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AVVENTURIERI COMBATTENTI ASSOLDATI DAI MERCANTI

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


cinque secoli non è cambiato nulla: Oggi si chiamano Contractors

 

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IL MERCENARIO FARINATA DEGLI UBERTI


Una breve Rassegna del Fenomeno storico del Mercenari nell’Italia del ‘400

AVVENTURIERI COMBATTENTI ASSOLDATI DAI MERCANTI

cinque secoli non è cambiato nulla: Oggi si chiamano Contractors

(Assisi PG, 05/05/2020)

AVVENTURIERI COMBATTENTI ASSOLDATI DAI MERCANTI

  Nel momento in cui le compagnie private (i contractors) assicurano determinate missioni militari, sembra opportuno ritornare sulla storia dei “Condottieri” nell’Italia del Quattrocento.

I Condottieri devono la loro reputazione agli artisti che li hanno propagandati e magnificati. Senza di essi, questi soldati sarebbero caduti nell’oblio. Dal 1328, a Siena, nel “Palazzo Pubblico”, Simone Martini (1284-1344) dipinge su affresco l’immagine del condottiere Guidoriccio da Fogliano di Reggio (1290-1352), originario di Reggio Emilia, “capitano dei Senesi all’assedio di Montemeassi”. Una delle prime rappresentazioni profane ed allo stesso tempo politiche dell’arte europea.

