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I SUOI DETTI PIU’ FAMOSI ALEA IACTA EST VENI VIDI VICI

      

   

Antologia

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


Il più noto giunto fino a noi, Veni Vidi Vici, indica un successo facile e rapido

 

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GAIO GIULIO CESARE


Gaio Giulio Cesare

I SUOI DETTI PIU’ FAMOSI ALEA IACTA EST VENI VIDI VICI

Il più noto giunto fino a noi, Veni Vidi Vici, indica un successo facile e rapido

(Assisi PG, 05/03/2021)

 I DETTI DI GAIO GIULIO CESARE
Premessa

La formula utilizzata da Gaio Giulio Cesare, costretto ad intervenire in Asia Minore, allorché comunica ai Padri Coscritti la conclusione del suo intervento armato e la vittoria contro Farnace II, Re del Ponto, è un laconico messaggio composto di sole tre parole: VENI VIDI VICI.. Invero una sintesi particolarmente efficace quella pronunciata dal generale romano.

Questa frase lapidaria “Sono arrivato, ho visto ed ho vinto”, che indica una vittoria altrettanto rapida ed inattesa, sembra essere stata scritta dal generale della Repubblica romana, in una missiva, che lo stesso aveva indirizzato ad un amico, per annunciargli un folgorante trionfo, ottenuto il 2 agosto del -47, su Farnace II (-95 / -47), re del Ponto (vecchio regno dell’Asia Minore sul Ponto Eusino). La rapidità d’azione di Caio Giulio Cesare (-100 / -44) è proverbiale e questa sua speciale caratteristica gli ha permesso di eliminare, uno dopo l’altro, i numerosi nemici che ha dovuto affrontare nella guerra civile, che l’opponeva al suo ex amico Gneo Pompeo Magno (-106 / -48). Dopo il colpo di forza del passaggio del Rubicone, egli si lancia all’inseguimento delle truppe di Pompeo, che si sono concentrate in Epiro ed in Grecia. Cesare, dopo alcune peripezie iniziali, vince a Farsalo nell’agosto -48 il suo rivale, che, costretto a fuggire in Egitto, viene assassinato per ordine del giovane re locale, Tolomeo XIII Filopatore (-61 / 47). La vittoriosa giornata di Farsalo consegna a Cesare il potere supremo. Tuttavia, per più di tre anni, egli è costretto a venire a capo delle sacche di resistenza pompeiane, sia in Egitto, sia in Asia, come anche in Africa e nella Spagna. A tale scopo, verranno condotte con successo e con un ritmo impressionante, ben quattro campagne militari successive nelle diverse regioni sopraddette. Cesare risulterà presente su tutti i fronti, il più spesso a suo vantaggio e ritornerà a Roma solo nel -45, dopo aver sottomesso tutte queste province all’autorità romana. Dopo Farsalo, Cesare aveva scelto di conquistare l’Egitto per via terrestre, attraversando l’Asia Minore e la Siria, fatto che gli aveva consentito di mostrarsi da trionfatore a tutte le popolazioni dell’Oriente. Egli arriva ad Alessandria, il 2 ottobre dello stesso anno, con due legioni. Per adularlo, un ministro egiziano gli presenta, come regalo di benvenuto, la testa di Pompeo. Alla sua vista, Cesare non riesce a trattenere le lacrime, perché solo l’odio politico opponeva i due personaggi e questa fine umiliante lo scandalizza.

Operazione seduzione

L’assassinio di Pompeo gli fornisce l’occasione per impadronirsi dell’Egitto, un paese ricco che non era ancora sotto il controllo di Roma. Ma la “guerra di Alessandria”  si rivela ben più difficile del previsto e Cesare comincia con l’imporvi un protettorato romano. Egli, in questo compito, viene facilitato dalla relazione che allaccia con la bella regina egiziana Cleopatra Tea Filopatore (-69 /-30). Tuttavia, la situazione, col passar del tempo, diventa alquanto pericolosa: l’insediamento delle legioni provoca la collera degli Alessandrini, che bloccano Cesare nel quartiere del palazzo. La guerra dura diversi mesi e le truppe romane si trovano in diverse riprese in grave difficoltà. Grazie all’aiuto di contingenti ausiliari, inviati da Mitridate I del Bosforo o di Pergamo (morto nel -46), Cesare riesce a riprendere alla fine il sopravvento, finendo per imporre il suo dominio su quasi tutto l’Egitto, nel marzo del -47. Un nuovo pericolo si materializza, a quel punto, in Asia Minore, dove si trovano diversi simpatizzanti del partito di Pompeo, il generale console che, nella grande campagna condotta in Oriente dal -67 al -62, aveva fatto passare buona parte della regione sotto il dominio di Roma. Cesare, da parte sua, aveva già attraversato, a suo tempo, questa provincia per raggiungere Alessandria, nell’inseguimento di Pompeo. Il generale romano emana, durante il suo viaggio, alcuni provvedimenti spettacolari, al fine di associare le popolazioni locali alla sua causa. Nella Troade, Giulio Cesare effettua una sosta per visitare il sito leggendario di Troia; ad Efeso egli riceve sotto la sua protezione gli Ioni ed altre popolazioni; a Rodi, infine, egli effettua il reclutamento per il suo esercito. Nel momento in cui tutto sembra rientrare nell’ordine, ecco palesarsi una nuova ed inattesa minaccia. Farnace II (morto nel -47), figlio del grande Mitridate VI del Ponto (-132 / -63), aveva tradito suo padre, al cui assassinio aveva partecipato nell’anno – 63 ed, in cambio, Pompeo gli aveva dato il Bosforo Cimmeriano (l’attuale Crimea). Ma questo piccolo sovrano nutriva segretamente una sola ambizione: ricostituire sotto il suo dominio l’antico regno paterno. Approfittando della guerra civile fra Pompeo e Cesare, Farnace invade la Cappadocia e la Piccola Armenia (Alessandretta), dove regna Dejotarius (-12 / -41), tetrarca della Galazia e amico di Roma. Quest’ultimo fa appello al governatore romano di Siria, Gneo Domizio Calvinus (cesariano dell’ultima ora), che indirizza una lettera a Farnace, nella quale gli intima di evacuare le terre conquistate. Non dandosene per inteso, Farnace costringe il governatore romano a dirigersi con 4 legioni verso Nicopolis, nella Piccola Armenia, dove si trovavano acquartierati il re del Ponto e le sue truppe.

