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PROVE DI DEMOCRAZIA ALLA FINE DEL SECOLO XI

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di ricerca di:

Massimo Iacopi


Conquistato l’autogoverno i Comuni Italiani fanno esperimenti di Democrazia

 

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CRONANA DEI GUELFI (AL CENTRO BARBAROSSA)


Una ricerca di Massimo Iacopi che ha del miracoloso

PROVE DI DEMOCRAZIA ALLA FINE DEL SECOLO XI

Conquistato l’autogoverno i Comuni Italiani fanno esperimenti di Democrazia

(Assisi PG, 21/09/2021)

PROVE DI DEMOCRAZIA NEI COMUNI MEDIOEVALI

Ne1154 l’arcivescovo Ottone di Frisinga (1109-1158), zio dell’imperatore tedesco, passa per l’Italia e racconta il suo stupore davanti a questo paese fatto di città, che “sorpassano in ricchezza ed in potenza tutte le altre città del mondo”. L’evidente ricchezza lo colpisce: essa si esprime con lo splendore nella varietà dei prodotti  scambiati sui mercati, il numero della popolazione che si ammassa nei borghi, la bellezza delle chiese e dei palazzi che ne abbelliscono il centro. Ma questa potenza è ugualmente di natura tutta politica, fatto che stupisce il nostro venerabile prelato: “Quasi tutto il territorio è diviso in città”. Da questo lato delle Alpi, non ci sono regni, né contee ed in questa regione risulta difficile incontrare tutti quei riferimenti territoriali, abituali dell’Europa medievale del centro nord, che rendono l’autorità dei signori la principale forza di strutturazione dello spazio. Al di qua delle Alpi esistono soprattutto città popolate, prospere e fiere della loro indipendenza, che polarizzano il territorio che le circonda. A leggere la descrizione di Ottone di Frisinga, si individua il momento in cui l’ammirazione si trasforma in indignazione. In effetti, questo potere delle città pretende di imporsi su tutti: “Ci si troverebbe in forte difficoltà nel trovare un nobile o un grande, abbastanza ambizioso, che sia disposto a non conformarsi agli ordini della sua città”. Questa è l’altra stranezza italiana, sottolineata dal vescovo tedesco: l’inurbamento di una buona parte della nobiltà feudale, vale a dire il mantenimento della propria residenza nella città, mentre, al contrario,  la ruralizzazione delle aristocrazie costituisce una delle caratteristiche principali della società medievale tedesca. Proprio come nella Roma antica ! Senza dubbio, anche se la cultura imperiale ed i riferimenti antichi della cultura di Ottone non gli permettono di controllare il suo senso di smarrimento. Tutto questo perché, ed ecco lo scandalo: gli abitanti delle città “amano talmente la libertà che rifiutano qualsiasi eccesso di potere e preferiscono come capi, per guidarli, dei consoli”.

