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GALLIENO - L'IMPERO ROMANO NEL CAOS

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Romanzo di:

Massimo Iacopi


Nel II Secolo l'Impero Romano entra in crisi, ma l’Imperatore Gallieno riesce a durare 15 anni

 

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PUBLIO LICINIO GALLIENO


Personaggi della Storiua Romana

GALLIENO - L'IMPERO ROMANO NEL CAOS

Nel II Secolo l'Impero Romano entra in crisi, ma l’Imperatore Gallieno riesce a durare 15 anni

(Assisi PG, 15/11/2021)

GALLIENO, L'IMPERO ROMANO NEL CAOS

Nel III secolo, sotto la pressione di nemici esterni sempre più minacciosi, saccheggi e guerre civili si moltiplicano senza che l’Impero romano possa rialzare la testa in maniera durevole. Quando, nel 253, Publio Licinio Egnazio Gallieno (218-268) diventa imperatore insieme suo padre Publio Licinio Valeriano, il senato riprende speranza, ma per poco tempo.

Nel II secolo, l’età d’oro dell’Impero romano all’apice del suo splendore, si conclude con diverse note allarmanti. La guerra condotta da Marco Aurelio (121-138-180) contro i Quadi ed i Marcomanni sul Danubio, quindi alle porte d’Italia sono state di un intensità senza precedenti. La crisi di successione che si verifica dopo l’assassinio di suo figlio Marco Aurelio Commodo (161-180-192), il 31 dicembre del 192, provoca una guerra civile generale e sanguinosa, che si prolunga, ad intermittenza, per un periodo di quattro anni. Il principato di Settimio Severo (146-192-211) e dei suoi successori segna tuttavia, fino al 235, il ritorno ad una certa stabilità, Le inquietudini provengono a questa epoca da nemici sempre più numerosi ed agguerriti, sia sul Reno, il Danubio, sia in Oriente. Per la prima volta, Roma transige: l‘imperatore Macrino (165-217-218) si decide ad comprare vergognosamente la pace con i Parti. In seguito, la dinastia persiana dei Sassanidi assume il potere in Iran nel 224, a spese degli Arsacidi e conduce, nei confronti di Roma una politica molto più aggressiva rispetto ai Parti. Lo Stato e l’Esercito risultano ancora abbastanza solidi. Settimio Severo aggiunge la provincia della Mesopotamia all’Impero, fatto che non era più successo dal tempo di Marco Ulpio Nerva Trajano (53-98-117), un secolo prima. Nel 235 il corso degli avvenimenti assume un’altra dimensione dopo l’assassinio di Alessandro Severo Augusto (208-222-235) in un campo dell’esercito del Reno e l’assunzione di potere da parte di Massimino il Trace (173-235-238): “Dopo i tempi dei Severi, l’Impero cade in una grave crisi militare. Essa si caratterizza attraverso attacchi da attacchi sempre più frequenti, contemporaneamente su due fronti. Questi comportano sconfitte, spesso terribili, che sono accompagnate da colpi di stato, da usurpazioni, come vencgono chiamate spesso a torto” (1). Fra questi disastri ce ne è uno più significativo degli altri. L’imperatore Quinto Trajano Decio (201-249-251) (2), lanciato all’inseguimento dei Goti di Cniva (ante 249- post 253), che hanno devastato la Pannnonia, la Mesia e la Tracia, trova la morte in combattimento nel giugno del 251 nel corso della battaglia di Abrittus. Dai tempi di Augusto e dei Principato, questa è la prima volta che un imperatore viene sconfitto ed ucciso nel corso di una battaglia combattuta contro i Barbari. Ormai l’imperator (3) non risulta sempre vittorioso ed imbattibile, da cui deriva la tentazione dell’esercito di sostituirlo rapidamente, organizzando un assassinio o scatenando una guerra civile.

