico nel quale l’imperatore pretende di esercitare un potere assoluto nel dominio spirituale e temporale;

(4) Dottrina propugnata dal monaco inglese Pelagio, che contesta il peccato originale. Per Pelagio il peccato originale fu dei soli progenitori, non dei discendenti, ma non macchiò la natura umana, ma che ne subì certamente solo le conseguenze. Dottrina che insiste anche sul libero arbitrio dell’uomo nella sua liberazione dal peccato. Condannata dal concilio di Efeso;

(5) Dottrina rigorista di tipo agnostico-manicheo, antitrinitaria, che fa capo al vescovo spagnolo Priscilliano di Avila. Dottrina che dà spazio al determinismo astrologico ed all’insegnamento delle donne. che negava la resurrezione della carne, attribuiva la creazione dei corpi al demonio e predicava la separazione netta tra bene e male e la necessità di praticare l'ascesi. Condannata dal Concilio di Toledo del 400 e da quello di Braga del 563;

(6) monofisismo (dal greco monos, «unico», e physis, «natura») è il termine usato nella teologia cattolica e nella storiografia occidentale per indicare la forma di cristologia, elaborata nel V secolo dall'archimandrita greco Eutiche, secondo la quale la natura umana di Gesù era assorbita da quella divina e dunque in lui era presente solo la natura divina. Dottrina condannata nel Concilio di Calcedonia del 451;

(7) Religione fondata in Persia da Mani nel III Sec. d.C. Il manicheismo concepiva tutto l'esistente come espressione di una lotta perenne tra due principi opposti (dualismo manicheo): il bene, la luce, lo spirito, Dio, in contrasto con il male, le tenebre, la materia, lo spirito demoniaco, Satana. In sostanza una Dottrina che ha come principio fondamentale la divisione del mondo in due entità, la Luce (il Bene) e le Tenebre (il Male) che sussistono nell’uomo in maniera intrinseca. Giunta nell’impero romano nel IV Secolo, tale dottrina seduce la gente per determinati suoi riti e simboli, vicini al Cristianesimo.


Massimo Iacopi

 

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