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I GONZAGA, MANTOVA E LA CAPACITA’ DI CONSERVARE IL DOMINIO

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Saggio di:

Massimo Iacopi


Esempio machiavellico di dominatore, Francesco II non vince le battaglie ma conserva i possedimenti

 

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IL MARCHESE FRANCESCO II DEI GONZAGA


Figure storiche testimoni della Gloria d’Italia

I GONZAGA, MANTOVA E LA CAPACITA’ DI CONSERVARE IL DOMINIO

Esempio machiavellico di dominatore, Francesco II non vince le battaglie ma conserva i possedimenti

(Assisi PG, 07/10/2020)


I GONZAGA, MANTOVA E LA CAPACITA’  DI CONSERVARE IL DOMINIO

Per più di 30 anni, machiavellico e contorto condottiero, il Marchese di Mantova tesse accordi con i Milanesi, i Veneziani ed i Francesi. Una vita riempita di vane promesse che gli consentiranno di conservare il dominio sulla sua Città. Circondato da potenti vicini, quali i Duchi di Milano, i Governatori dell’entroterra di Venezia e gli Alti Prelati dello Stato Pontificio, il Marchesato di Mantova deve la sua fragile sopravvivenza alla pace armata che regna in Italia dopo la Pace di Lodi del 1454. La famiglia Gonzaga, che ha assunto il governo di Mantova dopo un sanguinoso colpo di mano nel 1328, non dispone di una forte legittimità, ma ha saputo mantenersi al potere tessendo una matassa di legami matrimoniali. Il marchese Federico (1441-1484), sposato con una principessa tedesca, è riuscito a realizzare dei superbi matrimoni per i suoi figli: le sue figlie hanno sposato dei principi italiani ed una di esse persino un cugino del re di Francia, Gilberto di Borbone-Montpensier (1443-1496). Per quanto concerne suo figlio Francesco II (1466-1519), egli lo ha accasato con Isabella d’Este, figlia del Duca di Ferrara. Nonostante questo, la sola sopravvivenza non basta, occorre assicurare il loro rango fra le famiglie principesche ed i Gonzaga non hanno altra risorsa che offrire, meglio vendere, i loro servigi militari agli stati più ricchi. Essi, di padre in figlio, si sono guadagnati la fama di esperti condottieri. Quando nel 1484 Francesco II sale, alla morte del padre, al trono di Mantova egli appare dotato di tutte le qualità che ci si aspetta da un Gonzaga. Intelligente e colto, egli prosegue il brillante mecenatismo dei suoi antenati. Il muovo marchese adora giostrare nei tornei, curando in tal modo l’immagine di guerriero ed a tal fine ordina le sue armi presso i migliori artigiani d’Italia e di Germania ed alleva nelle sue scuderie cavalli la cui fama è nota in tutta Europa. In un mondo piuttosto pacifico, i primi anni del suo regno si svolgono senza incidenti, mentre il gioco politico viene ad essere bruscamente sconvolto dall’arrivo intempestivo dei Francesi di Carlo VIII (1470-1498), alla fine dell’estate del 1494, che si reca alla conquista del Regno di Napoli. Per la mediazione di Gilberto di Montpensier, il re spera di attirare nella sua orbita il marchese di Mantova, al quale vengono proposti titoli e denaro. Francesco, pur allettato, si vede costretto a declinare l’offerta, in quanto risulta già legato da un contratto con la Repubblica di Venezia. I Veneziani, d’altronde, non possono accettare l’intrusione francese in Italia e, sotto la loro egida, viene formata nella primavera del 1495 una vasta lega antifrancese, al comando del Gonzaga, che riceve il compito di scacciare l’invasore. Carlo VIII, per non correre il rischio di ritrovarsi bloccato a Napoli, decide di rientrare in Francia, lasciando dietro di sé la metà del suo esercito. Le truppe francesi risalgono la penisola, ripassano senza difficoltà gli Appennini, quando, nel momento di attraversare il fiume Taro, entrano in contatto, il 6 luglio 1495, con le truppe della Lega. Il marchese, che dispone di effettivi tre volte superiori a quelli francesi, elabora un piano sottile: lasciare di fronte al re un sottile velo di truppe ed effettuare con la massa della sua cavalleria un movimento avvolgente allo scopo di annientare i Francesi e di catturare Carlo VIII. Ma nulla avverrà secondo quanto preventivato: l’esercito francese