L’imperatore Valeriano affronta Shapur I, il Re dei Re

Vibio Treboniano Gallo (206-251-253) e Marcus Emilianus (Emiliano 207-253) succedono a Decio. Tutti e due vengono proclamati imperatori dall’esercito e quindi assassinati dai loro soldati. Il primo resta al potere due anni, il secondo appena tre mesi, mentre i Goti ed i Persiani continuano ad esercitare una forte pressione sulle frontiere dell’Impero. Publio Licinio Valeriano (200-253-260), generale che Treboniano ha incaricato di riunire le truppe sul corso superiore del Danubio, marcia sull’Italia all’annuncio dell’assassinio dell’imperatore, per affrontare l’esercito di Emiliano. I soldati dell’effimero successore di Treboniano eliminano finalmente il loro capo nei pressi di Spoleto, prima dello scatenarsi di una battaglia fratricida. Valeriano è ormai il padrone del gioco. Egli è nato sotto Settimio Severo, intorno al 195 ed appartiene alla illustre famiglia Licinia, originaria dell’Etruria. Valeriano è stato già console suffectus nel 238, quindi ha ricoperto diverse funzioni militari di primo piano. Dopo la morte di Emiliano, il Senato accetta senza riserve l’elevazione di Valeriano alla dignità imperiale. Dal suo arrivo a Roma, nell’ottobre del 253, il Senato valida ugualmente la nomina di Publio Licinio Egnazio Gallieno (218-253-268), il figlio maggiore di Valeriano, come co-imperatore (4). Valeriano si fissa come priorità quella di ristabilire la situazione militare in Oriente, mentre Gallieno viene incaricato della difesa dell’Occidente. L’Impero risulta indebolito, poiché subisce ancora le conseguenze di una epidemia di peste che colpisce le province sul Danubio e la stessa Italia dall’anno 251. Ciò nonostante, Valeriano parte per la Siria ed arriva ad Antiochia nel 254. La grande città, conquistata e poi abbandonata dai Sassanidi, era stata saccheggiata in occasione dell’invasione condotta da Shapur I di Ardashir (re dal 241 al 270) l’anno precedente. La grande vittoria del Re dei Re sull’esercito romano a Barbalissos gli aveva consentito di conquistare anche l’Armenia e la provincia della Mesopotamia. Nel 254, Valeriano organizza a partire da Antiochia, la riconquista della località strategica di Dura Europos, sul fiume Eufrate, di cui si impadronisce senza grandi sforzi. Ma nel 256 i Persiani assediano nuovamente Dura Europos con successo. Questa volta i Romani perdono definitivamente questo punto d’appoggio essenziale sulla loro frontiera orientale. Il dettaglio delle operazioni condotte da Valeriano contro i Persiani risulta poco conosciuto, Una vittoria importante viene attestata nell’anno 257 dal conio di una moneta che la commemora. A partire dal 258, Valeriano si lancia nella preparazione di una campagna di grande spessore. Egli fa arrivare ad Antiochia rinforzi dalla Numidia e dalle guarnigioni dell’Occidente: dalla Hispania e dalle frontiere del Reno e del Danubio. La grande offensiva viene pianificata per l’anno 259. Iniziate le operazioni, Valeriano invade con successo la Mesopotamia. Nell’anno 260, probabilmente nel mese di giugno, egli cerca di liberare dall’assedio la città di Edessa, ma viene battuto con il suo esercito dai Persiani di Shapur 1°, fra Carre ed Edessa, venendo fatto prigioniero nel corso della battaglia. L’umiliazione, questa volta risulta ancora maggiore, rispetto alla morte di Decio contro i Goti. Le versione sulla sua cattura e sulla sua morte divergono alquanto. Per Aureliano Vittore (Sesto Aurelio Vittore 320-389, autore di Epitome de Caesaribus), l’imperatore viene scorticato ed ucciso poco dopo la sua sconfitta. Per Paolo Orosio (375-420; autore della Historiarum adversos paganos libri septem o Storie contro i pagani) e lo storico bizantino Zosimo (fine V - inizio VI secolo; autore della Storia Nuova) (5). Valeriano viene fatto prigioniero con una azione di sorpresa durante una scaramuccia e quindi esibito in Persia. Shapur avrebbe anche costretto Valeriano, diventato schiavo, ad accovacciarsi per fare da sgabello, nel montare a cavallo. L’Historia Augusta (6) rimprovera a Gallieno di non aver fatto nessuno sforzo per liberare suo padre e comunque il minimo  necessario per recuperare il suo corpo. Solo alcuni sovrani stranieri, alleati di Roma, come Settimio Odenato di Palmira (220-267), avrebbero tentato di soccorrere Valeriano: “I Bactriani, gli Iberi, gli Albanesi ed i Taurosciti non hanno ricevuto nessuna lettera da Shapur, ma essi hanno scritto ai generali romani, promettendo loro aiuto per liberare Valeriano dalla sua prigionia” (7) Imperatore popolare presso il Senato, perché discendente da una famiglia illustre ed eminente, Valeriano non lascerà un segno indelebile nella storia, poiché le sue azioni sono state, in fin dei conti, poco più che mediocri. Il suo regno si conclude con un disastro senza precedenti, che gli autori cristiani attribuiranno, a posteriori, alla sua politica di persecuzione attiva dei loro correligionari. Conviene in questa sede ricordare anche la sorte di Valeriano il Giovane, secondo figlio di Valeriano, nato nell’anno 240 da una madre diversa da quella di Gallieno. Nonostante la sua giovane età, egli viene nominato Cesare e quindi forse Augusto da parte di suo padre. L’Historia Augusta ci dice semplicemente che è stato “penosamente ucciso”, probabilmente nel 258, senza precisare da parte di chi e che la sua tomba si trova a Milano (8).

