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IMBOSCATE A RE VITTORIO EMANUALE III

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

Aldo De Mola - il Giornale


Costretto pretestuosamente alla Luogotenenza da anglo-americani, ministri e antifascisti

 

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S.M. V.E. III ULTIMO RE D’ITALIA


Una pagina di storia occultata

IMBOSCATE A RE VITTORIO EMANUALE III

Costretto pretestuosamente alla Luogotenenza da anglo-americani, ministri e antifascisti

(Milano, 25/02/2024)

IMBOSCATE A RE VITTORIO

(12 aprile-5 giugno 1944) di Aldo De Mola - Il Giornale del Piemonte e della Liguria

Domenica 25 Febbraio 2024 Anno X N°048 Editore: Polo Grafico SpA

Tra il 12 aprile e il 5 giugno 1944, dal forzato annuncio della Luogotenenza al trasferimento dei poteri della Corona al principe Umberto di Piemonte, Vittorio Emanuele III fu ripetutamente bersaglio di anglo-americani, ministri (anche “moderati”) e “antifascisti”. Quale vantaggio ne ebbe l’Italia?

QUANDO IN ITALIA ENTRÒ IN GIOCO LA RUSSIA DI STALIN

■ Il 12 gennaio 1944 Andrej Januarevic Vyshinsky, vicecommissario agli Esteri dell’Unione sovietica e rappresentante dell’Urss nel Comitato consultivo per l’Italia comprendente gli anglo-americani, in un colloquio a Salerno con Renato Prunas, segretario generale del ministero degli Esteri, gettò le basi del ripristino dei rapporti tra Mosca e il regno d’Italia. Nel corso della conversazione, molto franca e costruttiva, dichiarò di ritenere «che tutti i popoli siano almeno in parte responsabili dei loro governi e che il popolo italiano paghi molto duramente gli errori e le colpe del regime che si era per venti anni prescelto». Il “popolo”, dunque, non è mai “innocente”. Non è separato dalle responsabilità della sua classe dirigente. In effetti, nel 1929 e nel 1934 gli italiani avevano votato in massa i candidati alla Camera selezionati dal Gran consiglio del fascismo. Nel 1939 nessuno aveva deprecato la sostituzione della Camera elettiva con quella dei Fasci e delle corporazioni. Nei lunghi “anni del consenso” (formula di Renzo De Felice) le piazze straripavano di folle plaudenti a Mussolini e ai gerarchi. Non vi venivano sospinte con la forza. Ci credevano. Stalinista convinto, Vyshinsky sapeva bene come si costruisce un regime autoritario o totalitario e come lo si conserva: repressione delle opposizioni e attrazione delle masse con parole d’ordine e con tutti gli strumenti suasori a disposizione del potere, sino a creare una quotidiana complicità tra l’uno e le altre. Su quella base niente affatto ideologica bensì pragmatica, il portavoce del Maresciallo Stalin tese la mano al governo di Vittorio Emanuele III, «con iniziativa segreta ed autonoma» (le citazioni sono tratte da “I Documenti Diplomatici Italiani, serie X, vol. I) . Agli anglo-americani l’Italia avrebbe poi ostentato di aver subìto l’iniziativa di Mosca. Il governo Badoglio viveva da mesi in difficoltà crescenti. La riorganizzazione dell’esercito stentava a decollare perché gli Alleati non gli fornivano i mezzi indispensabili: munizioni da fuoco e da bocca. La resistenza armata nelle regioni occupate dalla Repubblica sociale e dai tedeschi era ancora albeggiante. La Commissione alleata di controllo (ACC) soffocava l’amministrazione civile del regno. Le forze dell’ordine non riuscivano ad arginare la condotta criminosa di militari anglo-americani contro la popolazione: omicidi, ferimenti, stupri, abusi di vario genere, largamente ma inutilmente documentati da carabinieri, pubblica sicurezza e polizia urbana e denunciati (ma non sempre) dai cittadini. L’Archivio Centrale dello Stato trabocca di faldoni ignoti agli studiosi “allineati e coperti”. Gli italiani avevano accolto gli Alleati come liberatori. Ora imputavano al governo le soperchierie che dovevano subire e le ripercussioni della guerra sulla vita quotidiana: inflazione galoppante, razionamento dei beni di consumo, disoccupazione e insicurezza. Il “cambio” di atteggiamento dei vincitori verso l’Italia in proporzione al suo impegno contro i tedeschi e i suoi alleati, fatto baluginare dalla Dichiarazione di Quebec del 18 agosto 1943, rimaneva lettera morta, malgrado la dichiarazione di guerra alla Germania. Il 25 