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ISRAELE E HAMAS: UNA SFIDA ASIMMETRICA INFINITA

      

   

Foreign Affairs

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Massimo Iacopi


Lo Stato di Israele costretto a fare i conti con i Terroristi di Hamas

 

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L’UNDICI SETTEMBRE DI ISRAELE


Bergoglio ha definito i conflitti in atto Una Guerra Mondiale combattuta a Pezzi

ISRAELE E HAMAS: UNA SFIDA ASIMMETRICA INFINITA

Lo Stato di Israele costretto a fare i conti con i Terroristi di Hamas

(Assisi PG, 30/10/2023)

ISRAELE E HAMAS: UNA SFIDA ASIMMETRICA INFINITA

Israele nasce con la Spada di Damocle dell’immanente confronto con gli Stati arabi che mal digeriscono la sua presenza nell’area. Da quando Hamas ha assunto il potere politico amministrativo nella Striscia di Gaza, Israele è stato costretto suo malgrado a fare i conti con questa entità substatale. Il progetto nazionale ebreo, dalle sue origini alla fine del XIX secolo, ha avuto una dimensione violenta. Molto presto, di fronte alla intenzione dei nuovi arrivati, la popolazione indigena non ebrea (1) ha deciso di resistere, anche con la violenza, al progetto politico e culturale dei nuovi arrivati. Questa popolazione, come gli Ebrei europei sionisti, era sostenuta dalle generose sovvenzioni dalle stesse correnti culturali e politiche che hanno sconvolto l’Europa e l’Oriente. In tal modo, i primi decenni del conflitto hanno visto i loro differenti attori dotarsi di tecniche e istituzioni che li hanno profondamente trasformati. Gli Ebrei, come anche le comunità arabe nei territori strappati dopo il 1918 all’Impero ottomano, ad eccezione dei Palestinesi, hanno costruito, ciascuno, Stati indipendenti, sposando ipso factum le logiche e le pratiche israelite. Ma per quanto attiene al problema dei Palestinesi e di Hamas, con l'attacco del 7 ottobre scorso il quadro diplomatico, politico, strategico (e probabilmente anche quello economico commerciale) è decisamente cambiato. Lo vedremo più avanti. Nel 1948 il conflitto nel Medio Oriente è diventato un problema istituzionale nel senso che Israele, con il suo statuto giuridico ed i suoi monopoli (segnatamente nel campo delle competenze e sulla repressione degli episodi di violenza) ne costituiva il principale mezzo d’organizzazione e di mobilitazione. Da questa situazione, i Palestinesi, attori non dotati di uno Stato, sono stati ridotti al ruolo di strumento nelle mani dei Paesi Arabi. Una ventina d’anni più tardi, a seguito della guerra del 1967, questa matrice di fondo ha cominciato a fessurarsi. A partire dal 1968 Israele inizia a fronteggiare la minaccia palestinese adottando una nuova forma di reazione e di deterrenza contro la violenza a fini politici costituita da una miriade di organizzazioni di livello sub statale organizzate con nuove strutture, nuove ideologie,  diverse confessioni del socialismo anticoloniale terzomondista, ma soprattutto con nuove modalità operative: sequestro di aerei, attentati all’estero, lancio di razzi (2). Senza abbandonare le operazioni di guerriglia, fanno la loro comparsa, a fianco delle tradizionali minacce provenienti dagli Stati arabi, strutture tipiche egli eserciti di terra ed alleanze politico religiose molto preoccupanti. Questa evoluzione ha inizio un anno dopo la guerra del Kippur, del giugno 1967, detta dei 6 giorni. Anche se Al Fatah, la struttura che inaugura la lotta armata palestinese contro Israele, lancia il primo attentato il 1° gennaio 1965, è a seguito della guerra del 1967 che i dirigenti degli Stati arabi  capiscono che Israele non potrà mai essere eliminato per mezzo delle armi convenzionali, mentre i Palestinesi comprendono, anche loro che gli eserciti arabi non riusciranno mai a riconquistare le terre perdute nel 1948-1949.