Per onorare la sua memoria, la famiglia di Erasmo da Narni detto il Gattamelata (1370 – 1443 circa) affida a Donato di Niccolò di Betto Bardi detto Donatello (Firenze, 1386 – Firenze, 13 dicembre 1466) l’incarico di realizzare nel bronzo, a Padova, una statua del condottiero. Una rappresentazione che si ricollega all’arte antica e si ispira al monumento equestre dell’imperatore Marco Aurelio (121-180) sulla piazza del Campidoglio a Roma. Nella stessa logica, Andrea di Michele di Francesco di Cione detto il Verrocchio (Firenze, 1436 – Venezia, 1488) riceve il compito di realizzare un monumento equestre in onore di Bartolomeo Colleoni (1395 circa – 1475), che viene eretto a Venezia, sul campo di San Zanipolo fra il 1480 ed il 1488. Vale la pena ricordare anche il “condottiere anonimo”, dipinto nel 1475 da Antonello da Messina (1429-1479), che si ammira oggi al Louvre o anche le rappresentazioni affrescate dei condottieri, Filippo Buondelmonti degli Scolari, meglio noto come Pippo Spano (Tizzano, 1369 – Lipova, 1426) e di Farinata Manente degli Uberti (1212-1264), opere di Andrea di Bartolo di Bargilla detto Andrea del Castagno (1421-1457) realizzate per il refettorio della chiesa di S. Apollonia a Firenze intorno al 1450. Per contro, i letterati e gli umanisti ci hanno lasciato una visione piuttosto negativa dei condottieri. Facendo proprie la caratterizzazione affibbiata ai mercenari che si trova già presso gli Antichi, come Aristotele (-384 / -322) e Platone (-427 / -347), essi hanno denunciato i rischi assunti dalle città che hanno affidato la loro difesa a questi professionisti di guerra, uomini senza fede e senza legge, ricettacolo di ogni tipo di infamia. Argomento ripreso in maniera più sfumata da Nicolò Machiavelli (1469-1527) nel corso delle sue riflessioni: “I capitani mercenari o sono eccellenti uomini di guerra oppure no: se lo sono, tu non puoi fidarti, poiché essi cercheranno di farsi grandi per sé stessi, o rovineranno te che sei il loro padrone oppure ne distruggeranno altri contro le tue intenzioni; ma se il capitano è senza talento, egli diventerà in ogni caso la causa della tua perdita”. (Il Principe, XII). Conoscere bene i condottieri, valutarne bene la loro importanza risulta un compito molto difficile per gli storici. Nel corso della storia ce ne sono stati molti ma pochi di loro hanno avuto l’onore di una memoria mentre la maggior parte sono rimasti nell’ombra, per carenza di eventi memorabili. Per questo motivo è stato più facile ricordarli in maniera biografica piuttosto che sotto una descrizione sintetica d’insieme. Allo storico medievista francese Philippe Contamine (1932- ) va il merito di aver iniziato delle ricerche di qualità che hanno migliorato le nostre conoscenze nel settore, ma il vero pioniere in questo campo è lo storico inglese Michael Mallet (1932-2008), con le sue famose opere: “Mercenaires and Their Masters”; “Warfare in Renaissance Italy”, del 1974 e “The Military Organization of a Renaissance State: Venice”, del 1984. I condottieri sono dei professionisti della guerra che si sono resi indispensabili per assicurare ed anche accrescere la potenza delle città-stato. Occorre allacciare la loro attività alla crescita d’importanza delle borghesie mercantili ed alla tutela politica, che queste finiscono per esercitare sulla maggior parte delle città del centro e del nord della penisola italiana. In effetti, queste nuove classi dirigenti, complessivamente, si disinteressano dei obblighi e dei compiti militari. Molti storici recenti hanno riflettuto a lungo su questi problemi e le loro conclusioni risultano chiare: lo spirito “pre-capitalista” che si sviluppa nell’Italia medievale favorisce nuove pratiche politiche e militari. Un fatto è certo: i mercanti non vedono la guerra allo stesso modo dei “prodi cavalieri”. Dopo aver nuovamente conferito al denaro il suo ruolo preminente, essi hanno ridotto il tempo mistico ed eroico, rispettivamente dei chierici e dei guerrieri, ad una semplice effemeride, carica di annotazioni su appuntamenti e scadenze. Di fatto, i grandi mercanti italiani vedono ormai nella guerra solamente il prolungamento, in determinati casi inevitabile, della politica. Tutto questo perché, collegando i loro interessi privati all’interesse globale della città: “Essi sapevano bene che, in determinati momenti, la guerra diventava uno strumento necessario per favorire la prosperità della città e lo sviluppo dei loro stessi affari; in tale modo, essi non esitano a scatenare, al momento opportuno, la guerra, ma non la fanno più essi stessi in prima persona … La prosperità e l’intensità di questi affari, ai quali essi sacrificano tutto, forniscono loro, allo stesso tempo, la scusa ed i mezzi per non portare più le armi: non è forse più ragionevole e più economico, senza mobilitare i cittadini più efficaci, pagare dei mercenari che possono condurre la guerra in loro nome, mentre i mercanti, attivi nei loro affari, continueranno a guadagnare il denaro per le loro paghe ?” (1). Fino a verso il 