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ESAME CRITICO DEI FATTI CHE HANNO UMILATO LA FRANCIA NEL SAHEL

      

   

Foreign Affairs

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


La comprensione delle decisioni governative nell’ottica della ragion di Stato.

 

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STEPHEN SMITH


I fallimenti per inerzia, le menzogne deliberate, la disinformazione

ESAME CRITICO DEI FATTI CHE HANNO UMILATO LA FRANCIA NEL SAHEL

La comprensione delle decisioni governative nell’ottica della ragion di Stato.

(Assisi PG, 28/12/2022)

L'UMILIAZIONE DELLA FRANCIA NEL SAHEL

Il bilancio delle Operazioni “Serval” e “Barkhane” e del successivo tentativo di coinvolgere gli Stati africani (G5 Sahel) nella gestione della loro sicurezza ha conseguito risultati dalle forti tinte in chiaroscuro. Le operazioni militari, nel loro insieme, possono essere sostanzialmente considerate positive, a parte il G5 Sahel che non esiste più, mentre la parte politica, che avrebbe dovuto necessariamente accompagnare e sostituire la fase militare delle operazioni sul terreno, é stata un vero fallimento per la Francia che, per di più, ha dovuto subire anche l'umiliazione delle recriminazioni e delle accuse di tradimento da parte del Mali all'assemblea dell'ONU. I dirigenti francesi, che hanno affiancato politicamente la missione militare, mossi più da motivazioni ideologiche, (ossessionati dalla promozione del “processo democratico” a tutti i costi), molto spesso non coerenti con l'ambiente in questione ed anche da insufficiente conoscenza geo-storica della regione, hanno fatto adottare una serie di scelte funeste che hanno spinto i ribelli, in lotta fra di loro, ad unirsi e cooperare contro il comune nemico. Qualche commentatore politico, recentemente, ha affermato che la Francia ha subito nel Sahel una sconfitta, dal momento che ha perduto l'iniziativa e che lamenta 59 morti. In realtà, l'affermazione non appare congrua e soprattutto non dice il vero, proprio perché tale asserto non può essere basato esclusivamente su un paio di parametri di riferimento, peraltro uno dei quali appare irrilevante. Per la cronaca, la Francia rimane ben presente nel Niger, nel Ciad, nel Burkina Faso ed in Mauritania, dove, sebbene con effettivi ridotti (2.500 uomini), mantiene una reale capacità di combattimento contro le forze jihadiste. Tuttavia, occorre sottolineare che, anche se non si é trattato di una sconfitta, la vicenda del Sahel appare comunque una vera e propria umiliazione, senza dubbio un po' “sfocata” ed alquanto “attenuata” dalla concomitante attualità della guerra in Ucraina. Nel mese di agosto scorso la Francia ha dovuto ritirarsi dal Mali, epicentro della sua zona di intervento sin dal 2013. Nello specifico, i Francesi sono stati scacciati dal paese, accusati di “tradimento” dalle autorità maliane, persino nell'ambito dell'assemblea delle Nazioni Unite. Nonostante gli sforzi prodotti in più di 8 anni dalla Francia (8 miliardi di euro spesi in dieci anni), e la somma dei sacrifici effettuati, il Mali risulta ancora molto lontano dall'obiettivo ricercato, che contemplava la riconquista del controllo del territorio, nel quadro di una politica di cooperazione regionale, sotto la protezione militare francese. La trionfale cavalcata antijihadista dell'Operazione Serval (gennaio 2013), i combattimenti impegnati nel corso della Operazione Barkhane, dopo l'agosto 2014 e gli sforzi di partenariato con gli eserciti locali, avevano lasciato credere in una possibile e progressiva messa in sicurezza di questa immensa area (grande almeno 8 volte la Francia). Purtroppo é stato un vero miraggio nel deserto e, da quel momento, si é insinuata una certa diffidenza anche fra gli alleati dei Francesi, mentre, nello stesso tempo, é cresciuto nelle popolazioni un sentimento antifrancese un po' ovunque (accresciuto anche dalla molto mediatizzata vicenda, dal vago sentore colonialista, del Franco CFA - Comunità Finanziaria Africana). Anche nel Niger, dove la