Dalla lotta alla normalizzazione dello Stato

Fra il 1968 ed il 1982, un conflitto di alta intensità fra gli Stati (nel quale i Palestinesi vengono utilizzati più per fini esterni che per i loro propri interessi) si trasforma in un conflitto a bassa intensità fra Israele ed una moltitudine di attori palestinesi non statali. L’ultimo grande scontro convenzionale, al quale Israele ha partecipato, ha avuto luogo nel 1982, nel Libano, contro l’Esercito siriano. Fra l’accordo di pace con l’Egitto nel 1979 e la raffica di normalizzazioni de jure nel 2020 (Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco) e de facto (Oman, Arabia Saudita ed il Sudan), l’era delle ostilità degli Stati arabi contro Israele è da considerarsi terminata, almeno temporaneamente. Nella maggior parte dei paesi arabi, la logica dello Stato e dei suoi propri interessi hanno finito per imporsi, generando questa normalizzazione. Orbene, nello stesso momento in cui i diversi Stati arabi uscivano, ciascuno secondo la sua tempistica, dal ciclo della violenza, lo Stato, come istituzione, continuava il suo indebolimento nel campo arabo. Il sisma, conosciuto sotto il nome di “primavere arabe”, ha messo in ginocchio numerosi di questi Stati, come la Siria e lo Yemen. Se a questo si aggiunge il crollo degli Stati irakeno e libanese e la crisi profonda degli Stati algerino e tunisino, la constatazione è senza appello: la dimensione statale del conflitto arabo-israeliano non esiste più. I primi due decenni del XXI secolo hanno terminato di modellare la nuova situazione geopolitica: Hamas, Hezbollah, ISIS ed Al Qaeda hanno iniziato a prosperare sui cadaveri degli Stati arabi ed il caos di un mondo post ideologico e multipolare. Ormai, è la debolezza o, se vogliamo, l’assenza delle strutture statali arabe che contribuisce a porre problemi allo Stato meglio organizzato della regione.

