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IL NOSTRO PIU’ BEL NEMICO E’ LA TURCHIA

      

   

Foreign Affairs

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


Parafrasando Baudelaire, si traccia un quadro preoccupante per il destino dell’Europa

 

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RECEP TAYYIP ERDOĞAN


Quando la Storia diventa biforcuta

IL NOSTRO PIU’ BEL NEMICO E’ LA TURCHIA

Parafrasando Baudelaire, si traccia un quadro preoccupante per il destino dell’Europa

(Assisi PG, 07/04/2021)

IL NOSTRO PIU' BEL NEMICO

Per troppo tempo l’Europa, in nome di un ecumenismo scriteriato, ha cercato di assumere le vesti di un qualcosa che non è, dimenticando la sua storia e la sua memoria. Tutto questo, in ossequio al un mito “sinistro” di un ineluttabile progresso che non può che andare solo nella direzione “profetizzata” dai detentori del pensiero unico. Per nostra fortuna, esiste ancora il nemico, l’alter, che non ha dimenticato chi siamo noi, che non smette di ricordarcelo e soprattutto, per fortuna, che non ha dimenticato chi è esso stesso. In questo quadro, non possiamo fare altro che gioire per il fatto di avere conservato un nemico che alla fine metterà l’Europa di fronte alla dura realtà, costringendola a prendere nuovamente coscienza della sua identità e quindi a reagire all’alienazione ed al dissolvimento che la sta consumando e che potrebbe determinare la sua definitiva scomparsa. In questo momento storico, l’Europa è ridotta ad un malato di peste (il Covid 19), ha due Papi ed ha i Turchi alle porte. E’ come se fossimo regrediti al XIV secolo. E’ stato fatto, paradossalmente, ogni sforzo per uscire dalla storia; invece la storia non solo incombe sull’Europa, ma essa risulta sempre più tragica. Non si può rifiutare, né cancellare la memoria; infatti l’alter, il nemico,  ci ricorda senza sosta chi siamo: Crociati per i Jihadisti ed eredi dei vincitori della risolutiva Battaglia di Lepanto per i Turchi. Si è voluto credere  che la filosofia di Kant e la pace universale avrebbero potuto necessariamente trionfare, invece siamo fermi alle teorie di  Carl Schmitt (1), studioso profondo delle dottrine politiche moderne (tra cui spiccano le incompatibilità fra liberalismo e democrazia di massa ed il rapporto amico/nemico come criterio costitutivo della dimensione del politico), ed impotenti per ikl fatto di non riuscire a definire l’alterità amico/nemico. L’Europa voleva liberarsi della sua pesante identità, ma a nulla sono serviti gli sforzi dei decenni seguiti alla Seconda Guerra Mondiale; eccoci ancora inchiodati ad una immutabile realtà: difficile uscire dalle logiche che hanno guidato i Governanti Europei fino al secolo scorso, impossibile pensare che il nemico di sempre non esista più. Esiste, e ce lo ricorda esso stesso, quotidianamente, con fatti ed opere che dovrebbero mettere in allarme la fragile costruzione europea attuale. Se anche noi, stoltamente, continuassimo ad ignorare chi siamo e da dove veniamo, altri che si considerano nostri nemici ce lo ricorderebbero, definendoci a loro volta nemici.  Il titolo conferito a questa breve analisi è “il nostro più bel nemico”, definizione che vide la luce in un componimento poetico di Baudelaire, “Il Nemico”, nel quale il poeta ammonisce ognuno di noi sul pericolo che è sempre in agguato, soprattutto nell’età più felice: quella della fanciullezza e dell’adolescenza, nella quale ci crediamo imbattibili e dove, invece, la nostra supponenza e ingenuità non possono che portarci alla primordiale rovina. La carica emotiva di Baudelaire si sovrappone geometricamente alla minaccia che incombe sull’Europa, quindi al nemico che è risorto dalle sue ceneri, che non ha dimenticato nulla del passato in cui è stato dominato dall’Europa ed ora è pronto a ghermire la sua debolezza per vendicare i supposti torti subiti. Il mondo è stracolmo di Stati in subbuglio, dilaniati da contese etniche, da guerre di potere spicciolo e soprattutto da occupazioni ed invasioni finalizzate allo sfruttamento delle risorse e delle ricchezze naturali. Definire la Turchia, fra i tanti potenziali nemici dell’Europa, “il nostro più bel nemico”, parafrasando il poeta, vuole esprimere un chiaro obiettivo, un obiettivo principale ed ineludibile, un obiettivo da neutralizzare, da fermare, a pena di vedere dissolta persino la libertà dei popoli europei in un futuro ormai non più così tanto lontano. E’ infatti il Turco “il nostro più bel nemico”. Al suo apogeo esso ha conquistato l’Africa, il Levante e i Balcani ed ha messo l’assedio a Vienna. Esso ha manovrato sia l’equilibrio dei popoli, sia l’ingegneria demografica di cui gli Armeni che,m fra tanti altri, ne hanno fatto duramente le spese. Esso è stato un utile strumento per alleanze sul rovescio (vedi la Francia di Francesco I), ma che alla fine è stato frammentato. Oggi il kemalismo ha chiuso la sua fase. Sui bordi del Bosforo, i Turchi moderni (quelli che qualcuno si ostina a chiamare democratici, ma che sfacciatamente si qualificano come unici eredi dell’Impero Ottomano), non hanno dimenticato né Sevres, né Losanna. La politica attuale del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan è stata chiaramente annunciata già da diversi anni attraverso i suoi discorsi e le sue campagne elettorali. Ma ecco che, stranamente solo ora, una cosa ci