febbraio 1944 Badoglio espose la profonda delusione degli italiani in una lettera a Roosevelt, presidente degli USA, e a Churchill, premier britannico. Aggiunse che il governo doveva applicare le leggi nel territorio di sua giurisdizione e quindi punire chi insultava il re e le forze armate. Il tasto era dolente, perché, di concerto con ambienti italo-americani fervorosamente repubblicani, Washington aveva fatto arrivare in Italia Carlo Sforza che, «unitosi col prof. Benedetto Croce», chiedeva a gran voce l’abdicazione immediata di Vittorio Emanuele III, la rinuncia del principe Umberto alla Corona e la nomina di un reggente estraneo alla Casa di Savoia, tanto più che il principe di Napoli, Vittorio Emanuele, di soli sette anni, era rifugiato in Svizzera con sua madre, la principessa Maria José, e le tre sorelle. Badoglio non ottenne alcuna risposta. L’Italia rimaneva inchiodata agli strumenti di resa che erano stati comunicati il 3 e il 29 settembre 1943. Perciò il governo accolse con molto favore la proposta di scambiare rappresentanti ufficiali, avanzata il 4 marzo dall’ambasciatore sovietico Alexander Bogomolov, subentrato a Vyshinsky quale rappresentante dell’Urss nel Comitato consultivo per l’Italia. Quel passo le avrebbe infatti consentito di uscire dall’angolo nel quale gli Alleati la tenevano relegata da sei mesi. Tre giorni dopo molto sommessamente Bogomolov aggiunse che Mosca chiedeva il consenso del governo italiano a organizzare una base area sovietica tra Bari e Brindisi, «di modeste dimensioni e di poche unità e uomini», per agevolare i rapporti fra i russi e i partigiani del Maresciallo jugoslavo Tito. Il 13 marzo 1944 fu annunciato ufficialmente il reciproco riconoscimento tra Urss e regno d’Italia. Una settimana dopo Prunas scrisse a Badoglio che toccava agli anglo-americani andare oltre il «duro, illiberale, inintelligente terreno della resa senza condizioni e del paralizzante e asfissiante controllo di ogni attività del Paese», che si risolveva a tutto vantaggio della «concreta e progressiva influenza sovietica». Lo stesso 20 marzo il governo scelse per ambasciatore a Mosca il ministro Pietro Quaroni, diplomatico di lungo corso, plenipotenziario a Kabul e sposato con una russa. Sapeva quel che faceva. Il 25 marzo il vicepresidente dell’ACC, Noel Mason MacFarlane ammonì Badoglio: l’Italia non era abilitata a istituire rapporti con governi di altre potenze. A margine del Memorandum il Maresciallo annotò che esso valeva per l’avvenire, non per il passato; e quindi non metteva in discussione l’accordo stabilito con la Russia. Quattro giorni dopo scrisse lungamente a MacFarlane lamentando le «progressive, umilianti e soprattutto sterili limitazioni» imposte dagli Alleati all’Italia. Le condizioni dell’armistizio (evitò l’autolesionistico «resa senza condizioni») non escludevano accordi del regno con potenze neutre e alleate. Lo ribadì in una lettera personale in cui aggiunse che «tutte le dichiarazioni fatte dai Signori Churchill e Roosevelt nei loro messaggi ed inviti al popolo italiano di marciare con gli amici anglo-americani sono semplici parole che non hanno avuto riscontro nei fatti successivi». Linguaggio di militare, rude ma chiaro. Sollecitò infine la redazione di un nuovo “strumento” armistiziale. Occorreva cancellare le clausole ormai superate e «consacrare per iscritto quanto realmente già esiste». A sua volta toccato nel vivo dalle dichiarazioni del generale britannico Henry Wilson, subentrato ad Eisenhower quale comandante in capo delle forze alleate nel Mediterraneo, Renato Prunas dichiarò che «il tentato blocco della politica estera italiana […] è puro e semplice arbitrio, e costituisce comunque un ulteriore aggravamento delle già durissime e gravissime condizioni di armistizio». In conclusione, «le relazioni dirette italo-russe resteranno, qualunque cosa pensino e facciano gli Alleati». Dopo il rimpasto di metà febbraio e a cospetto della lentezza dell’avanzata anglo-americana verso Roma, lasciata da parte la richiesta di sostituire militari e “tecnici” con esponenti dei sei partiti del Comitato di liberazione nazionale e ritenendosi forte del riconoscimento da parte di Stalin, per la prima volta il governo si rivolse apertis verbis agli Alleati.