Organizzarsi contro il terrorismo

Per approssimazioni successive, Israele ha progressivamente elaborato le sue risposte a questa nuova situazione. Come sempre, le idee tattiche e tecnologiche hanno preceduto una riflessione politica e strategica, spesso inadeguata, perché debole e tardiva. In un primo tempo, la risposta si è basata su cinque elementi: protezione degli obiettivi all’estero (El Al, ambasciate, comunità ebraiche), mezzi tattici antiterrorismo (forze speciali d’intervento, antenate del GIGN, fanno la loro apparizione prendono d’assalto l’aereo Sabena il 9 maggio 1972), sorveglianza accresciuta delle frontiere, enorme sforzo di intelligence (la popolazione palestinese viene strettamente inquadrata e sorvegliata dallo Shin Bet) ed infine una forte pressione sugli Stati che servono da basi arretrate alle operazioni (Giordania, Libano e Siria). Questa tappa, culminata nel 1976 con l’operazione della liberazione dell’aereo di Air France sequestrato, i cui ostaggi erano detenuti ad Entebbe in Uganda, si conclude nel 1987 con lo scoppio della prima Intifada, l’insurrezione della popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania. Contrariamente agli Stati arabi degli anni 1950-1980, organizzazioni come Hamas, la Jihad islamica, Hezbollah o la Jihad mondiale (al Qaeda ed ISIS o Daesch) adottano una dottrina di resistenza - Mukawama in arabo – con la convinzione che, nonostante gli ostacoli temporanei, il conflitto storico con Israele, per quanto lungo possa essere, dovrà terminarsi con la distruzione degli Ebrei, così come avvenuto con lo Stato dei Crociati (una logica che non tiene conto che le condizioni globali non sono le stesse). La loro strategia mira a mantenere una violenza continua, allo scopo di minare la volontà israeliana. Essi credono che il tempo e la demografia giochino a loro favore e vedono in Israele il riflesso di una società occidentale molle e spaventata, stanca dei sacrifici, adepta del consumismo e disposta al compromesso. Dal 1982, Israele impiega la forza militare principalmente contro queste organizzazioni armate non statali in uno sforzo di lungo respiro, denominato in ebreo, “la guerra fra le guerre”. Questa logica viene riassunta dall’espressione “tosare il prato”, una metafora che riflette la convinzione che il conflitto risulti insolubile, in quanto di fronte ad Israele si manifestano entità sub statali per le quali la guerra non costituisce una continuità della politica, ma la loro ragione d’essere e la base della loro legittimità. Come potrebbe, infatti, Hezbollah giustificare le sue armi ed il suo statuto di Stato nello Stato se fosse firmata una pace con Israele ? Ad Hamas, per distinguersi dall’Autorità Palestinese, rimarrebbe appena la scelta dell’opzione strategica - e non più tattica - nella lotta armata contro Israele, la cui distruzione rappresenta per Hamas l’unica via di uscita possibile. In tal modo, il ricorso alla forza per Israele non ha per obiettivo una soluzione politica, considerata al momento come impossibile, ma quello di minimizzare, per quanto possibile, la capacità del nemico di infliggere danni ad Israele. Concettualmente, Israele ha finito per fare sua la strategia della guerriglia; visto che non si può battere il nemico sul campo di battaglia, si procede al suo esaurimento, spingendolo, se possibile, verso un grave errore. I cicli di violenza seguono dunque una logica di attrito. Il nemico attacca Israele ed Israele replica, adattando la sua risposta ai danni subiti ed al contesto politico e geopolitico. Alla fine di un ciclo, una goccia d’acqua potrebbe far traboccare il vaso: una operazione di maggiore ampiezza potrebbe essere scatenata allo scopo di rendere l’inevitabile prossimo ciclo il più lontano possibile nel tempo. Il prato viene tosato a livello del terreno, sapendo perfettamente che, inevitabilmente, ricrescerà (senza l’uso del diserbante !). In questo contesto geopolitico, la nozione di guerra come una liberazione di violenza per una durata limitata, separata da due periodi di pace non ha alcun senso. Una guerra di bassa intensità, spesso clandestina, sostenuta da una intelligence di qualità, mira, senza soste, a persone, strutture, circuiti di finanziamento e di rifornimento o a regioni geografiche.

Pensare il contro-terrorismo

Per quanto concerne la conquista dei cuori e degli spiriti, questo aspetto non viene trascurato, ma esso non ha per obiettivo l’opinione pubblica nemica - impossibile da modificare - ma piuttosto il rinforzo delle capacità di resilienza dell’opinione pubblica israeliana. Le idee dell’esperto di controguerriglia David Galula - tra l’altro mai applicate con successo - non risultano applicabili al contesto arabo-israeliano. La chiave del problema risiede, dunque, nell’equazione resilienza: l’attitudine della società israeliana ad incassare, senza cedere, le capacità del nemico di livello sub statale a perturbare la loro vita. La strategia israeliana si basa pertanto su tre elementi: rinforzare la resistenza della sua società, indebolire la capacità di nuocere dei suoi nemici ed, infine, inserire questo insieme nella tempo e nella durata, perseverando, continuando ad incassare ed colpendo senza soste il nemico, decennio dopo decennio. Di fronte alla potente mobilitazione del fanatismo islamico ed all’odio nei confronti dei “Giudei e dei Crociati”, Israele dispiega la sua ricchezza, la sua superiorità tecnologica, una infrastruttura statale sviluppata ed un sistema di alleanze efficace. Fino a quando il prezzo del conflitto verrà percepito dalla società israeliana come tollerabile, non ci sarà, né pressione per una soluzione politica, né scoraggiamento. Per quanto riguarda la frizione diretta con le popolazioni ostili, a seguito dell’amara esperienza acquisita nel Libano, in Cisgiordania ed a Gaza, Israele prosegue dagli anni 1990, una politica di disimpegno dalle zone abitate dai palestinesi. Nel maggio 2000, Israele si è ritirato unilateralmente dal sud del Libano e nel 2002, in piena seconda Intifada, ha costruito un muro di sicurezza sul limite ovest della Cisgiordania. Infine, nell’agosto 2005, Israele si è completamente ritirato da Gaza. Tuttavia, nelle zone che lo Stato ebreo considera come essenziali per la sua sicurezza - come la Cisgiordania - esso mantiene una presenza militare, sempre al di fuori delle zone densamente popolate. Questa guerra a bassa intensità viene dunque condotta, sia da una parte, che dall’altra, con il fuoco a distanza, razzi (e non missili) da un lato, unità speciali, sistemi di difesa contraerei (irondome) e piattaforme aeree dall’altro. Col passare degli anni, l’aviazione israeliana si è adattata ai nuovi impieghi nell’uso della forza. In stretta collaborazione con lo Shin Bet, essa ha perfezionato metodi che consentono di effettuare una caccia efficace ai lanciatori dei razzi ed ai capi militari e politici avversari. Nei due casi, si tratta di cicli operativi (individuazione, identificazione, priorità, scelta dell’arma da impiegare, decisione, lancio e valutazione dei danni) di durata estremamente corta (alcuni minuti), risultato di una rivoluzione tecnologica organizzativa, dominata dalla gestione in rete di mezzi e di piattaforme aeree pilotate in remoto.