1080-1180: il secolo dei consoli

Consoli: una parola, pesante di significato. Essa risulta fortemente evocativa di una autorità del passato che gli deriva dal latino. La prima volta che appare nella documentazione medievale è a Pisa, nel 1085. La città toscana, partecipando attivamente alle operazioni della crociata, è riuscita a soppiantare l’altro grande porto della costa tirrenica, Amalfi, facendo spostare il centro di gravità dell’Italia comunale dal sud al nord. E’, pertanto, proprio fra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, che appaiono i primi consoli, nell’Italia centro settentrionale, specialmente in Lombardia ed in Toscana, (ad Asti nel 1095, a Milano nel 1097, ad Arezzo nel 1098, …). Anche se essi si designano come tali, il riferimento del loro titolo non deriva dalle istituzioni romane, ma piuttosto dalle pratiche politiche che lo stesso termine suggerisce. Consulere significa “deliberare” e gli uomini che prendono in mano il destino delle loro città (spesso, come vedremo, ricchi aristocratici) non fanno nient’altro che organizzare, su basi radicalmente nuove, il potere delle città, in modo da amministrarsi da soli. Un potere fondato sulla delega dell’autorità sovrana ad un collegio di rappresentanti eletti, che operano collettivamente: questa è la prima definizione che si potrebbe dare alla gestione “consolare” del Comune. Un’esperienza, dunque, piuttosto che un regime, fatta di pratiche politiche che non fissano nessuna istituzione scritta. Questo è dunque l’aspetto specifico dell’Italia medievale ed è proprio questo il fatto di cui si preoccupa Ottone di Frisinga. Ciò perché, nel momento in cui riferisce del suo viaggio in Italia, l’esperienza è già antica e minaccia direttamente le prerogative dell’imperatore. Suo nipote, Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa (1122-1190), eletto imperatore dei Romani dal 1152, cerca effettivamente di recuperare i suoi diritti sulla “sua” Italia, ovvero uno dei tre regni che, con quello di Borgogna e di Germania, compongono il suo impero. Il vecchio regno d’Italia, che parte dalle Alpi e limitato dagli stati della Chiesa dall’Emilia e l’Umbria, risulta centrato sulla Lombardia, che costituisce una delle regioni economiche più dinamiche del tempo. L’imperatore intende recuperare la sua sovranità proprio sui comuni appena nati e pervasi da questo spirito di libertà, di cui parla Ottone di Frisinga e lo scontro diventa inevitabile. Inizialmente, la lotta volge a vantaggio di Federico Barbarossa. Nel 1162, le truppe imperiali conquistano Milano, che viene rasa al suolo (ad fundamentum), ma i suoi abitanti riescono a ritornare nella loro città e questa gloriosa riconquista verrà celebrata sui bassorilievi della Porta romana, primo esempio di un’arte laica di autocelebrazione urbana. Milano, in effetti, era riuscita a mobilitare la maggior parte delle città dell’Italia del nord nella prima lega lombarda e le milizie comunali della Lega sconfiggeranno il Barbarossa nella battaglia di Legnano il 29 maggio 1176. Dall’opera, che Verdi ha fatto rappresentare a Roma nel 1849, fino alle dubbiose celebrazioni politiche della Lega del Nord, partito inizialmente xenofobo e regionalista fondato nel 1989, Legnano è diventato uno degli ambigui luoghi della memoria degli Italiani. In effetti gli Italiani non hanno mai smesso di credere che la città è stata, per riferirsi al titolo di un’opera celebre dello storico Carlo Cattaneo (1801-1869), il “principio ideale” della loro storia a partire dal 1859. E’ pur vero che la storia italiana imbocca dopo Legnano una biforcazione decisiva: l’imperatore, firmando a Costanza il 25 giugno 1183 una pace generale con i rappresentanti di 25 città italiane, le riconosce come entità politiche legittime, specialmente in materia giuridica e fiscale, concedendo loro i suoi diritti regali (regalia) “sia all’interno, che all’esterno della città”. Questa precisazione risulta fondamentale, in quanto, dal momento in cui è politicamente costituito, il Comune si lancia alla conquista del suo contado – vale a dire delle