Gallieno di fronte al caos

Prima della disfatta di Valeriano, l’Impero aveva beneficiato di circa 7 anni di relativa calma, per quanto attiene a tentativi di colpi di stato e per il fatto che le minacce dei Barbari si erano manifestate solo su un solo fronte. Nel momento in cui Valeriano si insedia ad Antiochia, i Borani, quindi i Goti conducono alcune incursioni contro il Ponto Eusino e saccheggiano, nel 256, città abbastanza importanti come Nicomedia, Nicea, Apamea o Prusia. Ad ovest, gli Alamanni penetrano nella Gallia nell’anno 254. Essi si dirigono in seguito verso la Rezia, che viene sottoposta agli stessi saccheggi. I Marcomanni ed i Goti minacciano Tessalonica (Salonicco). Infine, gli attacchi dei Franchi sul fiume Reno inferiore vengono menzionati per la prima volta. Gli Alamanni come i Franchi non sono popoli nuovi arrivati nelle regioni di frontiera dell’Impero, si tratta, piuttosto, di una nuova confederazione di popoli già insediati sul luogo. Gallieno li respinge nel 256, nel corso di operazioni che costituiscono la sua prima grande campagna personale. I suoi successi sono senza dubbio limitati, in quanto i Franchi fanno la loro ricomparsa nell’anno 257. Valeriano e Gallieno si attribuiscono, nondimeno, il titolo di “Vincitore dei Germani” (Germanicus) nel 255, poi quello di “Grandissimo vincitore dei Germania” (Germanicus Maximus) l’anno seguente, ed infine nuovamente “Grandissimo vincitore dei Germania” per la terza volta nell’anno 257. Secondo lo storico Yann Le Bohec (1943- ), “non bisogna fidarsi delle sirene della propaganda e Roma, contrariamente a quello che è stato scritto, (Gallieno) non ha riportato buoni successi, in quanto queste vittorie, rimarranno senza un domani”. La crisi militare si aggrava a partire dall’anno 258. Le offensive dei nemici di Roma iniziano a manifestarsi su più fronti contemporaneamente e riprendono anche i tentativi di colpo di stato. Una nuova incursione di grande ampiezza dei Franchi li porta fino a Tarragona in Spagna. Alcuni di essi, si dice, avrebbero persino attraversato le Colonne di Ercole per passare nella Mauritania tingitana, evento che la maggior parte degli storici moderni considerano una pura affabulazione. Gli Alamanni, sotto la guida del loro re Chroesus, devastano l’Alvernia nell’anno 259 e vengono arrestati solamente davanti ad Arles. Mentre la guerra in Oriente raggiunge il suo apice, i Quadi ed i Sarmati ne approfittano per saccheggiare la Pannonia. Altra novità, i Barbari riescono a penetrare nel cuore dell’Impero. Gli Iutungi, prima e gli Alamanni, dopo, penetrano nell’Italia del Nord nel 259 e nel 260. Essi vengono vinti davanti a Milano da Marcus Simplicianus Genialis, un generale di Gallieno. A questa data risale anche l’abbandono parziale dei Campi Decumati in Germania, zona compresa fra le sorgenti del Reno e quelle del Danubio, come anche del territorio della Dacia. Senza rinunciare ufficialmente a questi territori, Roma ne perde largamente il controllo effettivo. Il caos, a questo punto, diventa generale ed anche il Mar Nero non riesce più ad arrestare i Barbari. I Goti lo attraversano e saccheggiano nuovamente l’Asia minore nell’anno 258. L’anno seguente tocca ai Borani, che attaccano e conquistano la città di Trebisonda, mal difesa dai Romani. Nel 259 e 260, i Goti attaccano prima la Grecia e quindi nuovamente l’Asia. Durante tutto questo periodo, Gallieno si sforza di difendere le frontiere del Reno e del Danubio. Sembra che egli abbia ugualmente combattuto in Dacia, in quanto si farà attribuire (fatto che ancora una volta non dimostra nulla sulla realtà dei suoi successi), il titolo di “Grandissimo vincitore dei Daci” (Dacicus Maximus).