situazione si sta progressivamente degradando, “la Francia é diventata il capro espiatorio di un'Africa dell'Ovest di fronte alla propria impotenza”, come correttamente lo sottolinea l'universitario americano Stephen Smith, un vecchio giornalista di Liberation e di Le Monde. Il G5 Sahel, che raggruppava cinque paesi (Ciad, Burkina Faso, Mali, Mauritania e Niger) e che aveva il compito di coordinare le loro politiche di sicurezza, non esiste più. I 12 mila caschi blu schierati dall'ONU nel Mali risultano “paralizzati”. I Gruppi armati ribelli raddoppiano le loro attività criminose e spingono la loro azione di proselitismo verso il Sud. I comunicati “lenificanti” di Parigi non servono più a nulla: la Francia ha in gran parte fallito nella sua politica. Le migliaia di militari francesi che hanno prestato servizio su questo teatro d'operazioni non nascondono il loro fastidio di fronte a questi risultati, proprio perché il fallimento era già allora evidente e prevedibile. Se la parte militare della missione é stata in qualche modo assicurata, non altrettanto si può affermare per la sua parte politica. La Francia, sebbene considerata familiare con il suo contesto africano, ha subito un rovescio geopolitico che marca, per molti osservatori, il suo declassamento internazionale. Impotente, come lo era stato François Hollande, anche Emmanuel Macron é stato sballottato dagli eventi. Le decisioni tattiche sul campo sono state complessivamente buone, ma, per contro, sono stati commessi errori strategici, carichi di pesanti conseguenze. Per di più, questi non sono mai stati corretti, nonostante gli evidenti segnali che preannunciavano la degradazione della situazione. Primo responsabile lo stesso Mali, incapace di assumersi le proprie responsabilità, nonostante il supporto della Francia, della UE e dell'ONU. Nulla é stato fatto per migliorare la gestione governativa e della cosa pubblica, per riformare l'amministrazione e per riunire tutte le sue componenti sociali ed etniche sotto la stessa bandiera. Né Hollande, né Macron hanno saputo imporre a Bamako il loro punto di vista con sufficiente autorevolezza. I successi operativi dell'Operazione Barkhane non hanno avuto l'auspicabile e necessario seguito politico, come se la sola azione militare potesse utopicamente risolvere i cronici problemi della corruzione, della miseria e dell'ingiustizia. Da parte francese, si evidenziano scelte funeste, come il costante atteggiamento della mancata distinzione fra i veri combattenti jihadisti (da eliminare) e le ribellioni Tuareg o Peul (da guadagnare alla causa), portatrici di rivendicazioni politiche e culturali, molto diverse da quelle della lotta islamista. Sono state confuse cause molteplici in uno stesso comodo, ma inefficace, vocabolo, “i gruppi armati terroristi”, considerati tutti come convergenti nel contesto di una vasta offensiva islamista. Questo logica riduttrice di amalgama sociale, ovvero “il fare di ogni erba un fascio”, propugnato da consiglieri di corta prospettiva ed obnubilati e mossi dalla sola promozione del “processo democratico”, non hanno tenuto in debito conto le realtà etniche e culturali profonde, che strutturano verticalmente le società del Sahel. Il loro “sinistro” approccio ideologico ha impedito di poter manovrare con sottigliezza fra i gruppi ostili e di riportarne la maggioranza “non sovversiva” a più miti consigli con la forza, la ragione o il … denaro. Questo fiasco transalpino costituisce anche una crudele cartina di tornasole della sottocultura geo-storica africana da parte dei nuovi dirigenti francesi, alcuni dei quali rimangono ancora pervasi da preconcetti colonialisti e di superiorità e molti altri, purtroppo per i transalpini, fortemente imbevuti di fidiaco e cieco ardore “ideologico” democratico, completamente fuori da un mondo ancora tribale quale quello della maggioranza del Sahel (che pure e per oltre un secolo è stato proprio sotto la “saggia e previdente guida” di Parigi).


Massimo Iacopi

 

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