sue campagne circostanti, precedentemente inscritte nel contesto delle vecchie contee (comitatus) e coincidenti, in tutto o in parte, con una diocesi dei loro vescovi, che si erano impossessati dall’epoca carolingia di determinati diritti comitali. Indubbiamente, gli imperatori successivi cercheranno, talvolta, di riprendersi i diritti che Federico Barbarossa pretendeva comunque di aver concesso in maniera graziosa ed, in particolar modo, il re di Sicilia ed imperatore di Germania, Federico II di Hohenstaufen (1194-1250), che provocherà nel 1236 la ricostituzione della Lega lombarda. Indubbiamente, i partigiani imperiali (che vengono denominati ghibellini) non disarmeranno per tutto il XIII secolo, opponendosi ai guelfi, gli alleati del Papa, che cercava ugualmente di imporre ai Comuni la tutela di un altro potere a pretensione e vocazione universale. Resta comunque il fatto che l’Italia comunale del centro nord riesce ad affermare la sua specificità e la sua prosperità ed in particolar modo rispetto al Mezzogiorno, il sud dell’Italia, nel quale il movimento di emancipazione urbana ha grandi difficoltà (l’imperatore Federico II riesce a distruggere i comuni nascenti di Gaeta, Napoli e Messina). Ma tutto questo avviene – fatto essenziale che la storiografia recente non smette di rivalutare – al prezzo di una intensificazione della conflittualità sociale. In effetti, se si vuole scandire la storia dell’Italia comunale, vi si possono individuare tre tempi principali (il tempo dei consoli, quello dei podestà e quello del popolo), che corrispondono alla nascita di istituzioni specifiche ed alle tappe di un allargamento progressivo della base sociale dei governi urbani. Di fatto, questa dinamica è tutto meno che armoniosa e consensuale, e, soprattutto, risulta costellata di scontri sociali e scontri di fazioni, spesso sanguinosi. Del comune consolare, che si mette in opera agli inizi del XII secolo, si potrebbe affermare che esso è globalmente di natura aristocratica, un’ipotesi che risulta decisamente contro corrente rispetto ad una lunga tradizione storiografica. Affascinati dal ruolo del grande commercio nello sviluppo economico delle città, gli storici hanno, per lungo tempo, messo in stretta relazione lo sviluppo delle libertà urbane con la crescita di potenza e di influenza degli uomini nuovi, gli arricchiti dagli affari. A questa logica interpretativa rimandava l’immagine della borghesia conquistatrice nel XX secolo, che, a sua volta, faceva un largo uso, come un suo glorioso precedente, di riferimenti storici tratti dall’avventura comunale medievale. Questa era già la prospettiva della “Histoire des republiques italiennes du Moyen Age”, la monumentale opera, scritta fra il 1807 ed il 1818 dal filosofo e storico svizzero Jean Charles Leonard Simonde de Sismondi (1773-1842) e largamente ripresa da una buona parte della storiografia contemporanea. Di fatto, fra il primo gruppo dirigente dei comuni consolari si possono individuare qualche maneggione di denaro a Milano o armatori a Genova. Ma quelli che dominano sono, in primo luogo, personaggi provenienti dalla nobiltà feudale: questo è specialmente il caso di Padova, dove questo primo patriziato urbano fonda le sue radici sulla proprietà fondiaria delle campagne e sulla clientela del vescovo. A lungo sottovalutata, questa origine episcopale del comune consolare appare essenziale per gli storici di oggi, poiché essi vi intravvedono l’indizio di un legame storico fra i movimenti riformatori della Chiesa e quelli dell’emancipazione urbana: in entrambi i casi, si tratta, in primo luogo, di scongiurare un disordine politico conseguente alla vacanza del potere centrale. Nel momento in cui la conquista normanna insedia una potente monarchia feudale nell’Italia del sud, l’eclissi imperiale sul resto d’Italia mette le città del nord di fronte alla sfida di restaurare la pace pubblica ed il Comune è la forma politica derivata da questa necessità. Fiscalità, giustizia, controllo del territorio: in un solo colpo, i consoli allargano il campo dell’attività