LA REAZIONE DEGLI ALLEATI: ISOLARE IL RE

Gli anglo-americani non rimasero affatto spettatori distratti. Per mettere in riga l’Italia puntarono diritti contro il re, proprio mentre proclamavano che la questione istituzionale andava rinviata a vittoria ottenuta. Conoscendone la formazione politica e militare, le ampie vedute e la lungimiranza di chi aveva attraversato mezzo secolo di burrasche e la nuova Guerra dei Trent’anni, ancora in corso (1914-1945), gli alleati sospettarono che il sovrano fosse il regista dell’apertura alla Russia di Stalin. In effetti Badoglio, Prunas e i loro collaboratori non avevano certo agito senza il placet di Vittorio Emanuele III, che nel 1909 aveva ricevuto a Racconigi Nicola II, la cui consorte, nata ortodossa, era cresciuta in Russia, e nel 1915 si era schierato con l’Intesa anglo-franco-russa contro gli Imperi Centrali. Il 16 marzo, poco dopo l’agognato riconoscimento Italia-Urss, il re espose all’esecutivo «il suo punto di vista circa la situazione politica», come nel “Diario” annotò il generale Paolo Puntoni, suo primo aiutante di campo. Precisò che, in Roma liberata, avrebbe conferito le funzioni di Capo dello Stato al figlio quale suo Luogotenente, col mandato di costituire un governo più solido dell’attuale, in vista delle elezioni, «a pace avvenuta». Lo stesso giorno il governo tenne una rapida seduta. Badoglio riferì che MacFarlane gli aveva chiesto di comunicare alla ACC i nomi delle persone che intendesse chiamare ad alte cariche di Stato e aveva annuito; però aveva chiesto in cambio che gli Alleati rivedessero le nomine da loro fatte senza aver consultato il governo: una condotta da occupanti anziché da cobelligeranti. Nella successiva seduta del 23 marzo (giorno dell’attentato di via Rasella a Roma) Badoglio raccomandò ai ministri «l’unità di direttive politiche» e vietò di rendere pubblico l’eventuale dissenso, in specie dopo le dichiarazioni del re. L’indomani fu istituita la commissione per la defascistizzazione. Il 31 Radio Mosca replicò alla deplorazione anglo-americana dello scambio di rappresentanti tra l’Italia e l’Unione sovietica. Nei giorni seguenti crebbe l’animosità dei vertici italiani nei confronti degli Alleati. Se ne fece interprete Prunas in un Appunto riservato a Badoglio: «Non occorre veruna acutezza politica per constatare che la popolarità degli Stati Uniti e della Gran Bretagna è nell’Italia liberata in progressivo e crescente ribasso. Anche perché è una occupazione pesante con larghi margini di violenze e di arbitrio che superano certamente, e di molto, il peso delle occupazioni militari in Paesi non ostili.» Rilevò anche che MacFarlane si era pronunciato per una rapida abdicazione del sovrano, suscitando l’irritazione di Churchill. Il 6 aprile Radio Londra dette per imminente l’assunzione della Luogotenenza da parte del principe Umberto di Piemonte e dell’allontanamento definitivo del re dagli affari dello Stato. Secondo il ministro della Real Casa, duca Pietro d’Acquarone, la notizia era stata insufflata da Carlo Sforza, collare dell’Annunziata e senatore ma sempre invelenito contro Vittorio Emanuele III.