Una valanga di colpi di stato

La cattura di Valeriano viene conosciuta a Roma nell’autunno del 260. La posizione di Gallieno viene a trovarsi immediatamente indebolita e numerosi sono quelli che sognano di potergli sottrarre la porpora imperiale. Tanto Valeriano sembra essere stato ammirato, fino a quando la sua sconfitta non arriva a rovinare la sua immagine ed il suo prestigio, tanto Gallieno viene presentato dalle fonti in maniera globalmente negativa. Egli è certamente un imperatore prostrato dall’ampiezza dei suoi compiti e che è costretto a passare il suo tempo a riempire le brecce create dai Barbari sulle frontiere, dal delta del Reno a quello del Danubio. Ma egli viene visto anche come un dilettante al quale vengono rimproverati i suoi costumi: “Gallieno è stato perdutamente innamorato di donna denominata Pipara, una principessa barbara … … Gallieno ed i suoi si sono sempre tinti i capelli da biondo”. La Historia Augusta è nei suoi riguardi particolarmente ostile, rimproverandogli, in particolar modo, di disinteressarsi delle province già militarmente perdute. Risulta difficile sbrogliare la realtà del suo carattere, se non attraverso la valutazione dei risultati delle sue campagne e della sua politica. Risulta evidente la constatazione che i suoi successi duraturi non sono stati numerosi, eccetto forse per contrastare i tentativi di colpo di stato. A partire dal -260 e fino alla morte di Gallieno, ci sarà come minimo almeno un tentativo di colpo di stato all’anno, con gli anni peggiori nel 260 e 261, che registrano multipli tentativi di candidati al trono imperiale, provenienti da tutte le regioni in cui le legioni sono acquartierate (Reno, Danubio, Oriente ed Africa). In totale. Gallieno dovrà fronteggiare, fra il 260 ed il 268, gli assalti di ben 16 usurpatori. Il primo a dichiararsi è stato Ingenuus, il governatore della Pannonia e della Mesia (9). Gallieno invia contro di lui Manius Acilius Aureolus (220-268), che comanda le legioni di stanza a Mursa (attuale città di Osijek sulla Drava). Aureolus mette in fuga ai partigiani di Ingenuus, che viene assassinato nel 260, da suoi stessi soldati, in cerca di riscatto. Un altro tentativo di colpo di stato germina ben presto nella regione del Danubio. Si tratta dell’azione di Regaliano, governatore dell’Illiria (chiamato anche col nome di Trebelliano nel Breviarium ab urbe condita di Flavio Eutropio, morto nel 387), che verrà anch’egli sconfitto dalle truppe fedeli a Gallieno. Alla fine dell’anno 260 scoppia una rivolta molto più pericolosa nelle province d’Oriente. Macriano (Fulvius Junius Macrianus) e suo fratello Quietus vengono proclamati co-imperatori dalle legioni di Siria, piuttosto da quelle che erano rimaste dopo la sconfitta di Valeriano. I due nuovi imperatori si insediano ad Antiochia, ottenendo l’adesione dell’Egitto e delle province dell’Asia minore. Macriano marcia verso l’Occidente alla testa di un esercito, sperando di battere Gallieno, ma viene sconfitto dal generale Aureolus, rimasto al fianco di Gallieno. Quietus, rimasto in Siria viene assassinato nella città di Emese, da sicari di Settimio Odenato di Palmira, che avevano agito su istigazione di Gallieno. Altri tentativi di minore ampiezza scoppiano un po’ dappertutto nell’Impero. In ogni caso, Gallieno riesce nondimeno a conservare il controllo dell’esercito del Danubio, la parte più potente e la più importante per garantire la sicurezza dell’Italia e di Roma.

Marco Cassiano Postumo ed Settimio Odenato, prendono le distanze

Durante questo periodo gli Alamanni ed i Franchi fanno pesare nuove minacce sulla Gallia. Marcus Cassianus Postumus (morto nel 269), governatore della Germania inferiore, per reazione, sentendosi abbandonato dall’imperatore, si ingaggia, nel 260, nella via della secessione, organizzando un ”impero Gallico”. Segno dell’effetto positivo della sua azione sulla sicurezza della regione, Postumo riceve, a partire dal 261, l’adesione delle province di Spagna e di Bretagna, rendendolo, di fatto, il padrone dell’Occidente romano, con Treviri per capitale. Postumo riesce ugualmente, ma solo per poco tempo, a rendersi padrone della Rezia. Il successo del nuovo usurpatore è di breve durata, in quanto Gallieno riconquista questa provincia dal 263. Per contro, sarà solo nel 265 che egli cercherà di organizzare una operazione di ampio respiro per riassumere il controllo della totalità dell’impero “gallico”. Gallieno conduce la sua spedizione contro Postumo, con l’aiuto di Aureolus, il suo comandante della cavalleria, ottenendo qualche successo iniziale, ma, ferito alla schiena nel corso di un assedio, l’imperatore si vede costretto a rinunciare prematuramente a proseguire l’offensiva. Gallieno ritorna in Italia e Postumo potrà, in tale contesto, continuare ad approfittare della sua autonomia fino alla sua morte, avvenuta nel giugno del 269. L’aspetto originale dell’impero “gallico” risiede nella volontà di Postumo di non richiedere apertamente il titolo di imperatore romano, preferendo contentarsi di difendere l’autonomia delle sue province, senza tuttavia, dar prova di connivenza o collaborazione attiva con l’imperatore Gallieno. Per Postumo, in ogni caso, non si trattava di rinunciare alla romanità, anzi, al contrario: l’impero “gallico” nasce per meglio difenderla di fronte alle incursioni dei Franchi e degli Alamanni. In Oriente, Settimio Odenato di Palmira (220-267), formalmente alleato di Gallieno, gioca sullo stesso registro ed ottiene preziosi successi su Shapur I e su diversi usurpatori romani. Nel 260, quando i Sassanidi pensano di riprendere Antiochia, Odenato si unisce al generale romano Ballista o Calistus (morto nel 261) per respingerli. L’alleanza delle legioni romane e di Palmira funziona a meraviglia. Nel 266, Odenato, mentre controlla in maniera quasi autonoma le province orientali dell’Impero romano fino in Cilicia, effettua il suo più importante fatto d’armi. Egli invade la Mesopotamia e si impadronisce della capitale avversaria Ctesifonte, impresa che solo l’imperatore Trajano aveva ottenuto prima di lui. Odenato viene assassinato al suo ritorno a Palmira, probabilmente su istigazione di Gallieno, preoccupato per la sua crescente potenza.