governativa, affermando la loro capacità di difendere la res publica, vale a dire di prendersi a carico gli interessi del Comune. In tal modo, nasce il sostantivo comune, che sostituisce, a poco a poco, quello di civitas negli atti della pratica amministrativa. Di fatto, come si può leggere negli Annales – una delle prime storie che prende come orizzonte il contesto urbano –, il console Caffaro di Rustico di Caschifellone (1080-1164) suggerisce al Consiglio di Genova, nel 1152, che il compito principale dei consoli è quello di “reggere il comune ed il popolo in pace e nella concordia”. La nascita dell’istituzione comunale in Italia, legata al movimento di pace sociale lanciato della Chiesa, sarebbe incomprensibile ove non si tenesse conto che, proprio nello stesso periodo, si assiste allo sviluppo di un forte movimento culturale: la rinascita del diritto romano, che, in parte, ha contribuito allo sviluppo del fenomeno. Si conosce da lungo tempo l’importanza dei giuristi bolognesi nella reinterpretazione del Corpus iuris civilis di Giustiniano (482-565), fornendo formule di sovranità che gli ideologi del comune riescono a rivolgere contro l’imperatore, a cominciare dal bene comune, cruciale nella teoria politica dei comuni, come nelle pratiche ordinarie della cittadinanza. In effetti, al di là di queste grandiose costruzioni teoriche, è proprio nella condotta di governo che si apprezza meglio l’impatto del diritto erudito, sia nella redazione degli statuti urbani, sia nell’impiego dei consigli dei giuristi (Consilia) nella condotta degli affari o nella pratica ordinaria dei processi (da non confondere, però, con le odierne consulenze). Il cronista francescano Salimbene Adami o de Adam da Parma (1221-1288) diceva di suo zio che era  un “famosus iudex et probus in armis” (giudice famoso ed abile nel maneggio delle armi): è proprio la cultura giuridica che caratterizza l’aristocrazia comunale dei milites urbani, vale a dire dei cavalieri (aristocratici), per opposizione ai pedites (popolo), che combattono a piedi. Questa bipartizione militare fra militia et populo è fondamentale nella strutturazione dello spazio politico delle città. Lo storico Jean-Claude Maire Vigueur (1943-) ha evidenziato l’importanza dell’esercizio delle armi e dei valori marziali nella cultura politica italiana; essi spiegano, allo stesso tempo, l’importanza strategica delle guerre di conquista del contado e la violenza strutturale delle lotte di fazione all’interno della città, di norma irta di torri (a Firenze nel 1300 se ne contano più di 200). E’ proprio l’insediamento, spontaneo o forzoso, delle dinastie feudali nel tessuto urbano e la loro capacità di costituire delle sacche di potere intorno alle loro residenze fortificate, quello che costituisce il primo principio di strutturazione dello spazio cittadino (un “urbanesimo cittadino”, come è stato definito nel caso di Genova). Ricostituire la composizione sociale di questa prima aristocrazia consolare consente, in primis, di immaginare lo sviluppo della città prima che questa non risulti regolata dai politici del bene pubblico (istituzione del Comune); ma essa porta, in secundis, ad affrontare un paradosso: occorre, in effetti, comprendere che la società comunale è stata allo stesso tempo profondamente intrisa di diritto e strutturalmente violenta, penetrata dalla cultura dello scritto e regolata dalle pratiche di vendetta tipiche della faida aristocratica. I Milites, utilizzando allo stesso tempo le armi e la legge, si impongono nelle città a colpi di processi e di combattimenti di strada, in una situazione ad elevato livello di conflittualità (Gerard Rippe, storico di Padova e del contado, soleva dire che il “Comune era la prosecuzione della guerra feudale con altri mezzi”). In effetti, la Pace di Costanza del 1183, nel momento in cui consente ai Comuni di affermare la loro legittimità fiscale e giudiziaria, libera forze sociali e politiche che superano ben presto il livello consolare, aprendo il secondo tempo della storia dei Comuni: quello dei Podestà. 1180-1230: il tempo dei podestà