L’IMBOSCATA DEI QUATTRO ANGLO-AMERICANI

Il 9 aprile, Pasqua di Resurrezione, MacFarlane fece pervenire a Puntoni la richiesta urgente di udienza alle 11 del giorno seguente per lui e per i delegati civili statunitense e inglese, Robert Murphy e Harold MacMillan, accompagnato da Noel Charles, destinato a subentrargli. I quattro si presentarono alla residenza reale alle 11:30 del lunedì dell’Angelo e, come riassunse Prunas, comunicarono al re che i loro governi «desideravano consigliargli amichevolmente ma fermamente che il passaggio della Luogotenenza, invece che a Roma, avrebbe dovuto aver luogo subito». Attendevano una risposta entro l’indomani. Fu un’imboscata, secondo il giudizio lapidario del re, riferito da Puntoni. Vittorio Emanuele III protestò che lo mettevano «con le spalle al muro» e li congedò ruvidamente. Preoccupati, i quattro chiesero a Prunas un colloquio nella loro residenza alle 10:30 dell’11. La conversazione fu assai lunga, «spesso agitata e torbida». Rifiutato il testo proposto dagli Alleati («retorico e bolso» a giudizio del sovrano) fu approvato il proclama, comunicato da Radio Bari e radio Napoli alle 13 del 12 aprile e dato ai giornali. Fu allora, nel pomeriggio, che Vittorio Emanuele III, «triste, avvilito», confidò a Puntoni che il mestiere di re è difficile e pesante. Il “brut fardèl” lo aveva definito Vittorio Emanuele II parlando in punto di morte al principe Umberto. Il re aggiunse che i Savoia non avevano avuto molta fortuna. Suo bisnonno, Carlo Alberto, era morto in esilio. Suo padre, Umberto I, era stato assassinato. Il re ribadì che avrebbe trasmesso al figlio, suo Luogotenente, tutti i poteri della Corona, nessuno escluso, in Roma, quando fosse stata liberata. A giudizio di Prunas, «il proposito di arginare l’influenza sovietica nell’Italia liberata ha certamente in gran parte motivato l’iniziativa anglo-americana». Gli Alleati intendevano negare all’Italia la libertà di Stato indipendente e sovrano. Il 24 aprile Badoglio rivendicò fermamente in consiglio dei ministri l’opera di ricostruzione attuata dal governo (v. Verbali del Consiglio dei Ministri, Governo Badoglio, a cura di Aldo G. Ricci, Roma, Poligrafico dello Stato,1994, voll.1- 2). Successivamente si adeguò al suggerimento di dichiarare decaduto l’armistizio sottoscritto dalla Francia il 24 giugno 1940 a Villa Incisa e sconfessò le mire fasciste su Savoia, Corsica, Nizza e Tunisia. Mise anche la sordina alle legittime proteste contro la condanna delle nefandezze perpetrate dai marocchini nell’avanzata verso Roma, «fatti che superano di gran lunga ogni orrore commesso nel corso della guerra da qualunque belligerante, compresi, che è tutto dire, i tedeschi» (Prunas a Badoglio, 26 maggio). Alle 10 del 5 giugno il governo si riunì d’urgenza a Salerno per deliberare sulla richiesta del re di recarsi a Roma, in quelle ore finalmente raggiunta dagli americani, per firmare il decreto di trasmissione dei poteri al figlio, in linea con il proclama del 12 aprile. Vittorio Emanuele III era disposto a raggiungere la Capitale in aereo, sostare nell’aeroporto il tempo necessario per la firma e ripartirne. La discussione fu lunga e vivace. A favore della richiesta del sovrano si schierarono Croce («opporsi al desiderio del re avrebbe carattere ingiurioso») e i ministri miliari. Contro si pronunciarono Sforza e Alberto Tarchiani del partito d’azione. Quest’ultimo si spinse oltre. Anche a nome del “correligionario” Adolfo Omodeo, egli dichiarò infatti di essere «disposto ad accettare un suo [del re] Luogotenente in ogni senso degno dell’alta carica, purché non fossero né il principe Umberto», colpevole di aver dichiarato in una intervista che nessuno si era opposto all’intervento in guerra, né il duca d’Aosta, «per evidenti considerazioni di