Impostare un sistema di difesa

Le azioni preventive, quali quelle che mirano ad impedire la fornitura di armi avanzate agli Hezbollah e ad Hamas (specialmente di mezzi che tendono a migliorare la portata e la precisione dei razzi), raramente rivendicate da Israele, fanno parte della logica della guerra fra le guerre. Questa categoria comprende ugualmente le operazioni segrete contro le reti di informazioni e finanziamento all’estero, come anche le operazioni di arresto preventivo di agenti terroristi, destinati a perturbare gli attacchi pianificati od a raccogliere informazioni. Infine, l’utilizzazione intensiva di armi a traiettoria alta (come razzi e mortai), da parte del nemico, ha obbligato gli strateghi israeliani a riflettere e ad assegnare veri mezzi alla difesa. Per lungo tempo, ossessionato dalla logica offensiva, Israele ha poi finito per sviluppare un sistema di difesa il cui primo livello è il dome di ferro (irondome), per intercettare i mortai ed i razzi a corta e media portata (ma vale, comunque, la pena ricordare che qualsiasi difesa contraerea non fornisce una garanzia assoluta di incolumità in quanto può essere sempre saturata dai mezzi dell'attaccante). Il vantaggio risulta doppio. Sul piano politico: minimizzare i danni materiali e le perdite umane lascia al governo israeliano la scelta del momento propizio e della ampiezza della risposta. Allo stesso modo, lo sviluppo e la produzione, in un tempo record, di un sistema così efficace ha consentito all’industria israeliana della difesa di proporre ai suoi clienti una soluzione unica. Come in precedenza con i droni, un problema operativo si trasforma in un vantaggio tecnologico ed operativo ed allo stesso tempo in un settore di attività economica. Tuttavia, questa strategia ha i suoi limiti. L’operazione Scudo difensivo in Cisgiordania nell’aprile 2002, la seconda guerra del Libano nel 2006, le operazioni a Gaza nel 2008-2009, 2012 e 2014: altrettante “piccole guerre” dalla durata di qualche giorno o settimana, paralizzano lo Stato d’Israele, gli costano caro e mettono in evidenza le sue vulnerabilità. Il bilancio è dunque positivo, ma fragile: l’operazione Scudo difensivo nel 2006 ha spezzato la seconda Intifada e la guerra nel Libano, sempre nel 2006, ha contribuito a calmare, da quel momento, il settore. Grazie alle operazioni israeliane più o meno segrete, come anche a causa dell’implicazione di Hezbollah in Siria e la contemporanea presenza di una forza di interposizione ONU nel sud del Libano, la frontiera israelo-libanese beneficia in questi ultimi 17 anni di un respiro senza precedenti dal 1968.