E’, in effetti, negli anni 1180 che i Comuni italiani sperimentano una sorprendente innovazione politica: affidare temporaneamente (in genere per un anno) ad un magistrato straniero l’incarico di risolvere i suoi conflitti interni. I suoi compiti sono quelli di “reggere, unificare, rendere coesa e conservare” la città, dal momento che essa è diventata preda delle inimicizie civili, proprio come viene precisato in un documento della città di Cremona agli inizi del XII secolo. Concretamente, il podestà convoca e presiede le riunioni dei Consigli, fa eseguire le loro deliberazioni, vigila sull’ordine pubblico e rende giustizia alla testa di un suo tribunale. Professionista della conciliazione, egli riesce ad imporsi per la sua potenza sociale – in tale contesto non risulta raro che questi grandi personaggi vengano circondati dalla loro guardia armata e dallo stuolo dei loro consiglieri – ma anche per mezzo delle sue capacità oratorie. In effetti, in questo sistema in cui ogni sovranità viene dall’arengo, vale a dire dall’assemblea dei cittadini, governare significa, anche e soprattutto, disporre di capacità di convincere l’uditorio. Ecco perché si sviluppa una retorica della persuasione civica, che viene denominata ars dictaminis, della quale alcuni trattati (ad esempio l’anonimo Oculus pastoralis del 1220-25) sono specificamente destinati proprio all’esercizio dell’autorità podestarile. Tali podestà, senza dubbio, vengono reclutati essenzialmente fra i ranghi della Militia. Una ricerca storica collettiva ha consentito di individuare i contorni di questo gruppo sociale a livello dell’Italia comunale: considerando le 6500 cariche, detenute da 2500 ufficiali, dalla fine del XII secolo, agli inizi del XIV secolo, la ricerca ha potuto verificare la schiacciante predominanza dell’antica aristocrazia consolare. Più della metà fra di loro provengono dalla fascia superiore della Militia, quella che nell’Italia longobarda chiamavano i Capitanei. Tre regioni si evidenziano nettamente come esportatrici di podestà: la Lombardia nella prima metà del XIII secolo (Milano, Cremona e Brescia, per l’essenziale), l’Emilia dal 1250 al 1300 (Bologna in prima linea) e la Toscana, dai primi decenni del XIV secolo, con uno schiacciante predominio della città di Firenze. La circolazione dei podestà individua, pertanto, anche spazi di alleanze, di dominio e di prestigio. Determinate città (Siena e Perugia, ad esempio) prendono l’abitudine di scambiarsi i podestà, mentre altre utilizzano la loro capacità di esportazione come mezzo di egemonia o di dominio. In tal modo, le piccole città della Toscana (S. Gimignano, Prato o Pistoia) vengono ben presto costrette a scegliere i loro podestà a Firenze, come le città degli Stati della Chiesa devono farlo per Roma o altre città di maggiore influenza (vedasi il caso di Assisi nei confronti di Perugia nel corso del 1300, quando sarà costretta a scegliere come Podestà una serie di personaggi provenienti dalla nomenclatura perugina). I Podestà, in definitiva, dicono tutto dell’Italia comunale: un mondo indubbiamente a compartimenti, nel quale ogni città, gelosa della propria autonomia, sviluppa un sistema politico proprio e dove la complessità del gioco sociale si assomiglia solo sotto l’aspetto dell’intensità dei conflitti che l’animano. Ma questo panorama costituisce anche un mondo unificato da un solo