carattere internazionale». Il segretario del partito comunista, Togliatti, scaltro e abile nell’incunearsi tra le divisioni degli altri partiti, ammonì che, con tanti problemi urgenti, non era il caso di riaprire la questione istituzionale. Nella sessione pomeridiana della riunione del governo Tarchiani propose al Consiglio di dichiarare nell’occasione del passaggio dei poteri al Luogotenente la «non responsabilità del popolo italiano nella guerra contro gli Alleati»: l’esatto opposto di quanto aveva pacatamente osservato Vyshinsky a Prunas. Infine il governo fece sua la decisione degli anglo-americani: al re fu interdetto il viaggio a Roma, in aereo o con altro mezzo, per imprecisati «motivi di sicurezza». Fu così che la firma ebbe luogo a Ravello. Alle 15:30 del 5 giugno Badoglio e MacFarlane, «in pantaloni corti e in maniche di camicia», si presentarono al sovrano all’Episcopio. Dopo la firma Badoglio si inchinò singhiozzando e baciò le mani del re. «Sua Maestà ha accolto il gesto con molta freddezza e ha invitato il Maresciallo a uscire subito», annotò Puntoni. Secondo Prunas, si limitò a dirgli ironicamente: «Maresciallo, non si commuova». A MacFarlane che gli dichiarò tutta la sua simpatia per la monarchia il re rispose: «Ci debbo credere perché me lo dice lei, ma quanto è stato fatto dimostrerebbe il contrario». Vittorio Emanuele III trasmise i poteri ma conservò la Corona. Il seguito è noto. Badoglio rassegnò le dimissioni, convinto di formare il suo terzo governo. Ma a Roma egli incappò nell’opposizione netta dei partiti antimonarchici che indicarono nuovo capo del governo Ivanoe Bonomi, presidente del Comitato centrale di liberazione nazionale. Mentre questi si accingeva a formare il nuovo ministero, MacFarlane consegnò a lui e a Badoglio un “memorandum” sferzante: il governo dimissionario doveva rimanere in carica in attesa che il nuovo ottenesse il benestare delle Nazioni Unite. Il gradimento fu comunicato a Bonomi il 17 seguente dal capitano di vascello Ellery Stone, che, per conto di MacFarlane, gli chiese di dichiarare per scritto: «In nome del Regio governo italiano accetto tutte le obbligazioni verso gli Alleati assunte dai precedenti governi italiani dopo la conclusione dell’armistizio italiano, comprese le lunghe clausole di armistizio. Certifico che ciascun membro del Governo ha personalmente preso conoscenza dei termini di tutte tali obbligazioni.» In aggiunta dovette sottoscrivere: «Il governo italiano si impegna a non riaprire, senza il consenso preventivo dei Governi alleati, la questione istituzionale, fino a quando l’Italia non sarà stata liberata e il popolo italiano non avrà la possibilità di determinare esso stesso la forma di governo.» “In cauda venenum”, Stone precisò che il governo italiano si impegnava a «non ristabilire nuove relazioni diplomatiche con altri Stati senza il preventivo accordo con i Governi alleati». Il ripristino dei rapporti italo-russi era stato ultimo atto di indipendenza dello Stato d’Italia. Scottava ancora. L’emarginazione di Vittorio Emanuele III e il trionfo dei partiti antimonarchici non aveva affatto migliorato la subordinazione dell’Italia alle direttive assillanti degli anglo-americani, divisi nei rispettivi scopi ma concordi nell’imporsi al vinto. Neutralizzando Vittorio Emanuele III, figlio e nipote di re scomunicati dai papi, i partiti sedicenti “laici” riuscirono nel capolavoro storico di introdurre nella Costituzione della Repubblica i Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, guardati con distacco dagli inglesi, anglicani, e dagli statunitensi, ripartiti in un caleidoscopio di chiese evangeliche e riformate. Così finì il Risorgimento di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini. 


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