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PECUNIA NON OLET

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di ricerca di:

Massimo Iacopi


Il significato di un’espressione coniata da Flavio Vespasiano e giunta fino ai nostri giorni

 

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L’IMPERATORE FLAVIO VESPASIANO


La Lingua Latina e la Storia dei Romani

PECUNIA NON OLET

Il significato di un’espressione coniata da Flavio Vespasiano e giunta fino ai nostri giorni

(Assisi PG, 12/11/2020)

PECUNIA NON OLET

Per rimettere in sesto le disastrate finanze dello stato, l’imperatore romano Flavio Vespasiano introduce un’imposta la cui fonte risulta perlomeno insolita: l’imposta sull’urina, giustificandola con l’espressione “Pecunia non Olet” ossia, il danaro non ha odore. L’espressione aveva lo scopo precipuo di affermare che non bisognava preoccuparsi dell’origine del denaro. Nell’anno 69, Tito Flavio Vespasiano (9-79) esce vincitore dalla grande guerra civile che ha lacerato per due anni l’Impero romano. Con lui e con i suoi due figli, Tito e Domiziano, arriva al potere una famiglia italiana del centro Italia di origini non nobili, la Famiglia dei Flavi. Il nuovo imperatore, dotato di una notevole intelligenza e di uno sviluppato senso degli affari, trova Roma in una situazione politica ed economica catastrofica. Le spese eccessive di Nerone, il cattivo stato delle finanze e le devastazioni della guerra hanno portato l’Impero nella crisi. Vespasiano possiede, però, l’energia sufficiente per imporre le riforme necessarie al recupero della situazione. Il problema più grave che deve affrontare è di ordine finanziario. Sin dagli inizi del suo regno egli annuncia che deve far entrare nelle casse dello Stato 40 miliardi di sesterzi per poter assicurare la sopravvivenza dell’Impero. A tal fine i Romani devono accettare una politica di estremo rigore di bilancio (ogni riferimento alla situazione odierna è puramente casuale). La sua esperienza nel campo della finanza si inscrive nella tradizione della sua famiglia: uno dei suoi antenati ha fatto fortuna presiedendo delle vendite all’asta. Tito Flavio Sabinus, suo padre, è diventato banchiere presso gli Elvezi, dopo essere stato percettore delle imposte in Asia. Lo stesso Vespasiano possiede una discreta esperienza nel campo della gestione finanziaria. Senza parlare della sua leggendaria parsimonia o, forse, della sua … avarizia. Egli possiede il senso, molto provinciale, del valore del denaro e non dilapida i beni dello Stato in spese sconsiderate, come l’anno fatto i suoi predecessori. Ogni scusa risulta buona per ridurre le spese pubbliche e far affluire denaro fresco nelle casse dell’Erario. Alcuni suoi procedimenti sono contestabili, ma occorre sottolineare che egli non ha mai utilizzato il denaro raccolto per fini personale. Egli non esita a vendere le magistrature ai candidati e persino l’assoluzione agli accusati che gli … “lubrificano gli ingranaggi”; egli acquista delle mercanzie dai grossisti che poi rivende a caro prezzo al dettaglio ed arriva a sopprimere le esenzioni di imposta di cui beneficiavano alcune città. L’imperatore fa, inoltre, accatastare le numerose regioni dell’Impero al fine di conoscere con precisione le proprietà di ciascuno per poi assoggettarle ad imposta. Nelle province vengono poi nominati a tale scopo dei nuovi procuratori e gerenti del fisco. Vespasiano ha la reputazione di scegliere per queste cariche gli uomini più rapaci e più intransigenti, salvo poi a condannarli, una volta che si sono arricchiti. La maggior parte delle sue “espressioni famose” è legata al danaro: i marinai di Ostia che vengono regolarmente a Roma per dare manforte ai pompieri della capitale, reclamano presso l’imperatore la concessione di una indennità riferita alle “spese per calzature”. Vespasiano ordinerà loro di effettuare il tragitto a “piedi nudi”. Ma è l’imposta sull’urina che ha contribuito a renderlo famoso. A Roma ed in tutte le altre città dell’Impero, una delle più importanti corporazioni artigianali è quella dei follatori e tintori, che lavorano le fibre tessili.

L’elegante e delicato Tito rimane sorpreso

Risulta necessario eliminare l’unto o il grasso dalle stoffe di lana, bagnandole nell’acqua calda mescolata con dei prodotti detergenti, quali la soda o l’urina. I follatori hanno l’abitudine di piazzare davanti ai loro laboratori dei grandi tini, nei quali gli uomini vanno ad alleggerirsi dei “liquidi in esubero”. Essi vengono così a disporre di un detergente che non costa nulla. Per Vespasiano, questa è una meravigliosa occasione per procurarsi del denaro. Egli inventa così, su due piedi, una nuova imposta sulle urine raccolte dalla corporazione. Tito, il suo figlio maggiore, un giovane elegante e delicato, si mostra colpito da questa nuova misura. Egli rimprovera al padre di trarre profitto da materie nauseabonde. L’imperatore, a quel punto, preleva una moneta dai tributi di questa imposta e la passa sotto il naso del figlio domandandogli: “Per caso questo odore ti dà fastidio ?” “No”, risponde il giovane principe. “Eppure - replica Vespasiano - viene proprio dall’urina”.  E’ in questi termini che Gaio Svetonio Tranquillo (69 - dopo 122) ci riporta l’aneddoto che poi Lucio Dione Cassio (155-235) riassumerà in una formula da tutti ben conosciuta: “Pecunia non olet”,  Il denaro non ha odore. Appunto!...


Massimo Iacopi

 

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