Le riforme di Gallieno

All’epoca di Gallieno, l’esercito romano risulta già troppo indebolito dalle inopportune iniziative degli imperatori e degli usurpatori. La disciplina e la lealtà dell’esercito risultano in parte sviate e svalutate dagli effetti dei ripetuti tentativi di colpi di Stato e di guerre civili. Il periodo si caratterizza per la “demilitarizzazione” degli Italiani, che abbandonano il mestiere del soldato agli abitanti delle province di frontiera o agli stranieri. Il reclutamento dei legionari si avvicina sempre di più ad un sistema di tipo ereditario. La selezione delle reclute, che era stata la forza della legione, viene sempre meno praticata, dovuta al fatto dell’inedita ampiezza delle esigenze di reclutamento. I figli succedono spesso ai loro padri nelle legioni, sempre più legate alla loro provincia di acquartieramento. I soldati sono ormai in prevalenza Bretoni, Galli o Illirici in Occidente, Galati, Isauriani o Armeni in Oriente. Il popolo ed il Senato di Roma considerano i soldati come dei rozzi e si riconoscono sempre di meno nel loro esercito. La decisione di Marco Aurelio Severo Caracalla (188-217), nell’anno 212, di accordare la cittadinanza romana a tutta la popolazione non servile dell’Impero, comporta una conseguenza meccanica: essa cancella ogni differenza fra le vecchie unità composte da cittadini – le legioni – e le unità ausiliarie che reclutavano fra i cittadini non romani. A poco a poco, i legionari e gli ausiliari verranno equipaggiati allo stesso modo. Gli scudi rettangolari vengono sostituiti con scudi rotondi più leggeri. Il cambiamento principali deriva dalla sostituzione del pilum pesante con semplici lance. La daga corta (gladius), lascia lo spazio alla Spatha, una spada lunga, impiegata, fino al quel momento, dagli ausiliari. In questo contesto, la crescita dei pericoli esterni e l’ampiezza delle minacce alle frontiere portano gli imperatori del III secolo, quando ne hanno il tempo, ad iniziare riforme che consentano di rispondere alle sfide lanciate dai nuovi nemici dell’Impero. Gallieno non sfugge alla regola e tenta anche lui di migliorare l’apparato militare a sua disposizione. Si possono distinguere i provvedimenti concreti, spesso simbolici, come l’autorizzazione data ai soldati di sfilare vestiti di bianco (albata decursio), provvedimento demagogico per adulare l’onore dei legionari, ma anche riforme che derivano più da un mito, come il cambiamento di tattica generale, abbandonando una “difesa statica” lungo le frontiere a favore di una difesa in profondità, basata su un “esercito mobile”. Una cosa è certa: Gallieno è all’origine dell’aumento degli effettivi della Cavalleria. In ogni legione, il numero dei cavalieri viene moltiplicato per più di 6 passando da 120 a 726. Vengono ugualmente reclutate nuove unità per rispondere alle cambiate esigenze tattiche ed alla necessità di disporre di un numero sufficiente di cavalieri. Per far fronte alla temibile cavalleria dei Sassanidi, erano state reclutate nelle province orientali unità catafratte (cavalieri pesanti), già dalla fine del regno di Alessandro Severo (Marcus Bassianus Alexianus 208 circa-235), che era stato il primo ad affrontarli. Queste unità vengono in seguito trasferite in Occidente per combattere i Germani. Il suo successore Massimino il Trace (173-235-238) disporrà anche il reclutamento di arcieri a cavallo provenienti dall’Osroene. L’impiego dei catafratti e degli arcieri a cavallo, a somiglianza dei Persiani, rappresenterà una costante che non smetterà più di svilupparsi per tutto il III secolo. Gallieno recluta più specificamente cavalieri mauri e dalmati, che provengono da regioni ancora sotto il suo controllo. Nel corso del suo regno, l’anno 260 segna ancora una volta un momento di svolta. Per fronteggiare gli Alamanni, l’imperatore ricorre a numerosi distaccamenti di catafratti venuti dall’Oriente. Il pragmatismo romano si mette ancora una volta in evidenza.: le unità create specificamente per fronteggiare i Persiani, in Siria, vengono molto spesso utilizzate per combattere e vincere i Germani. Un altro fatto accertato viene attribuito a Gallieno da molti storici. Il figlio di Valeriano avrebbe concentrato a Milano un esercito “mobile”, destinato allo scopo di essere rapidamente impiegato nelle regioni sensibili dell’Impero. Lo storico dell’Africa romana Yann Le Bohec (1943- ) ha dimostrato, nei suoi lavori, la errata interpretazione di questa decisione. Se Gallieno concentra una grande parte delle sue truppe a Milano, ciò è dovuto al fatto che gli Alamanni e gli Iutingi sono penetrati così profondamente nel mondo romano da arrivare a minacciare l’Italia del Nord. L’esercito di Gallieno a Milano non è, dunque, una vera e propria riserva mobile, ma piuttosto un esercito riunito nel luogo più idoneo per far fronte ad una possibile minaccia barbara diretta ed immediata contro l’Italia. In tale contesto, Gallieno trasforma Milano in una capitale dell’impero, una capitale, però, che non ne portava il nome, lasciando peraltro a Roma un ruolo sempre più onorifico. Un altro provvedimento importante nell’ambito dell’esercito, che risale a Gallieno, è l’istituzione del primo esercito di riservisti, denominato Comitatus, composto da veterani. Per poterli pagare egli farà coniare nuove monete, anche allo scopo di sostituire quelle in corso svalutate.