ed identico sistema culturale, nel quale la circolazione del personale politico itinerante testimonia una capacità straordinaria di scambio di idee, di informazioni e di modelli politici. Questa unificazione vale, in special modo, in materia di architettura: si è potuto, in tale contesto, dimostrare che, nei comuni lombardi, determinati podestà provenienti da Brescia o da Milano avevano operato come specialisti dell’edilizia pubblica, contribuendo a diffondere un modello unico di palazzo civico. Il podestà milanese Guglielmo da Osa inizia, ad esempio, la costruzione del palazzo comunale di Brescia nel 1187, prima di far edificare quello di Verona (sul modello del palazzo di Pavia), dove diviene podestà dal 1189 al 1191 e si distingue per i lavori idraulici di sistemazione del corso del Brenta. Occorre però essere prudenti a non idealizzare e generalizzare questo secondo tempo podestarile del comune italiano: questo, di fatto, non si può comprendere appieno, se non si tiene conto di una forza sociale e politica che ben presto supererà il semplice contesto comunale: il popolo. Se si prende il caso di Piacenza, si osserva che, nel 1218, avviene un tumulto che esige l’espulsione del podestà di origine milanese, Guido da Busto, accusato dalla “societas populi” di sostenere troppo apertamente i Milites. Questo significa che il popolo si è già costituito, se non in un partito nel senso moderno del termine, almeno in un gruppo di pressione. In questo periodo si incontrano nelle città molti artigiani associati nella struttura delle Arti, che contribuiscono a regolare la vita economica e sociale delle città; sembra comunque che i vari mestieri, in quanto tali, non costituiscano ancora la struttura portante di queste fazioni. Le solidarietà di vicinato, nell’ambito delle contrade della città, che formano spesso dei quartieri chiusi su sé stessi, risultano inizialmente più rilevanti, come anche la necessità, per tutti quelli che non si trovano nei ranghi della militia, di organizzarsi militarmente In tal modo, quando a Milano i nobili si dotano di una società d’armi detta “Societas Galliardorum” (società dei gagliardi), che opera spesso come punta di lancia nelle battaglie di strada contro i popolari, questi ultimi replicano con la creazione della “Societas Fortium” (società dei tosti). Gagliardi contro Tosti: i primi che reclutano fra i giovani cavalieri nobili ed i secondi fra i membri del popolo, che combatte a piedi: è comunque raro che l’opposizione sia così limpida e netta e gli storici hanno rinunziato a cercare, negli scontri fra militia e populo, il fronte delle classi che lo storico marxista Gaetano Salvemini (1873-1957) credeva di poter riconoscere nelle lotte di fazione nella Firenze del XIII secolo. Anche se gli storici rimettono oggi in discussione l’esistenza di fazioni che sarebbero stati blocchi socialmente omogenei, rimane comunque confermato che il bipartitismo fazioso contribuisce a sfaldare sempre più profondamente la società urbana del XIII secolo. Tutto questo, al punto da mettere in pericolo la stessa unità della comunità civica: nel 1209-1210, la città di Cremona risulta divisa fra la pars superior, che tiene la città alta e la pars inferior, stabilita nella città bassa. L’istituzione del podestà non basta più ad impedire la discordia di una città, in preda alla esiziale forza dissolvente delle partes.