Hamas attacca ancora Israele

Come prevedibile, Hamas, sollecitato anche da nemici degli Ebrei e dell'Occidente, attacca ancora Israele nel 2023. L'ultimo attacco ad Israele, sferrato nell'ottobre 2023, si inscrive nella logica predetta, ma questa volta, la sua azione ha presentato aspetti nuovi ed inquietanti. La prospettiva di possibili accordi israelo-sauditi ha fatto cadere nello sconforto il fronte estremista arabo ed ha, con ogni probabilità, spinto Hamas ad agire per impedire un esiziale avvicinamento ebreo-saudiano con la benedizione dell'Egitto. Innanzitutto, Hamas, l'organizzazione terroristica palestinese, affiliata ai Fratelli Mussulmani egiziani, ha evidenziato chiaramente che, in questi ultimi anni, ha potuto beneficiare, nonostante la capillare sorveglianza di Israele, di ingenti risorse finanziare per ricostituire ed incrementare il suo arsenale militare. Gli stessi occidentali e le organizzazioni internazionali (fra cui in prima linea l'Europa cosiddetta progressista), che, formalmente, dicono di difendere la sopravvivenza di Israele, proprio con le loro generose sovvenzioni ai Palestinesi, non hanno fatto altro che alimentare Hamas ed il suo periodico riarmo. Oltre ad Hamas, anche l'Iran, che opera contro Israele ed il mondo arabo sunnita, non vede di buon occhio il riavvicinarsi dello Stato ebreo ai paesi arabi, che, oltre a spezzare il fronte arabo contro Israele, potrebbe sensibilmente indebolire la faticosa influenza acquisita da Teheran nell'area (Siria e Libano). La Russia, infine, che risulta in affannosa ricerca ed attivazione di altri fronti guerra contro l'Occidente, vede in un ampliamento del conflitto palestinese una concreta speranza di alleggerire la sua situazione in Ucraina (non va dimenticato che in Siria, oltre agli iraniani, ci sono ancora consistenti forze di terra ed aeree russe a sostegno di Bashar Assad). I guerriglieri di Hamas, per la prima volta, hanno affiancato la classica azione di lancio di razzi dalla striscia di Gaza con azioni terroristiche di Commandos, dirette e coordinate in territorio israeliano, tendenti a distruggere gli insediamenti israeliani e la popolazione ebrea intorno alla striscia di Gaza ed a raccogliere ostaggi da utilizzare a livello politico. L'azione é stata condotta con una ferocia ed una brutalità inaudita (più di mille morti civili, eliminati individualmente dai Commandos) e si pensa che sia stata organizzata anche con il concorso delle informazioni captate dalla popolazione palestinese di cittadinanza israeliana, che, a questo punto, se accertato, aprirebbe un ulteriore fronte interno per lo stato ebreo. Ma quello che l'ultima azione di Hamas ha evidenziato é il fatto che l'organizzazione terroristica può disporre, nel suo territorio, di una organizzazione logistica “invisibile”, sotterranea, composta da numerosi depositi, posti comando, laboratori, atelier di fabbricazione, posta in gran parte sotto strutture sensibili della popolazione palestinese (scuole, ospedali, moschee, ecc. utilizzati come scudi umani), per molti aspetti al sicuro da attacchi israeliani. Dopo questa nuova escalation di Hamas nei confronti di Gerusalemme, la risposta operativa di Israele non potrà più necessariamente essere la consueta “tosatura del prato” palestinese, poiché, con il passare degli anni, il sistema logistico e militare palestinese, utilizzando fondi umanitari occidentali, si é ormai interrato e bunkerizzato. Da quello che si può intuire dai primi provvedimenti adottati da Tel Aviv sul campo, l'atteggiamento di Gerusalemme sembra ispirato ad almeno un paio di principi: primo, non allentare la pressione militare sulla striscia di Gaza, almeno sino a quando non saranno liberati tutti gli ostaggi (ovvero nessun cessate il fuoco immediato, in cambio di ostaggi) e messa in condizioni di non nuocere di Hamas, secondo, ripulire, “in tutti i sensi”, la parte nord della striscia di Gaza, in modo che in futuro non possa costituire facile base d'attacco per i Commandos di Hamas e per i razzi Kassam. L'inizio delle operazioni nell'area di Gaza city, di questi giorni, sembra proprio confermare questa ipotesi. Per mettere a tacere Hamas, Israele é costretto ad agire con metodo, anche allo scopo di limitare al massimo le proprie perdite, al fine di smantellare sistematicamente tutta la rete di gallerie e di bunker sotterranei, da dove Hamas organizza, dirige e lancia i suoi reiterati attacchi contro lo Stato ebraico. Si tratterà certamente di una operazione di maggiore respiro, il cui scopo é proprio quello di togliere ad Hamas, per lungo tempo, le sue capacità operative, se non di annientarla. Circa la possibilità di un ulteriore allargamento del conflitto (intervento di Hezbollah e della Siria da nord), anche se non da escludere a priori, esso non appare al momento realistico, specie per il fatto che gli USA, proprio con lo schieramento di ben due task forces navali nel Mediterraneo, a cui si aggiungerà un sommergibile nucleare, hanno già inviato un chiaro monito alla Siria (Russia) ed all'Iran (Hezbollah) sulle loro reali intenzioni a riguardo, nonostante che la Russia ed i suoi sodali abbiano nuovamente evocato, (secondo il loro periodico rituale non scevro di intenti propagandistici), l'uso di armi nucleari. Da ultimo, mi sembra opportuno prendere in considerazione anche una ultima possibilità: la sospetta ed ambigua attitudine della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di Ramallah (Abu Mazen) di fronti all'azione di Hamas, potrebbe nascondere una segreta aspirazione e speranza da parte di Abu Mazen che l'azione di Israele, possa finalmente consentire all'ANP di ottenere, in modo definitivo, il controllo della striscia di Gaza a danno di Hamas..