1360-1370, l’Italia viene percorsa da bande di mercenari stranieri, Angioini, Catalani, Inglesi, Tedeschi ed anche Ungheresi, chiamate in Italia, con gran sollievo di transalpini, su iniziativa dei nostri signorotti locali. La loro reputazione è detestabile e non senza ragione. Essi sono dei “barbari”, denunciati sia dal Francesco Petrarca (1304-1374), sia da Dante Alighieri (1265-1321). Fra i peggiori, i Cavalieri della “Compagnia della Colomba”, un’accozzaglia di Tedeschi con qualche Italiano, del 1334; la “Compagnia di S. Giorgio” di Lodrisio Visconti (1280-1364); la “Compagnia Bianca”, formata in maggioranza da Inglesi, di Alberto Sterz (decapitato nel 1366 dai suoi finanziatori a Perugia e passata poi sotto il comando di ser Giovanni Acuto-Hackwood, 1320-1394); la sua acerrima avversaria, la Compagnia del Cappelletto o Compagnia Nera, costituita da Italiani, Borgognoni e Tedeschi e fondata nel 1362 da Niccolò da Montefeltro (1319-1367). Essa ebbe come capo il tedesco Hartmann von Wartstein e confluisce successivamente nella compagnia di San Giorgio; la Compagnia del Fiore formata da Tedeschi, di Hugo von Melichin o von Melchingen (detto anche Ugo dall’Ala dal suo blasone); i ribaldi della “Grande Compagnia” di Werner von Urslingen (1308- 1354), meglio noto come Duca Guarnieri, che si era preoccupato di far incidere sulla sua corazza il seguente avvertimento “Nemico di Dio, nemico di pietà, nemico di compassione” (passata poi sotto la guida di Corrado Wirtinger, von Landau, il famoso Conte Lando, morto nel 1363) o anche la nuova “Grande Compagnia”, formata da Ungheri, di un ex frate, Jean Montreal du Bar o d’Albarno, meglio conosciuto come Frà Moriale, cavaliere di San Giovanni (1303-1354), fatto arrestare da Cola di Rienzo a Roma e decapitato dopo essere stato torturato. Per pura curiosità, va ricordata anche la Compagnia della Stella, che nasce dall’abbandono dello Sterz della Compagnia Bianca e dal suo sodalizio con Hanekenen von Baumgarten o Anichino di Bongardo (morto nel 1375), ma anche la Compagnia nazionale di San Giorgio, guidata da Alberico da Barbiano (1349-1409), cresciuto alla scuola dell’Acuto. Personaggi di questa risma finiscono per stancare i loro “datori di lavoro”, che iniziano a temere i loro “scatti d’umore”. A poco a poco, le bande di mercenari stranieri si imbastardiscono e si affievoliscono e molti ripassano le Alpi per ritornare in Francia, in quel momento in piena Guerra dei Cento Anni. In Italia, tutti sono ormai d’accordo per tentare di moralizzare e canalizzare il mercenariato, indispensabile agli occhi dei potenti e degli oligarchi della penisola. Si passa, a quel punto, ad “organismi militari permanenti, coerenti e solidi, che entrano o cercano di entrare sistematicamente al servizio o al soldo di uno o di un altro stato italiano” (2). Il periodo d’oro dei condottieri si situa intorno alla metà del XV Secolo, proprio nel momento in cui si prolunga la lotta fra Milano e Venezia, quest’ultima aiutata, per un breve periodo, da Firenze, fra il 1425 ed il 1454. Dopo la Pace di Lodi e fino al 1480, le lotte fra i vari Principati e le città stato diminuiscono di intensità. Tutto riprende in seguito con una nuova generazione di principi condottieri, le cui preoccupazioni politiche tendono ad avere il sopravvento sulle loro occasionali attività guerresche. L’irruzione nella penisola, nel 1494, da parte dei Francesi di Carlo VIII (1470-1498), determina il declino dei condottieri, il cui ultimo rappresentante, perlomeno il più conosciuto fra di loro, è Giovanni de’ Medici detto dalle Bande Nere, il padre di Caterina de’ Medici, nato nel 1498 e morto nel 1526. La base del sistema dei condottieri si basava appunto sulla “condotta”. Inizialmente, il termine condotta designava un tipo abbastanza vario di transazioni, ma, col tempo, esso finisce per essere riservato al reclutamento di un comandante di guerra e dei suoi uomini. Una condotta in regola veniva trattata sotto un punto di vista strettamente commerciale. Essa si riferisce all’impiego, da parte di un datore di lavoro, di uno speciale tipo di “imprenditore”, al quale vengono specificati un certo numero di compiti. Il contratto che ne discende stabilisce la natura di tali servizi, fissa una durata d’impiego e l’importo della remunerazione. La condotta viene di norma stabilita per la durata di uno o due anni ed é, in genere, tacitamente rinnovata. La parte più delicata della condotta, quella che necessita le stipulazioni più dettagliate, riguarda l’importo del pagamento (che il condottiere ridistribuisce, a suo modo, fra gli uomini che lo seguono), la spartizione del bottino ed i riscatti dei prigionieri. In genere, occorre discutere lungamente e con fermezza sulle “spese generali”, i rifornimenti, le forniture di armi e di abbigliamento, di monture dei cavalieri, gli alloggiamenti, ecc.. Mario del Treppo, lo storico medievista italiano, nato nel 1929, che ha studiato nel dettaglio le compagnie di ventura, ci fornisce una analisi completa della compagnia