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La destra non esiste

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Siamo tutti di sinistra

 

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LA DESTRA C'E' MA NON SI VEDE


Un fenomeno tutto italiano

La destra non esiste

Siamo tutti di sinistra

(Rieti, Dec 11 2005 12:00AM)

Aristotele definisce l’uomo un “animale politico” per natura. Si tratta di un’affermazione dal valore simbolico che introduce però considerazioni di elevato spessore in fatto di politica ed offre un quadro dell’epoca del filosofo di grande civiltà e compostezza, quale ai tempi nostri non si riscontra.

La politica è la fucina delle aspettative dell’uomo; aspettative tradotte in linguaggio, confrontate e argomentate da opposte posizioni. Sotto questo profilo, è sempre condivisibile il pensiero di Aristotele, perché vi si definisce il concetto e vi si profila il fatto della politica, attribuendo nel contempo a questa espressione un ruolo necessario agli individui per realizzare la società civile.

Quando in un consesso la politica assume aspetti di intolleranza o viene in qualche modo a cessare il suo esercizio o vene meno la sua funzione di confronto costruttivo, l’individuo si trova ad essere privato di una prerogativa che ne nobilita la condizione.

La società che in origine aveva sperimentato la dialettica della politica come mezzo per giungere a soluzioni sociali mediamente tollerabili, si deprime ed il suo ruolo, da coagulante che era, si fraziona in frange concorrenti la cui opera arresta l’evoluzione. Nei casi aberranti, la tirannia prende il posto della politica, la società si disgrega e le istanze sociali vengono soffocate o mantenute vive solo grazie alla reazione.

La politica pura ha la funzione ideale di esaurire gli antagonismi nella dialettica, con lo scopo di convincere o indurre l’altro a sposare le proprie idee o ad accettare le proprie soluzioni. Ma le molte ragioni dell’individualismo e dell’interesse personale a danno dell’interesse sociale, producono l’eccessivo frazionamento della politica, con risultati del tutto lontani dai propositi dichiarati. Prevalgono quindi gli antagonismi, aumenta il numero delle proposte di soluzione delle attività destinate al conseguimento del benessere sociale e la politica perde il ruolo di istruzione, di indirizzo e di guida; in una parola la politica viene privata della funzione educativa sulle masse, a totale detrimento delle attività umane.

“In politica bisogna guarire i mali, non vendicarli”,  diceva Napoleone III. Ed aveva ragione. Nessuno è mai entrato in politica per contribuire al benessere sociale; la molla che spinge è generalmente quella dell’interesse personale. C’è una rara pubblicazione, La Navicella, che viene ristampata ad ogni legislatura; è riservata ai soli parlamentari e contiene tutti i curricoli dei senatori e dei deputati eletti. Vi si trovano politici di mestiere, che in vita loro non hanno fatto altro che politica. Non credo che il fatto di fare politica per mestiere sia un bene per i cittadini. L’individuo percepisce ormai la politica come un inutile riempitivo mirato a giustificare il mandato popolare. Il peregrinare degli elettori da uno schieramento all’altro, più che appagare una esigenza idealistica, è esercitato per “punire” gli esponenti politici che lo hanno deluso e che non hanno soddisfatto le sue aspettative.

Il progetto aristotelico fondato sulla sublimità della politica, intesa come arte nobile che deve illuminare l’intelletto del popolo, che ne deve esaminare i bisogni e progettarne il futuro, non ha più alcuna possibilità di essere realizzato; certamente a causa degli antagonismi che la politica in sé accende, ma anche perché il quadro sociale moderno è sempre più riferibile alle masse antagoniste, animate da istanze legate al territorio, alla sopravvivenza, alla religione e alle risorse, senza alcun rispetto per le ragioni dell’altro.

Una descrizione attuale delle problematiche legate alla politica strategica mantenuta tra le nazioni l’ha rilasciata lo statista Henry Kissinger nel suo libro “Gli anni della Casa Bianca”:

Le superpotenze si comportano un po’ come due ciechi armati fino ai denti, che si aggirano cautamente dentro una stanza: ognuno crede che l’altro ci veda benissimo, e che da un momento all’altro lo ammazzerà.

Ognuna delle due parti dovrebbe sapere che l’incertezza, il compromesso, l’incoerenza sono spesso la vera essenza della politica; eppure ognuna di esse  tende a credere che l’altra sia dotata di fermezza  di propositi, preveggenza, coerenza politica, che pure sono nettamente smentite dall’esperienza.”

Kissinger è un Aristotele dei nostri tempi, perché ha interpretato in modo realistico la politica e l’ha assunta  non come fenomeno, ma come pratica di garanzia collettiva affidata però alla prudenza dei governanti.

La politica non è una branca della cultura umana di cui discettare nei consessi, ma è una responsabilità, poiché produce effetti, sempre più spesso effetti negativi, che si riversano sulla comunità e sull’individuo, imbrigliandone l’intelletto fino a renderlo passivo.