1230-1280: il tempo del popolo

Ecco dunque che interviene una terza fase nella storia comunale, quella corrispondente all’allargamento al popolo della base sociale dei regimi, ovvero l’apertura politica a tutti quelli che non sono nobili. In questo caso, l’azione imperiale – la seconda, quella di Federico II negli anni 1230-1250 – serve da elemento scatenante della crisi. Quella che, a volte, viene denominata come “vittoria del popolo” corrisponde dunque alla vittoria di un partito su un altro e, per certi aspetti, il Comune non è altro che un sistema instabile di fazioni. Le sue istituzioni, piuttosto che riformarsi, si sovrappongono e, nello stesso modo in cui la funzione di podestà è venuta ad aggiungersi al sistema dei consigli consolari, quella del “capitano del popolo”, compare nel corso degli anni 1250 allo scopo di controbilanciarli. Tuttavia, se i regimi di popolo assomigliano a regimi di partito, la particolarità del popolo è che esso aspira a rappresentare l’insieme della comunità politica. Sotto questo aspetto, il comune “popolare” costituisce un apogeo amministrativo, poiché esso sviluppa al massimo la cultura delle istituzioni che si concretizza, in particolar modo, attraverso uno spettacolare sviluppo dello scritto pragmatico e, conseguentemente,  del notariato. Si è calcolato che nelle grandi città dell’Italia comunale del XIII secolo, un uomo adulto su 20 è un notaio. La figura del notaio, autenticando gli atti, gli conferisce la garanzia della fides publica, portata dalla sua mano e contribuisce allo sviluppo dello scritto pragmatico nei comuni italiani. Ma esso è anche un personaggio chiave del loro sistema di comunicazione: maestro della retorica civica, egli diventa volentieri lo storico della sua città, come nel caso di Rolandino da Padova (Rolandinus patavinus 1200-1276), che, nel 1262, ha effettuato una lettura pubblica della sua cronaca davanti ai professori e gli studenti dell’università, i quali “con la loro autorità l’hanno approvata ed autenticata solennemente”. Dopo i lavori fondamentali di Paolo Cammarosano (1943- ), gli storici sono molto attenti a descrivere il paesaggio documentale dei regimi politici, vale a dire la forma stessa degli archivi che essi producono, Alla fine del XIII secolo, viene abbandonato il mondo solenne dei libri iurium, cartolari comunali, dove si conservava gelosamente il diritto della città (così come un monastero conserva i suoi privilegi), per quello dei registri, dove gli atti vengono classificati, indicizzati e risultano facilmente accessibili. Questa esplosione documentaria accompagna la specializzazione delle magistrature, che rende necessario l’ingrandimento dei palazzi comunali, diventati ormai dei veri centri di “ingegneria amministrativa”. Una volta al potere, il popolo impone una svolta fondamentale alla politica comunale: inizialmente in materia giudiziaria. Se la giustizia podestarile era una pratica di conciliazione, essa, di norma, risultava spesso favorevole ai potenti e si inseriva nella vasta gamma dei modi di regolazione dei conflitti, passando, in particolare, attraverso la vendetta. Ecco, invece, che la giustizia popolare favorisce la procedura inquisitoria, ovvero “l’avvento del penale”, attraverso il quale la giustizia diventa allo stesso tempo pubblica e punitiva. Una stessa esigenza di verità e di trasparenza svolge un ruolo essenziale nella politica delle costruzioni, per la difesa del bene comune. Essa si concretizza attraverso una regolamentazione precisa dello spazio urbano, che attacca con decisione la supremazia “dell’urbanismo del privato” sullo spazio pubblico. Gli statuti urbani cominciano ad identificare questi spazi, liberati dalla stretta dell’approvazione privata (piazze, mercati, sagrati delle grandi chiese, …) e quindi, a partire da questi punti di appoggio, diffondono, a poco a poco, le norme del bene pubblico. Infine, l’arrivo al potere del popolo modifica considerevolmente la politica fiscale, sempre nello stesso ideale di trasparenza e di verità, che, da quel momento, risulta sempre più sistematicamente basato sulla stima dei beni del contribuente, elemento che presuppone, nello stesso tempo, l’ordine urbano e l’inquisizione fiscale (Catasto). Il caso di Bologna risulta, sotto questo punto di vista, esemplare: nel 1228, una rivolta consente al popolo di costituirsi come gruppo di pressione e sette anni più tardi si arriva a redigere il primo estimo della città, che valuta i beni mobili ed immobili; un evento che viene chiaramente designato nella letteratura politica del tempo come una vittoria del popolo. La sua revisione nel 1249 viene seguita, qualche mese più tardi, dalla promulgazione delle prime leggi anti magnati, che tendevano ad escludere dalla vita politica la vecchia nobiltà, identificata anche attraverso l’estimo. Come è stato dimostrato da Giuliano Milani, questo “governo delle liste” costituisce nello stesso tempo l’espressione più alta dell’ideale politico del regime del popolo, ma anche l’elemento detonatore della loro crisi finale. La messa al bando dei nemici politici ed il ricorso alla signoria rappresentano ormai le due sole uscite alla crisi delle società comunali. Ma, in entrambi i casi, essi costituiscono l’irrigidimento sociale dell’ultimo terzo del XIII secolo, che determina il passaggio da una società del conflitto ad una società dell’esclusione.  