attraversa il fiume, superando le fragili resistenze frontali, mentre la cavalleria francese, con un’azione di retroguardia, riesce a resistere alla manovra del Gonzaga. La giornata, ricordata come la Battaglia di Fornovo, non celebra un vero vincitore, ma Carlo VIII, affrettando la sua marcia, potrà rientrare in Francia senza ulteriori fastidi. Francesco II, per non perdere la faccia, dichiara la sua vittoria e per festeggiare la giornata comanda al Mantegna un retabolo: la Madonna della Vittoria. I Veneziani si vedono costretti a “digerire” questa strana vittoria. Essi inviano, poco tempo dopo, il loro condottiero in aiuto agli Spagnoli, che stanno per ottenere una netta vittoria sui Francesi nel Regno di Napoli. Il marchese, che ha assorbito lo spirito della famiglia, cerca di far fuggire il suo cognato Gilberto di Montpensier, ormai circondato dagli Spagnoli, ma questi preferisce morire sul campo insieme ai suoi uomini. Tutto quello che vi guadagna il marchese da questa azione è il … sospetto di tradimento. L’affare francese non avrebbe avuto probabilmente alcun seguito se Carlo VIII, nel 1498, non fosse morto, lasciando il trono a suo cugino Luigi XII Valois d’Orleans (1462-1515). Questi ritiene di poter vantare dei diritti sul Ducato di Milano, dove regna l’usurpatore Ludovico Sforza, detto il Moro (1452-1508). I Veneziani sembrano, stavolta, pronti a sostenere le pretese francesi. Il marchese di Mantova si ritrova impelagato in un incredibile imbroglio diplomatico, nel quale tutti cercano di assicurarsi i suoi servigi. Siccome Francesco non crede ad un rapido intervento francese egli accetta, il 31 maggio 1498, la carica, decisamente allettante e lucrosa, di comandante delle truppe milanesi. Tuttavia il marchese si inquieta con quello che stanno preparando i Veneziani: in caso di guerra i suoi stati sarebbero presi sul rovescio dalle truppe di Venezia ed in tale prospettiva, nell’autunno seguente, egli preferisce interrompere il suo contratto con Milano, intascandosi definitivamente i centomila ducati di acconto. Egli si reca a Venezia, dove si getta ai piedi del Doge, giurandogli di consacrarsi anima e corpo alla causa della Repubblica (20 ottobre 1498). L’ambasciatore milanese, che assiste nauseato alla scena, vi intravede l’intervento di satana in persona ! Tuttavia, il marchese non tarda a pentirsi del suo voltafaccia, poiché Venezia, che paga molto meno di Milano, gli ordina di andare a combattere in Toscana. Francesco II non ha alcuna intenzione di eseguire l’ordine e si rivolge nuovamente al Duca di Milano, che accetta di riprenderlo al suo servizio, il primo novembre, dandogli persino un aumento di stipendio. “Ecco la Signoria (leggi Firenze) sbarazzata di un grande pazzo !” sarà il commento ironico di Papa Alessandro VI Borgia (1431-1503), mentre a Venezia sono tutti pieni di rabbia. Orbene, nel corso del mese di febbraio 1499 i Veneziani firmano una alleanza con la Francia contro Milano ed il marchese si vede perduto. Con una incredibile sfrontatezza egli si avvicina ai Francesi ed ottiene che questi perorino la sua causa presso il Senato veneziano, che si lascia convincere. Francesco decide a quel punto (11 agosto) di “gettarsi nelle braccia e nel seno materno della Repubblica e di metter in suo potere la sua persona, il suo stato, tutti i suoi beni, ivi compresa la sua anima”, accordo segreto, in quanto ufficialmente egli continua ad essere pagato dal Duca di Milano. Di fatto egli non porterà alcun soccorso al Duca di Milano, allorché le truppe francesi conquisteranno i suoi stati nell’agosto 1499. Ludovico Sforza, tradito da ogni parte, è costretto a fuggire e Luigi XII attraversa le Alpi per venire a visitare il suo nuovo ducato. Agli inizi del mese di ottobre, il marchese si unisce al re e partecipa a tutte le feste organizzate dai Francesi in Lombardia. Luigi XII, che vuole rinforzare le sue posizioni italiane, ricopre di onori il Gonzaga, accordandogli una compagnia d’ordinanza, una pensione ed il collare dell’Ordine di S. Michele. Quanto al marchese, egli offre dei cavalli, dei falconi e dei cani da caccia a tutti i membri influenti della corte