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IL VALORE STRATEGICO DEL MEDITERRANEO

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di ricerca di:

Massimo Iacopi


Da mare interno dell’Impero Romano a frontiera aperta alla mercé di pirati invasori e razziatori

 

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HENRI PIRENNE STORICO DEL MEDITERRANEO


Una Nazione quella italiana che ha rinunciato a nascere

IL VALORE STRATEGICO DEL MEDITERRANEO

Da mare interno dell’Impero Romano a frontiera aperta alla mercé di pirati invasori e razziatori

(Assisi PG, 02/03/2021)

IL VALORE STRATEGICO DEL MEDITERRANEO

Il Mediterraneo, culla di civiltà e di culture, unificato dai Romani è stato anche il riferimento e la scintilla della civiltà cristiana occidentale. Questa unità, foriera di sviluppo e di scambi, è stata repentinamente spezzata dall’invasione mussulmana. La suddivisione che ne è seguita ha trasformato il Mare Nostrum in una frontiera, crocevia di traffici illegali di tutti i tipi, che minacciano il nostro futuro. Nuovi espansionismi ideologici religiosi e politici, alimentati dalle scoperte dei giacimenti di gas, propongono scenari dalle incerte prospettive. Sarebbe ora che l’Europa ricominci a prendersi cura del proprio destino, specie nel Mediterraneo dove è nata la nostra civiltà, di fronte a velleità espansionistiche di stampo neo ottomano della Turchia.