Gallieno in un vicolo cieco

Mano a mano che il tempo passa e che i colpi di stato falliscono, gli uni dopo gli altri, Gallieno rimane sempre più isolato e privato di mezzi per agire efficacemente contro i nemici di Roma. La Gallia e l’Oriente sono certamente preservati dagli invasori esterni, grazie alle azioni di Postumus e di Odenato, ma le relazioni con la Gallia e Palmira diventano, col passare del tempo, molto  tese e Galliano, come visto in precedenza, è all’origine dell’eliminazione di Odenato. Per quanto riguarda Postumo, egli fa uccidere dopo il 260, Cornelio Salonino, il figlio cadetto di Gallieno, che egli aveva tolto nella città di Colonia. Gallieno assume, nondimeno, alcune decisioni, che contribuiscono a dare un poco di smalto al suo principato. Egli mette fine alle persecuzioni contro i Cristiani, che approfittano largamente di un periodo che verrà denominato “piccola pace della Chiesa”. Altra fonte di rinomanza, la corte dell’imperatrice Cornelia Salonina (morta nel 268), un ambiente brillante, dove si ritrovano i grandi spiriti dell’epoca, specialmente il filosofo Plotino (203-270) ed il suo allievo Porfirio (233-305), che è all’origine del neo platonismo, corrente che marcherà della sua influenza il III secolo e quelli seguenti. Ma, purtroppo, il peggio è ancora da venire. I Goti, che hanno già effettuato numerose incursioni nei Balcani ed in Asia minore, fanno nuovamente parlare di loro. Essi risultano, a tale data, i più virulenti e più pericolosi nemici di Roma. Nel 268 essi lanciano un’incursione che diventerà particolarmente celebre, in quanto sbocca, come un simbolo della decadenza ambientale, sul saccheggio delle più famose città dell’Antichità classica: Atene, Corinto, Argos e Sparta. Un frammento dello storico antico Dexippe (10) o Publio Erennio Dessippo (210-273) ci riporta un tentativo di resistenza dei Romani senza successo nella Stretta delle Termopili … La storia si ripete, ma i Goti non verranno fermati dove gli Spartani avevano compiuto il loro sacrificio. Gallieno prende nuovamente la testa dell’esercito per andare ad affrontare i Goti, nel frattempo, proseguono le loro devastazioni fino a Creta e Cipro. Egli riporta sui goti una bella vittoria a Naissus (odierna Nis in Serbia), peraltro non decisiva, ma questi ultimi saranno comunque momentaneamente costretti ad ritirarsi. Mentre Gallieno marcia verso la Grecia, il suo più fedele generale Manius Acilius Aureolus, di guarnigione a Milano, fa defezione e si dichiara in favore di Postumo, autoproclamandosi persino imperatore: l’epoca è così agitata tanto da tollerare tale tipo di paradossi. Dopo la sua vittoria sui Goti, Gallieno rientra in Italia, lasciando ai suoi luogotenenti il compito di inseguire i Goti. Egli batte Aureolus nella località oggi conosciuta con il nome di Pontirolo (Pons Aureoli, ponte di Aureolo, in provincia di Bergamo), quindi lo assedia a Milano. Gallieno, a quel punto, diventa vittima di una cospirazione e viene assassinato da un gruppo dei suoi ufficiali, mentre cavalca senza scorta, ingannato da una falsa notizia sull’attacco imminente del suo avversario. Egli lascia l’Impero, nonostante 15 anni di incessanti campagne, in una situazione drammatica. Sarà uno dei suoi brillanti generali, rimastigli fedeli, Flavio Valerio Claudio II il Gotico (214-270) che diventerà imperatore con il sostegno dell’esercito e del Senato e che riuscirà finalmente ad eliminare Aureolus.