francese. Poi alla fine tutti rientrano alle loro sedi. Sfortunatamente per Francesco Gonzaga egli dovrà presto provare la sua fedeltà. Nel corso dell’inverno, Ludovico Sforza, con il sostegno dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo o d’Austria (1459-1519) riparte alla conquista del suo ducato e dal 5 febbraio 1500 rientra a Milano, acclamato dalla folla. Durante questa campagna lampo, il marchese ha ritenuto prudente inviare qualche sparuto rinforzo al duca, come anche una lettera di felicitazioni per la sua vittoria. Calcolo sbagliato, in quanto, già dalla primavera, i Francesi riusciranno a catturare Ludovico e riconquisteranno il Milanese. Luigi XII che non “digerisce” il tradimento del marchese, ipotizza la spartizione dei suoi stati con i Veneziani. Il marchese, spaventato, bombarda la corte francese di lettere lacrimevoli ed ottiene, alla fine, il suo perdono in cambio di una pesante ammenda. Strettamente sorvegliato dai Francesi e dai Veneziani, negli anni seguenti si tiene abbastanza tranquillo, ma non suscita di certo la fiducia dei suoi vicini. Nel 1503, Luigi 12° affida a Luigi II de La Tremouille (1460-1525) ed al marchese una vasta spedizione per riconquistare il regno di Napoli agli Spagnoli. Francesco ritarda per quanto può la sua partenza, ma quando, nel luglio, egli raggiunge l’esercito francese, a Parma, egli lo trova decimato da una epidemia. Sotto i suoi occhi il De la Tremouille viene abbattuto da un attacco di febbre, quanto basta al Gonzaga per riprendere la strada di casa, dove per oltre un mese si farà curare di un male immaginario. Allorché, in agosto, dopo molteplici sollecitazioni egli accetta di ritornare ad assumere il comando delle truppe reali, sarà per portarle al disastro. La situazione politica di Mantova diventa nuovamente critica cinque anni più tardi allorché la Francia ha una disputa con Venezia. Nel 1509, il re conduce di persona un formidabile esercito per la conquista della terraferma veneziana. Preso fra due fuochi, il marchese resta fedele all’alleanza francese, ma, col pretesto di una forte febbre, parteciperà alla campagna in maniera intermittente e sarà persino assente alla battaglia di Agnadello (19 maggio 1509). Assenza che gli varrà, da parte del re di Francia, il titolo di “poltrone”. Offeso, il marchese si rimette in marcia agli inizi di agosto, ma per essere catturato dai Veneziani. Condotto a Venezia, il marchese viene accolto al grido di “traditore, traditore” e per un momento pensa di essere perduto. Ma, nello stesso tempo, sua moglie inonda le corti europee di lettere piagnucolose ed il sultano ottomano Bajezet II (1447-1512), che intratteneva con il marchese legami di amicizia, effettuerà delle forti pressioni sui Veneziani affinché rilascino il prigioniero. Questi osserverà in seguito fino alla sua morte, nel 1519, una stretta e prudente neutralità. Nei molteplici tradimenti del marchese di Mantova, occorre indubbiamente vedervi una parte di opportunismo ed una parte del gioco politico. Ma vi si può intravedere anche una gran parte di genio politico. Francesco Gonzaga, per il suo machiavellismo, più che per il suo genio militare (non risulta che abbia mai vinto una vera battaglia), ha saputo mantenere l’indipendenza del suo marchesato, in un’epoca in cui numerosi stati italiani fra i più grandi crollano come castelli di sabbia.

BIBLIOGRAFIA

  • Braglia Riccardo, I Gonzaga. Il mito, la storia, Artiglio, 2002
  • Cadalora Mario, Gonzaga Gonzaga, Modena, 1990
  • Castagna Mario, Stemmi e vicende di casate mantovane, Montichiari, 2002.
  • Coniglio Giuseppe, I Gonzaga, Varese, Dall'Oglio, 1973.
  • Dolci Marilena, Isabella d'Este e Francesco Gonzaga. I segreti di una coppia, 2018, Editoriale Sometti, Mantova
  • Malacarne Giancarlo, I Gonzaga di Mantova, una stirpe per una capitale europea. Gonzaga Marchesi, Modena, Il Bulino, 2005.
  • Murgia Adelaide, I Gonzaga, Milano, Mondadori, 1972.
  • Nosari Galeazzo, Canova Franco, I Gonzaga di Mantova. Origini di una famiglia dinastica, Reggiolo, 2019, ISBN 978-88-99339-67-8.

Massimo Iacopi

 

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