Il Mediterraneo rappresenta l’ombelico della nostra civiltà. Il Mare Nostrum dei Romani ha visto nascere i Greci, i Latini ed i Cristiani delle due principali confessioni. Numerosi popoli si sono affacciati sulle sue sponde, Persiani, Egiziani, Fenici, Ebrei, Bizantini, … Le grandi città che si sono sviluppate sulle sue coste hanno inventato l’arte, la cultura, la politica, la guerra. Il Mediterraneo costituisce la culla di numerose protagoniste della storia come Roma, Alessandria, Cartagine e Bisanzio. Il Mare Nostrum è la culla di Ulisse e di Alessandro, di Cesare e di Ottaviano Augusto, di Lepanto e della battaglia d’Augusta (1) Il Mediterraneo è il luogo di nascita e della sua vitalità di quello che noi siamo. Dalle colonne di Ercole fino ad Antiochia, decine di popoli, di tradizioni, di culture, ma anche una sola civiltà ricompresa nella romanità. Esso è il mare delle isole dell’olivo e della vigna. Quanti tipi di vigneti si aggrappano ai suoi terrazzamenti, quanti vigneti bruciati dal sole e dal sale si estendono su isole come Pantelleria, Cefalonia o Cipro. Il Mediterraneo rappresenta l’autentica culla dell’Europa. Questa unità e questo cosmos si sono spezzati all’arrivo dell’islam e della spada del suo Profeta. Lo storico belga Henri Pirenne (1862-1935) ha dimostrato come l’irruzione mussulmana nel Mare Nostrum abbia infranto questa unità mediterranea. Nel giro di qualche decennio, l’Egitto e l’Africa romana e cristiana si sono dissolte. La rapidità con la quale la romanità è stata spazzata rimane ancora oggi uno dei più grandi misteri della storia. Il lago romano si è, per certi aspetti, evaporato e l’Europa si è ritrovata amputata della parte meridionale della sua geografia. Fino alla conquista francese di Algeri del 1830, non risultava una vita tranquilla sulle sponde nord del Mediterraneo, esposte ai Barbareschi ed ai mercanti di schiavi. Basti, a tal proposito ricordarsi degli uomini che portavano l’armatura e la bandiera degli Ospedalieri, dei Templari e dell’Ordine di Malta. Quanti oggi ricordano ancora il sacrificio degli Europei, morti di febbri o di paludismo nel tentativo di prosciugare le paludi per trasformare le zone insalubri dell’Algeria in orti e frutteti. Il Mediterraneo appare oggi in preda ad una amnesia collettiva. Senza la trasmissione del greco e del latino, le pagine scritte dai nostri antenati non esisterebbero più. Senza trasmissione della storia degli uomini, gli avvenimenti, le sofferenze ed i dolori vissuti non sarebbero mai esistiti. Il Mediterraneo, per proseguire nella sua funzione di ombelico della civiltà, deve continuare a rimanere un luogo vivo della memoria. Il Mare Nostrum oggi è ritornato ad essere un luogo di tutti i pericoli. I giacimenti di gas, scoperti recentemente, hanno eccitato la concupiscenza e gli appetiti di potenza di attori rivieraschi. Si prende atto che oggi il Mediterraneo è anche un luogo di frontiera, che l’interpretazione del diritto e dei regolamenti internazionali suscitano controversie senza fine. Le esercitazioni marittime cercano di tessere nuovamente le vecchie alleanze (2) e che la Francia, la Spagna e forse l’Italia riscoprono l’importanza di una marina militare adeguata e sufficientemente potente e mobile in grado di calmare i bollori espansionistici, come anche per bloccare, una volta per tutte, i traffici di tutti i tipi che avvengono nelle acque mediterranee (contrabbando di armi, droga, esseri umani, ecc.). Le mafie, nei loro loschi traffici hanno ricreato l’unità del mare. Dalla Nigeria, dove le donne vengono razziate, ai mercati degli schiavi di Tripoli,le connessioni avvengono attraverso gli intermediari di Napoli o i prosseneti di Parigi. Tutto oggi risulta conosciuto riguardo queste reti della tratta umana e della nuova schiavitù del terzo millennio, sulle atrocità subite dalle popolazioni da parte di sedicenti fronti popolari di liberazione islamici in Africa, su un massiccio fenomeno che certuni di casa nostra, anche in buona fede, si ostinano a camuffare sotto la maschera benevola dei migranti. Questo islamismo, che molti dalle nostre parti si rifiutano di capire, che rinasce ed affluisce al Cairo, a Bengasi ed in alcune città europee (specie francesi), si ritrova nel Mediterraneo, attraverso il quale transitano i mercenari ed i soldati invasati dall’ideologia religiosa, che qui trovano il loro terreno di caccia e di lotta. Le sfide che si giocano nel Mediterraneo hanno conseguenze nel Mali e persino in Svezia; esso rappresenta la base ed il crocevia di tutti i nostri mali e di tutte le nostre sfide per il futuro.  Occorre un Rinascimento e risulta necessario che, dieci anni dopo il disastroso intervento europeo in Libia, gli Europei inizino a riscoprire l’astuzia di Ulisse e la forza di Achille. Di fatto, si è assistito per la prima volta all’intervento della marina francese (a cui si è affiancata una timida Italia) a sostegno della Grecia e di Cipro contro la Turchia; si vede l’ENI e la Total in prima fila nello sfruttamento delle immense riserve di gas. Tutto questo dimostra che l’Europa, nonostante tutto, dispone ancora di risorse tecnologiche ed intellettuali per difendere e valorizzare il suo spazio. Questo potrebbe essere un buon augurio per il 2021 per voler riscoprire e ricollegarsi ad una storia, nata nel Mediterraneo. In ogni caso, il recente riacutizzarsi della tensione nel Mediterraneo orientale si spiega proprio con la scoperta di importanti giacimenti di gas (diversi decenni di riserve), specialmente nelle acque di Cipro e della Libia e con l’attivismo senza complessi della Turchia. In tale contesto ci si devono attendere ulteriori crisi, proprio perché le poste in palio sono rilevanti. Il 16 agosto 2020 Ankara ha inviato un battello di prospezioni minerarie ed alcune navi al largo dell’isola greca di Castellorizo, posta a due chilometri dalle coste turche, in acque considerate greche dal Diritto Internazionale del Mare dell’ONU. Altre ricerche venivano parimenti condotte dai Turchi intorno al’isola di Cipro. Provocazione, tensione, mentre l’Europa