Un regno senza smalto ?

I quindici anni del regno di Gallieno, co-imperatore con Valeriano e quindi da solo, sono relativamente atipici all’interno dei 50 anni della lunga crisi del III secolo (235-285). Gallieno riesce a mantenersi al potere molto più a lungo degli altri imperatori dello stesso periodo, per i quali arrivare a due anni di regno era già stato un record … Tutto questo è da imputare alla sua prudenza nella gestione delle tensioni all’interno dell’Impero, rinunciando, ad esempio, a contestare l’autonomia acquisita da Odenato o da Postumo. Gallieno ha potuto anche contare sul sostegno di buoni generali che gli sono rimasti fedeli, come Aureolus e Claudio il Gotico. Le scelte operate da Gallieno per conservare la porpora, pur continuando a lottare contro i nemici esterni, prefigurano, per certi aspetti, le disposizioni che saranno adottate da Diocleziano (244-323) con la Tetrarchia, una suddivisione di compiti e di fronti fra più co-imperatori. Gallieno e Valeriano si erano inizialmente ripartiti, in tal modo, i loro compiti. Dopo la scomparsa di Valeriano, Gallieno si incarica, principalmente del fronte del Danubio e delle incursioni barbare in Italia, lasciando de facto il fronte del Reno a Postumo e quello della Siria ad Odenato. Tuttavia, il bilancio del regno di Gallieno risulta complessivamente poco brillante, perché non si può veramente parlare di organizzazione voluta da lui, ma, piuttosto, di una organizzazione subita: Gallieno tollera Postumo ed Odenato, perché non dispone di soluzioni alternative, né dei mezzi per fare diversamente. Quanto ai risultati, i quindici anni del suo regno corrispondono ad un deterioramento globale della situazione dell’Impero romano, che comincia ad abituarsi, tanto alle sconfitte militari, tanto alle epidemie. I titoli onorifici accumulati da Gallieno non testimoniano, di fatto, un vero recupero della potenza imperiale, ma piuttosto il contrario: la ricerca dei simboli in mancanza di vittorie decisive. Alla stessa maniera, le poche riforme intraprese da Gallieno nell’organizzazione dell’esercito rimangono aneddotiche e non posseggono il respiro e l’ampiezza di quelle che verranno intraprese più tardi da Diocleziano e da Constantino (272-337). Resta comunque il fatto che l’Impero sotto Gallieno vive un periodo meno tumultuoso, nel quale recupera in parte le sue forze. L’Historia Augusta, quando racconta la vita di Gallieno, si conclude con oscure annotazioni: “Sugli anni di regno di Gallieno e Valeriano, citiamo informazioni così poco sicure, che come è certo che essi hanno regnato 15 anni e che Valeriano è stato fatto prigioniero nel sesto anno, gli uni scrivono che Gallieno ha regnato 9 anni e gli altri appena dieci anni, sebbene sia accertato che egli abbia celebrato a Roma le sue feste del decennale e che dopo i decennali egli abbia sconfitto i Goti, concluso la pace con Odenato, stipulato un accordo con Aureolus, combattuto Postumo e Lollianus (Ulpio Cornelio Leliano), (11) compiuto, inoltre, numerose azioni che contribuiscono alla sua gloria e più ancora, tuttavia, alla sua vergogna. In effetti, si racconta che tutte le notti egli le trascorreva nelle taverne e che egli trascorreva la sua vita con lenoni, mimi e buffoni”. Senza che possa essere facile distinguere il vero dal falso, la personalità di Gallieno viene sistematicamente presentata con numerose analogie con quella di Nerone (37-68). I ritratti di Valeriano o del suo successore Claudio II il Gotico risultano, per contrasto, di una tonalità più elogiatrice, in quanto il loro accesso all’Impero è avvenuto con l’appoggio del Senato, mentre Gallieno non ha fatto altro che approfittare della posizione di suo padre per soddisfare le sue voglie di potere personale. Spese suntuarie, lusso sfrenato, assenza di sentimenti filiali, Gallieno è, senza soste, svantaggiosamente paragonato con i “buoni” imperatore come Alessandro Severo e Claudio II. Gallieno è l’imperatore di un’epoca caotica e senza grandi vittorie che non dispone più di Tacito e di Tito Livio per giudicare con una certa obiettività sul racconto degli avvenimenti. Tuttavia, se l’Historia Augusta ci fornisce senza dubbio una immagine caricaturale e certamente non adeguata alla vera personalità ed ai successi dell’imperatore Gallieno, essa trova, comunque, la parole giuste per caratterizzare questi anni di crisi: “L’autorità vacillante del Principe lascia lo Stato in abbandono. Le truppe vaneggiano ed i capi si lamentano. Il cuore dell’Impero muore”.