Dopo 73 anni non si è trovata una soluzione

In definitiva, 75 anni dopo la sua fondazione e circa 150 anni dopo le prime realizzazioni del progetto nazionale ebreo, Israele ed il Sionismo non hanno ancora trovato una risposta adeguata alla questione che si è palesata fin dalle sue origini: quale è il posto da attribuire agli Arabi (diventati Palestinesi) su quella terra. La logica di due popoli e due paesi, sebbene di estrema difficoltà sembra politicamente ritornata in auge in Occidente, ma tale soluzione si scontra contro dati di fatto inoppugnabili: Israele ha costruito in Cisgiordania una consistente rete di colonizzazione (tanto da occupare oggi almeno un terzo del detto territorio, con oltre 600 mila coloni insediati), la mancanza di una continuità territoriale fra i due elementi di un futuro stato palestinese e la non omogeneità fra la popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania (di fatto sottoposta ad influenze diverse ed antagoniste). Ma Israele, da parte sua, non sembra privilegiare una tale soluzione e, sebbene sprovvisto di specifica risposta politica al problema, risulta dotato di una genialità tattica e tecnologica di primo piano, con le quali riesce almeno a colmare le brecce ed a guadagnare ulteriore tempo per imporre nuovi fatti compiuti, pur continuando a curare, nel contempo, la sua popolazione, la sua economia e le sue infrastrutture. In definitiva, la soluzione palestinese non appare di facile soluzione e soprattutto non sembra essere temporalmente molto vicina.

NOTE

(1) Esistevano ebrei autoctoni in quasi tutte le città arabe, prima dell’inizio del Sionismo;

(2) Le prime Katiuscia vengono lanciate dalla Giordania verso la città di Beth Shean il 16 settembre 1968.


Massimo Iacopi

 

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