sembrava guardare altrove. Solo poche nazioni prevalentemente mediterranee, con la Francia in testa, hanno espresso il loro sostegno alla Grecia e nelle giornate successive, aerei francesi e navi della marina militare di Francia ed Italia si sono affiancate alla Marine greca per la condotta di esercitazione congiunte. Il 5 settembre seguente il presidente turco Recep Tayyip Erdoĝan alzava il tono: “essi arriveranno a capire, sia con il linguaggio della politica, sia sul terreno, per mezzo di amare esperienze”. Una settimana più tardi, la Grecia annuncia l’acquisto di 18 aerei Rafale francesi. Il successivo annuncio di negoziati provvede a far abbassare il livello della tensione. Il 22 settembre, il presidente turco e francese si sentono al telefono, dopo una serie di rudi scambi di battute. Nel momento più caldo della crisi, Erdogan ha qualificato Emmanuel Macron come “un ambizioso incapace”, il quale, da parte sua, aveva espresso l’opinione che il ”popolo turco, che è un grande popolo, meritava un’altra cosa .....” In questa querelle, la Turchia è aiutata dalla natura, ma non dal diritto internazionale: la moltitudine di isole greche lungo il suo litorale, gli impedisce di poter disporre della vasta zona economica esclusiva che essa rivendica e dei diritti di prospezione del gas che le sono abbinati. Essa vuole, pertanto, assicurarsi una parte delle riserve sfruttabili intorno a Cipro e della Libia, dove ha rinforzato la sua presenza. Queste risorse sono giudicate vitali per questo paese di 83 milioni di abitanti, che importa il 99% del suo gas. La politica di Erdoĝan evidenzia la volontà, senza complessi, di potenza geopolitica della Turchia. Il presidente turco, al potere dal 2003, arguisce sulla base della sua legittimità democratica e della vocazione storica del suo paese. Il 26 agosto, in occasione della commemorazione della vittoria turca contro l’impero bizantino nella battaglia di Manzikert (Manziscerta, 1071), egli continuava nelle sue recriminazioni: “La Turchia otterrà la sua giusta parte nel Mediterraneo, nel Mar Egeo e nel Mar Nero. Se no diciamo che faremo qualche cosa, noi la faremo e ne pagheremo il prezzo”. Questo programma e quello della “Patria blu” e della dottrina geopolitica del “Neo Ottomanismo” che è molto in voga nella dirigenza nazionalista ed islamista del paese e che ha come obiettivo far tornare il loro paese uno stato euroasiatico centrale ed una grande potenza marittima. “Noi strapperemo le carte”, soggiunge ancora Erdoĝan quando si riferisce al Trattato di Losanna del 1923, che ha ridisegnato le carte e le frontiere dopo la caduta dell’Impero ottomano. La Turchia si sta implicando ovunque in Oriente, anche al rischio di gravi frizioni con la Russia. Si scontra con l’Arabia saudita, con l’Egitto e l’Iran. Erdoĝan continua ad applicare la sua politica islamista, fino a trasformare in mosche, antiche chiese, come nel caso di Santa Sofia ad Istanbul. Forte di un consenso nazionale ben orchestrato e messo in scena egli continua a provocare sia l’Unione Europea che la NATO. Per gli analisti turchi, l’Occidente è debole e vulnerabile. Esso farà qualsiasi cosa per evitare la rottura ed in questa situazione Erdoĝan è convinto di avere le mani libere. La sua decisione di acquistare armi di ultima generazione alla Russia (sistemi missilistici contraerei S-400) o di minacciare una fregata francese al largo delle coste della Libia, ha lasciato senza fiato gli Stati Maggiori interessati. Di fatto, la Turchia, catenaccio sud della NATO nei confronti della Russia e dell’Iran, sa bene che il suo paese beneficia di una grande benevolenza americana, la cui priorità è il mantenimento della vasta base aerea di Incirlik. Nella faccenda dei giacimenti di gas Atene si appoggia sui Trattati internazionali (mai ratificati da Ankara), sollecitando la solidarietà europea. Senza molto successo. L’Europa, con la Germania bloccata da problemi interni ha fornito un aiuto simbolico, mentre i paesi europei mediterranei hanno assunto posizioni più nette e concrete a favore della Grecia. Ancora una volta, per quanto attiene la Turchia, la Germania tende a flemmatizzare la problematica. Angela Merkel ha evitato di urtarsi con Erdoĝan, per non indisporre i 2,5 milioni della minoranza turca residenti in Germania. L’UE, come al solito, non ha trovato di meglio che tergiversare di fronte alla solita minaccia di Erdoĝan di innescare la “bomba migratoria” (dai 2 ai 3 milioni di rifugiati che minaccia di inviare in Europa). In fin dei conti, Erdoĝan non ha motivo di lamentarsi: fra il 2014 ed il 2020 l’UE gli ha concesso 4,3 miliardi di euro di contributi, etichettati come “aiuto alla preadesione”, una formula ambigua per pagare un personaggio che vive ormai solo di ricatti (ma sarebbe ora che l’Europa si domandi se non sia arrivata l’ora di fermare questo gioco pericoloso che porta inevitabilmente dritto verso lo scontro diretto).

NOTE

(1) La battaglia navale di Augusta (conosciuta anche come Battaglia d'Agosta) ebbe luogo il 22 aprile 1676 durante la guerra franco-olandese e fu combattuta tra la flotta francese di 29 navi da guerra, 5 fregate e 8 cannoniere sotto il comando di Abraham Duquesne (1610-1688) e una flotta olandese-spagnola di 27 navi (17 olandesi e 10 spagnole) più 5 cannoniere comandate dal tenente-ammiraglio generale Michiel Adriaenszoon de Ruyter (1607-1676). La battaglia fu corta, ma intensa e si conclude improvvisamente quando Duquesne, dopo aver saputo che De Ruyter era stato ferito mortalmente, si ritira. Nessuna delle due parti ha perso vascelli, anche se si sono registrati molti morti e feriti, soprattutto tra le file degli Olandesi. Lo scontro segna la fine delle velleità olandesi nel Mediterraneo, così come Lepanto aveva chiuso per sempre la spinta ad ovest dell’Impero ottomano;

(2) Le recenti annunciate esercitazioni navali congiunte fra Tunisi ed Ankara forniscono ulteriori fonti di preoccupazione sulla pericolosa politica espansionista, condotta da Erdoĝan.


Massimo Iacopi

 

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