Farnace è certo di sbaragliare i Romani

Lo scontro che ne consegue si mette male per i Romani e Domizio è costretto a ritirarsi. Farnace, fiero del suo successo, può, a quel punto, occupare tutto il Ponto Eusino, senza incontrare soverchia resistenza. Nella regione, il monarca si abbandona a spaventose brutalità, saccheggiando i beni dei cittadini romani e suppliziando molti di loro. Cesare, informato della situazione alla fine del giugno del -47, lascia l’Egitto per vendicare l’onore della Repubblica e, per via marittima, raggiunge Antiochia, da dove successivamente penetra in Cilicia, in Cappadocia e nel paese di Galati. In ogni regione, effettua reclutamenti ed arriva, alla fine del luglio del -47, nel Ponto. Farnace si rifugia nella città di Zela. Questa, posta su un pianoro, ingloba al suo centro un poggio, dove si insediano Farnace ed i suoi. Il 2 agosto del -47, Cesare prende posizione con i suoi legionari nei villaggi che circondano Zela e durante la notte i soldati iniziano a fortificare il luogo. Farnace, dall’alto del poggio su cui si trova, non nutre alcun dubbio sulle sue capacità guerriere ed è convinto di essere in condizioni di poter sbaragliare rapidamente i Romani. Egli si lancia alla carica, facendo correre i suoi soldati a tutta velocità dalla collina scoscesa su cui si trovava e si prepara a risalire le quote, dove i legionari romani stanno costruendo i loro trinceramenti. L’esercito di Farnace è preceduta da temibili carri di guerra, irti di falci.

Tre iniziali con la lettera V … in segno di vittoria

Un breve momento di sconforto si impadronisce delle truppe romane, prese alla sprovvista, ma, molto rapidamente, Cesare motiva i suoi soldati, che, lasciati i loro picconi, si schierano per il combattimento. I Romani, riorganizzati, crivellano di giavellotti gli assalitori, riescono a far indietreggiare i carri e li precipitano nella scarpata. Stavolta il panico si impadronisce delle truppe nemiche ! Molti vengono uccisi, altri vengono scompaginati dalla fuga dei loro. Molti altri, nel panico, gettano le armi per fuggire più rapidamente e finiscono per ritrovarsi in trappola. I legionari romani non esitano ad impegnarsi su un terreno sfavorevole e ad attaccare il campo avversario. Essi non incontrano alcuna difficoltà ad impadronirsene e si danno, quindi, al saccheggio ed al massacro. Alla fine della giornata, Farnace riesce a fuggire con qualche cavaliere e poco tempo dopo verrà ucciso dai suoi stessi sudditi. Neanche dopo cinque giorni dopo il suo arrivo nel Ponto, con una battaglia durata appena 4 ore, Cesare è riuscito, dunque, ad annientare la ribellione, riconquistando tutta la provincia. Il generale romano prova una gioia ed una fierezza straordinaria per aver terminato una guerra così pericolosa ed è a quel punto che egli avrebbe inviato ad uno dei suoi amici di Roma questo celebre bollettino di vittoria, altrettanto laconico e di grande effetto: “Veni, vidi vici”. Di tutto questo non ne esiste alcuna traccia, ma Cesare ha per certo scritto e pronunciato questa frase, straordinaria per la sua concisione e per la sua espressività con i tre verbi al passato remoto inizianti con la lettera V. Quando nel luglio dell’anno -46, celebrerà a Roma il suo trionfo, invece di far precedere il suo carro dai pannelli abituali, che enumerano gli episodi della campagna lampo appena condotta, egli si accontenterà di far portare davanti a lui un cartello con questa bella formula, vero ed originale omaggio al suo genio militare.


Massimo Iacopi

 

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