NOTE

(1) Yann Le Bohec, “L’esercito romano nella tormenta”;

(2) Gaius Messius Quintus Trajanus Decius, imperatore dal 249, di origine illirica era stato senatore e generale e successore di Filippo l’Arabo. Decio è stato proclamato imperatore dalle legioni dell’esercito del Danubio Oltre alla sua sconfitta ed alla sua morte di fronte ai Goti, egli lascia ai posteri l’immagine di un imperatore che ha condotto una politica molto conservatrice e particolarmente ostile ai Cristiani;

(3) L’imperatore, imperator in permanenza sotto il Principato, Risulta scelto e voluto dagli dei, egli è ritenuto il personaggio che garantisce la vittoria ai Romani, sia esso presente o assente sul campo di battaglia. “Se le legioni risultavano vinte, questo avveniva perché l’imperatore intermediario fra gli uomini e gli dei, aveva perduto il loro favore: occorreva dunque sostituirlo”, puntualizza Yann le Bohec;

(4) La titolatura completa di Valeriano era Imperator Caesar Publius Licinius Valerianus Pius Felix Invictus Augustus e quella di Gallieno: Imperator Caesar Publius Licinius Egnatius Gallienus Pius Felix Invictus Augustus;

(5) Orosio, Paolo. “Le storie contro i pagani”, 2 voll. (a cura di Adolf Lippold). Mondadori, Milano, 1976 (rist. 2001) ed in Zosimo, “Histoire Nouvelle”, (a cura di F. Paschoud), Les Belles Lettres, Parigi, 1971;

(6) l’Historia Augusta è una raccolta, del IV secolo, di biografie di imperatori romani, da Adriano a Numeriano. Opera di diversi autori, redatta all’epoca di Diocleziano e di Constantino, la raccolta, prolunga la Vita dei dodici Cesari di Svetonio, ma senza averne lo stesso valore letterario e storico;

(7) Historia Augusta: “I due Valeriani”;

(8) Altre fonti, come il “Riassunto dei Cesari” di autore anonimo, individuano in Valeriano il Giovane come il figlio maggiore di Gallieno e di sua moglie Salonina (Cornelia Salonina);

(9) Incluso nei trenta tiranni della Historia Augusta, che cita complessivamente i seguenti personaggi: Ciriade, Postumo, Postumo iunior, Lolliano, Vittorino, Vittorino iunior, Mario, Ingenuo, Regaliano, Aureolo, Macriano, Macriano iunior, Quieto, Odenato, Erode, Meonio, Ballista (o Calistus), Valente, Valente senior, Pisone, Emiliano, Saturnino, Tetrico, Tetrico iunior, Trebelliano (Forse Regaliano, Erenniano, Timolao, Celso, Zenobia, Vittoria (o Vitruvia), Tito e Censorino;

(10) Fozio di Constantinopoli (810-891) menziona tre lavori storici di Publio Erennio Dessippo, dei quali rimangono frammenti considerevoli. Inizialmente, una epitome di un lavoro di Flavio Arriano di Nicomedia (95-175), intitolata Storia dei Diadochi, seguita da una Cronaca, che copriva dalle origini fino al 269/270 (questo lavoro venne proseguito, fino all’anno 404, da Eunapio 347-414). Più monografica e legata alle vicende dell'autore era l'opera Skythikà, in almeno 3 libri, riguardo alle invasioni germaniche del 238-270, dalla quale proviene, tra l'altro un'ampia lettera dell'imperatore Decio, esemplificativa dello stile retorico e ampliato tipico della storiografia classica adottato da Dessippo. Fozio, sempre nello stesso codice, parla molto bene dello stile di Dessippo, che pone allo stesso livello di Tucidide;

(11) Leliano, usurpatore di Postumo nell’Impero “Gallico”, morto nel 269, si autoproclamò imperatore a Magonza nel febbraio/marzo 268. Sebbene la sua esatta funzione non sia nota, si ritiene che fosse un alto ufficiale sotto Postumo, o il legatus Augusti pro praetore della Germania superiore o il comandante della Legio XXII Primigenia di stanza a Mogontiacum. Leliano rappresentò un grave pericolo per Postumo, in quanto comandava due legioni, la XXII Primigenia, di stanza a Mogontiacum (Magonza), e la VIII Augusta, acquartierata ad Argentorate (Strasburgo): malgrado ciò, la sua ribellione durò solo due mesi, poi fu decapitato, dai suoi stessi soldati o forse dai soldati di Postumo, che avevano messo sotto assedio la capitale. L'assedio di Magonza fu comunque letale anche per Postumo, il quale fu ucciso dai propri soldati, per essersi rifiutato di permettere loro di saccheggiare la città conquistata.


Massimo Iacopi

 

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