A Ferrara, Modena, Verona, alcuni Signori si impadroniscono del potere. Certuni si appoggiano sull’istituto del podestà, altri su quello del capitano del popolo. Questi ultimi non tutti sono legati alla militia, anche se molti di essi vengono reclutati fra i ghibellini, alleati dell’imperatore, che avevano possedimenti nel contado. Gli Este a Verona o i Visconti a Milano riescono a consolidare un potere di tipo dinastico e, quindi, la svolta signorile deve essere considerata, sia come una confisca autoritaria del potere e sia come un allargamento delle loro basi territoriali del contado. Ma, in entrambi i casi, questa confisca del potere  poteva inizialmente apparire alla cittadinanza come una soluzione transitoria ed accettabile alla crisi strutturale dei regimi comunali. E’ proprio in questi termini che il nuovo fenomeno viene percepito da una parte significativa del popolo, anche se gli storici hanno, a lungo, rifiutato di prendere in considerazione la potenza di seduzione dei regimi personali che avevano sovvertito i principi repubblicani dei comuni italiani. In definitiva, si trattava più che di un vero cambiamento di regime, piuttosto che di una progressiva trasformazione, più o meno insidiosa,  delle sue istituzioni verso la Signoria. Agli inizi del XIV secolo, Dante Alighieri (1265-1321) scriveva nel Purgatorio:le città d’Italia sono piene di tiranni”. Fallimento del Comune ? Certamente si, specie ove si consideri l’energia politica, sociale e culturale con la quale esso ha tentato di convincere i concittadini, con le parole e con tutti i media allora disponibili (murales, immagini ecc), sulla sua volontà di buon governo. Una volontà che si basava meno su sagge e solide istituzioni e molto più su comportamenti regolati da normative, ovvero molto di più sulla pratica che sui principi. In tal modo, il Comune potrebbe essere, in ogni caso, definito come il tentativo di creare uno spazio di una espressione politica armoniosa e regolata, dove ben parlare e ben vivere si dovevano confondere in una stessa virtù civile. Ma il racconto di un cronista, come il fiorentino Dino Compagni (1246-1324), impegnato nella difesa della causa del popolo minuto, risulta ossessionato dalla paura della malizia, questa deviazione del pubblico parlare, che fa degenerare i discorsi in arringhe demagogiche. E’ in questo senso che si può considerare, ancora oggi, l’avventura dei Comuni italiani come uno dei laboratori della nostra politica moderna. Dopo la rivoluzione francese le nostre repubbliche moderne non disdegnano di rivestirsi delle toghe greco romane. Esiste, tuttavia, un altro filone di discendenza della democrazia moderna, più discreto ed incerto, che una corrente storiografica non ha mai smesso di esplorare. Lo storico del diritto Mario Ascheri (1944- ), nell’invitare recentemente a rivalorizzare “l’esperienza comunale nella storia repubblicana mondiale”, ha voluto manifestare l’intenzione di voler ravvivare un idealismo passato di moda. Ciò é tanto è più vero, proprio per il fatto che molti storici hanno a lungo operato per rendere meno significativo questo aspetto ed a raffreddare gli ardori di quelli che, a partire dal Risorgimento, hanno voluto intravvedere nel Comune la culla delle nostre libertà democratiche. Per concludere questa analisi, si potrebbe parafrasare per i Comuni quello che Jacques Delarun (1052) ha detto sulle comunità monastiche: Essi sono stati “tentativi di democrazia medievale”, dove si sono evidenziate le difficoltà, le contraddizioni e le delusioni. Considerare i Comuni sotto questo punto di vista e non come prodromi gloriosi, costituisce la sola maniera di attribuire loro una capacità di fornire chiavi di interpretazioni per il nostro presente: in definitiva, essi sono stati appena un tentativo di organizzare, in modo organico ed armonico, l’eterno disaccordo che regna in tutte le società.

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Massimo Iacopi

 

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