sorprende: un capo di Stato che vuol far passare in primo luogo l’interesse del suo paese, che afferma il suo nazionalismo e che applica il programma per il quale è stato eletto. Un capo di Stato che ha la storia nella memoria e che se ne serve per la sua politica; un capo che non ha mai messo da parte i suoi sogni di grandezza e potenza. Ma non è tanto Erdoğan che si specchia nel ritratto di Solimano il Magnifico, quanto  l’Europa che non si accorge della realtà della politica turca. L’Europa che viene nutrita dai miti fasulli dell’universalismo e dell’ecumenismo della nuova sinistra e che non si cura della realtà che la circonda. Non ci si preoccupa del fatto che si sta delineando un nuovo ordine mondiale che assomiglia sempre di più all’ordine precoloniale. L’Europa non ha più monopoli, gli imperi rinascono, le reti mafiose e criminali controllano regioni intere e prendono il potere al posto degli Stati. L’ibridazione fra Stato e reti diviene sempre più intensa, molto utile per inviare mercenari nelle zone di conflitto o per destabilizzare un Paese vicino attraverso la contro insurrezione e la disinformazione. A tutto questo si aggiunge il ruolo delle diaspore che, attraverso i loro collegamenti e la loro presenza, possono influire sulla politica degli Stati, come ad esempio nel caso della Germania, paralizzata dalla forte presenza turca al suo interno (2,5 milioni di individui), ma anche nel caso della Francia nei confronti del Maghreb. La potenza non è solamente questione di strumento militare, ma anche di controllo dell’alimentazione e delle risorse idriche ed energetiche oltre che del linguaggio che genera la guerra delle parole ed il controllo dei media, i quali costituiscono un’arma di primaria grandezza.L’azione militare (intesa come scontro) non è più da escludere. Un capo di stato maggiore della Marina di un Paese amico, parlando in una scuola di formazione, ha evocato il fatto che gli allievi debbano prepararsi ad una tale eventualità: “Oggi voi entrate in una Marina che molto probabilmente andrà incontro alla prova del fuoco in mare e voi dovete prepararvi a tale eventualità !!” L’avverbio probabilmente ha il suo peso, ma non bisogna andare molto lontano per constatare che solo dieci anni fa iniziava la guerra in Siria ed in Libia e da oltre 10 anni si combatte nel Sahel africano. La Turchia occupa la Zona Nord di Cipro dal 1974 e le tensioni nel Mediterraneo orientale sono sempre più vive e crescenti. Non si tratta, in questo caso, di volere la guerra o di ricercarla; si tratta piuttosto di  prepararsi ad affrontarla, senza rimanere ciechi e sordi di fronte all’evidente pericolo costituito dal più bel nemico che la storia ci abbia assegnato. Alcuni specialisti evocano, come si fece nel recente passato, la possibilità di un conflitto simmetrico fra Stati. Ma va chiarito che la potenza di fuoco di oggi è notevolmente accresciuta e che il pacifismo, all’indomani della guerra fredda, da molti ancora coltivata e considerata come una certezza, risulta oggi un rischio da prendere in seria considerazione. Fino a dove, o fino a che punto intende arrivare la Turchia dopo la guerra nel Nagorno Karabah (Artsakh) o le tensioni nelle acque greche ? Certamente fino al punto in cui l’Europa gli darà la possibilità di spingersi. Noi abbiamo accettato il ricatto della Turchia sugli emigranti, lasciando ad Erdoğan la possibilità di aprire o chiudere il rubinetto a suo piacere. Noi abbiamo accettato il gioco ambiguo dei Lupi Grigi, abbiamo chiuso gli occhi sulle sue connivenze con l’ISIS, abbiamo ceduto a richieste che si sono rivelate pericolose per la stabilità europea. Noi abbiamo accettato tutto questo perché non vogliamo più essere quello che dovremmo essere. Ma a me pare, ed i fatti sembrano confortarne l’opinione, che il più bel nostro nemico ci stia obbligando (per fortuna) a ridefinirci ed a riassumere la nostra vera identità, al netto dei ciclici pentimenti e delle richieste di perdono di facciata. La Turchia è, paradossalmente, una opportunità per tutta l’Europa, perché con i suoi comportamenti ambigui, invasivi, minacciosi e spudorati alla fine ci costringerà a sopravvivere o a scomparire. In questa prospettiva, credo che il nostro più bel nemico ci obbligherà inevitabilmente e progressivamente ad una ineludibile presa di coscienza.

NOTA

(1) Carl Schmitt nasce in una numerosa e modesta famiglia cattolica nella Vestfalia prussiana e protestante. Laureatosi nel 1910 e ottenuto nel 1915 il dottorato in diritto all'Università di Strasburgo (allora parte della Germania) e nel 1916 la libera docenza, pubblicò nel 1921 Die Diktatur (La dittatura), sulla costituzione della Repubblica di Weimar, nel 1922 Politische Theologie (Teologia politica), ostile alla filosofia del diritto, ritenuta troppo formalista, di Hans Kelsen, nel 1923 Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus (La situazione storico-intellettuale del parlamentarismo odierno) sull'incompatibilità fra liberalismo e democrazia di massa e nel 1927 Der Begriff des Politischen (Il concetto di politico), sul rapporto amico/nemico come criterio costitutivo della dimensione del 'politico'. All'inizio degli anni '30 aderì alla corrente politico-culturale denominata Rivoluzione conservatrice (Konservative Revolution).


Massimo Iacopi

 

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