Ciò malgrado, la politica è necessaria e lo è persino la sua degenerazione. La degenerazione della politica consacra la sua funzione proprio quando tocca il fondo; quello è infatti il segnale che il popolo attende per destituire gli inetti e scacciare i corrotti.

La necessità della politica si dimostra con l’esigenza dell’individuo di continuare ad esercitare le garanzie che riguardano i diritti legati alla persona umana, alla sua dignità, alle sue speranze di giustizia ed all’esigenza di libertà.

Per molti secoli la politica è stata appannaggio di poche persone, munite di un apprezzabile  bagaglio storico, culturale ed economico, che offrivano garanzie alla comunità. Pur parteggiando, com’è naturale, per una o l’altra delle figure impegnate nella politica, la popolazione si affidava totalmente e con fiducia a quella che sembrava più in grado di gestire le emergenze sociali contingenti. Le case regnanti facevano da collante ed i destini della nazione procedevano verso traguardi che sostanzialmente avvicinavano i regnanti al popolo, nel senso proprio della legittimazione reciproca. L’avvento dei regimi cosiddetti democratici e repubblicani ha mutato radicalmente le prospettive della politica. Robert Louis Stevenson, scrive nel suo “Familiar Studies of Men and Books”: “La politica è forse l’unica professione per la quale non si considera necessaria nessuna preparazione specifica”. Non è una considerazione confortante; tuttavia bisogna ammettere che non si tratta di una espressione diffamatoria, né di un luogo comune. Questa convinzione è ormai radicata nell’intelletto del cittadino medio, non solo italiano. Purtroppo questa consapevolezza non scalfisce le coscienze degli addetti alla politica, i quali si gingillano, si beano, perseverano, insistono e discettando dei più vari e articolati argomenti, spesso senza rendersi conto delle conseguenze del loro discettare; si esercitano in attività di puro antagonismo ideologico, talvolta anche negando in risultati e le realizzazioni dell’avversario, se non addirittura contrastandone l’esecuzione in corso d’opera, anche a danno dei cittadini. Questo non è “fare politica”, ma assassinio sociale.

Gli schieramenti della politica, per convenzione, hanno ormai da tempo assunto connotazioni di indirizzo statico alle quali “dovrebbero” (il condizionale è d’obbligo) corrispondere una specifica ideologia, un preciso programma, un corredo di modalità che potrebbero, in caso di prevalenza, assicurare il buon governo. Si tratta soltanto di una convenzione. Gli schieramenti politici si accapigliano su ciò che viene fatto, su come viene fatto, su cosa si sarebbe dovuto fare e sulle conseguenze di ciò che è stato fatto. Ciascuno schieramento si identifica con il settore dell’anfiteatro in cui siede, per cui si parla di estrema sinistra, di sinistra, di sinistra moderata di centrosinistra, di centro, di centrodestra, di destra moderata, di destra, di estrema destra. Si contano almeno nove schieramenti politici, ma in realtà, contando i gruppi indipendenti e la miriade di proliferazioni separate dagli schieramenti ordinari, si giunge a più del doppio di gruppi parlamentari, con un'unica prospettiva: la rissa, ossia la fine della politica, ossia la difficoltà di governare in alternativa all’incapacità di governare. Tra l’altro, dovendo i programmi governativi coincidere necessariamente con i bisogni della gente, sono redatti e contengono le medesime iniziative programmatiche, indipendentemente dalla fazione che li pensa e li elabora. La partita si giocherà sulle modalità e sulle scelte di realizzazione dei programmi da parte di ciascuno schieramento. Ogni scelta andrà ad interagire direttamente con i bisogni dell’individuo il quale, indipendentemente dallo schieramento in cui milita, sa bene cosa è meglio o peggio per lui. La soluzione sta infatti nel compromesso che è figlio della voglia di governare. Quanto più grande è la voglia di governare, tanto più sarà disposta la politica ad accettare il compromesso. Se il compromesso alla fine costringerà la politica a perseguire gli obiettivi che la gente si aspetta vengano perseguiti ed a realizzare i fini dichiarati nei programmi con delle modalità  conformi alle aspettative della gente, le politiche si assomiglieranno sempre di più e gli schieramenti saranno mantenuti in vita soltanto per rispettare la convenzione sociale, ma senza appagare alcuna specifica necessità di tutela dell’ideale politico.

Ecco dunque emergere una prospettiva di valenza epocale: la destra e la sinistra non esistono più. Esistono le esigenze sociali ed il politically correct. Ognuno vorrebbe dire, ma non dice; pensa una cosa , ma ne dichiara un’altra. Le politica che ne risulta è una politica ambigua, non credibile, parolaia e inconcludente che deprime l’elettorato, allontana le speranze e in definitiva scontenta tutti.