di Micheletto degli Attendoli o Attendolo da Cotignola (1390-1451), che ha imperversato fra il 1425 ed il 1449. La compagnia, che disponeva di una amministrazione permanente molto accurata, funzionava quasi come una delle nostre moderne società di servizi: la sua reputazione di serietà gli ha permesso di avere sempre diverse condotte e di non essere mai stata “disoccupata”, come tante altre. Questo aspetto viene confermato da Michael Mallet: “Sarebbe un grosso errore vedere la compagnia di ventura come una banda di mercenari rapaci che vivono ai margini della società. Una compagnia di questo tipo viveva di norma in accantonamenti prestabiliti e si radicava, in genere, nella società e nell’economia locali”. A questo punto occorre domandarsi chi poteva essere attirato dalla vita avventurosa e rischiosa del condottiere. La professione esercitava una naturale attrattiva sulla gente di nobile estrazione, discendenti da grandi famiglie (in genera cadetti svantaggiati nella trasmissione del patrimonio) o da piccoli cavalieri o anche piccoli signori ridotti a vivere di beni fondiari insufficienti. Pertanto si incontrano fra i condottieri personaggi dai nomi illustri come gli Orsini, i Colonna, i Sanseverino, i Trivulzio, i Medici, ed altri che sono entrati nella storia esclusivamente per le loro imprese. Al contrario, il padre di Francesco Bussone, conte di Carmagnola (1385-1432), un piemontese al servizio dei Visconti, era un guardiano di porci ed egli stesso ha iniziato la sua carriera come valletto d’arme. In ogni caso, questi condottieri di bassa estrazione risultano poco numerosi. Fra questi condottieri, due figure antinomiche attirano la nostra attenzione, Federico da Montefeltro, Duca d’Urbino (1422-1482) e Sigismondo Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini (1417-1468). Il primo, nato a Gubbio, discende da una famiglia della piccola nobiltà di Urbino, nelle Marche. Formato alla corte dei Gonzaga di Mantova, egli soggiorna a Venezia e decide di abbracciare la professione delle armi, che egli conduce per proprio conto. Il mestiere l’ha appreso, bene e rapidamente, al servizio di un “vecchio” condottiero, anche se ha perduto un occhio in occasione di una giostra. Ma come lo afferma il Papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini 1405-1464), anche “con un solo occhio riesce a vedere tutto”. Federico serve tre papi, due re di Napoli, due duchi di Milano ed anche la città di Firenze ed ovunque con soddisfazione dei datori di lavoro. L’uomo appare sempre inattaccabile, di gran tatto e diplomatico quando necessario ed, in definitiva, viene considerato un “condottiere virtuoso”. Il duca investe i suoi enormi guadagni nel suo palazzo d’Urbino, dove invita letterati, scienziati, pittori e scultori, fra i quali Piero della Francesca (1412 circa – 1492). In diverse riprese Federico affronta il suo vicino Malatesta, che, a sua volta, ha servito numerosi signori e specialmente la Serenissima ed il Papato, con alterne fortune, tanto che per rimettere in sesto le sue finanze sarà persino costretto a recarsi in Morea per combattere i Turchi. Il Malatesta è anch’egli un condottiere mecenate. Egli fa lavorare Piero della Francesca e Leon Battista Alberti (1404-1472), che gli costruirà il celebre Tempio Malatestiano. Ma nel momento in cui il personaggio muore a Rimini, la sua reputazione risulta macchiata da eccessi di tutti i tipi. Il giudizio espresso dal Papa Pio II Piccolomini è senza appello: “Egli disprezzava la religione, non credeva alla vita eterna ed era convinto che l’anima morisse con il corpo”. In definitiva, i condottieri sono una caratteristica del loro tempo. Stricto sensu, essi non hanno avuto una posterità diretta, anche se, nel corso dei secoli, diversi personaggi hanno incarnato, ciascuno a suo modo, le loro maniere di vita ed i loro valori. Basti pensare alle figure del conestabile Carlo III di Borbone Montpensier (1490-1527), al generale Albrecht von Wallestein (1583-1634), al maresciallo Maurizio di Sassonia (1696-1750) o ancora al vate Gabriele d’Annunzio (1863-1938), in occasione della vicenda fiumana del 1919. In fin dei conti, prendendo in considerazione il solo aspetto commerciale, oggi, per ritrovare le modalità di impiego dei condottieri del Quattrocento, ci si può riferire alle società militari private (SMP), che operano per conto degli Stati. Fra queste, basti ricordare la società americana Blackwater (oggi Academi), che ha imperversato in Irak ed in Afghanistan, con procedure e risultati molto discutibili e con una grande e sostanziale differenza rispetto al passato: non risulta, in effetti, che i profitti realizzati dalle odierne SMP siano stati impiegati, questa volta ed a differenza dal passato, per finanziare opere d’arte, monumenti, oppure trattati di filosofia.

NOTE

(1) Renouard Yves, “Les Hommes d’affaires italiens au Moyen Age”, Tallandier, 2009;

(2) Contamine Philippe, “La Guerre au Moyen Age”, PUF, 2003.


Massimo Iacopi

 

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