E’ pensiero comune che chiunque vinca le elezioni, non cambierà nulla. Molti anzi pensano che potrebbe cambiare tutto, ma in peggio. Tuttavia la politica è, sempre più, destinata a soddisfare le istanze sociali, per cui possiamo dire che siamo ormai tutti di sinistra. Prodi, Berlusconi, Casini, Follini, Fini, poi ancora, la Prestigiacomo, la Mussolini, Calderoni, Mastella, Alemanno, Craxi Bobo e De Michelis: in fondo sono tutti uomini di sinistra.  C’è un vasto repertorio di dichiarazioni rese alla stampa da ciascuno di loro, di sit-in trasversali, di frasi ambigue, di dichiarazioni e commenti fuori onda, di critiche più o meno larvate al compagno di cordata, ammiccamenti e avances, che condurrebbero all’area che si dichiara di destra negli schieramenti parlamentari, ma che poi fa di tutto per apparire di sinistra. La prova vivente della “confusione” dei ruoli e delle ideologie è il “mostro” politico Pannella. Le istanze di Pannella sono dichiaratamente di sinistra; i radicali si chiamano tra loro “compagni”. Però, quando si parla di magistratura e sindacati, la visione del problema da parte dei radicali coincide con quella della destra. Fino all’ultimo minuto, prima del definitivo imparentamento dei radicali con lo SDI, la possibilità che i radicali confluissero nello schieramento di destra è stata valutata come ampiamente possibile dagli osservatori. Eppure Pannellla si è schierato con la sinistra. Che significa? Significa che la destra non esiste o non è mai esistita.

C’è chi sogna ancora la balena bianca. Nel ventre del grosso mammifero convivevano, come ha mostrato la diaspora democratica cristiana, due anime: di diavolo e l’acqua santa. Le conoscevamo le due anime della democrazia cristiana: quella dei “franchi tiratori” dichiaratamente di sinistra, quella moderata, ma ugualmente ambigua e inaffidabile, capace di qualificarsi di destra pur di non perdere l’elettorato, salvo poi a fare l’occhiolino ai sanculotti  cattocomunismi ed accettare il compromesso. Si giunse persino a parlare di “compromesso storico”. In questo particolare momento politico Mastella è l’elemento più esposto alla confusione dei ruoli e delle ideologie. Lo abbiamo visto manovrare in modo sporco al tempo dell’ormai famoso ribaltone; ora lo osserviamo con un piede nella staffa berlusconiana, sotto lo sprone incalzante di Cirino Pomicino, l’infiltrato del Cavaliere. Mentre Cossiga, il Presidente emerito e l’inossidabile Andreotti, sono i reperti archeologici di un passato che meglio impersona l’ambiguità della dissolta D.C.

La differenza che viene portata a simbolo della incapacità di prevalere della destra è la disparità nella cultura. La cultura viene sempre indicata come un fenomeno prettamente di sinistra, con giustificazioni sinceramente pretestuose. Se manca una cultura di destra, vuol dire che la cultura è un fenomeno che si verifica soltanto a sinistra. Del resto, tutte le espressioni della cultura, prendono come spunto di ispirazione la sofferenza dell’uomo, i motivi sociali, il lavoro, la lotta di classe. Ciò che rimane è paccottiglia da cassetta, buona per l’intrattenimento del ceto medio e delle classi parassite. Ergo: tutti gli uomini di cultura, anche quelli di destra, se ve ne sono, sono e si dichiarano in realtà di sinistra. Lo si evince dagli argomenti della loro ispirazione oltre che dalle frequentazioni e dalle ostentate dichiarazioni schierate. Quelli di destra non lo sanno; anzi, non lo vogliono sapere. Ma è così. Del resto, il movimento più di destra che l’Italia abbia mai conosciuto, cioè il fascismo, nasce da una costola della sinistra socialista di Nenni. Anche la tragica Repubblica di Salò era Sociale e il Movimento nato nel dopoguerra e relegato per cinquanta anni fuori dall’arco costituzionale era Sociale anch’esso. E Forza Italia, non è forse socialista? Poi ci sono i Ferrara, i Bondi, i Guzzanti, che adesso, senza troppa difficoltà, militano nelle fila di Forza Italia, hanno militato nelle file del partito comunista e si sono indottrinati alle Frattocchie, seduti sugli stessi banchi di Fassino & Compagni.

In conclusione. La destra è un’illusione che in fondo non è mai esistita perché se andiamo a ben guardare, siamo tutti di sinistra. Certamente questa è una rivelazione che andrebbe fatta digerire anche a Bertinotti, Fassino, Prodi e Rutelli, spiegando loro che è perfettamente inutile prendersela con gli innocenti compagnucci della parrocchietta. La soluzione sta nella concertazione, già sperimentata in Venezuela e riproposta in Germania da Angela e Schöreder. Concertazione che dovrebbe preludere alla pacificazione generale, ne più ne meno di come è riuscito a fare Franco in Spagna.

Forse dopo questa rivelazione la politica potrebbe riassumere il ruolo che Aristotele immaginava: un ruolo legato al destino dell’uomo in quanto soggetto di diritti ed alla società quale palestra per l’esercizio di questi diritti, in cui la politica sopperisce alle necessità dell’individuo assicurandogli la completa partecipazione alle decisioni che lo riguardano, senza gabbarlo, senza isolarlo e senza tentare di sottometterlo.


 

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