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Le Celebrazioni del 25 Aprile aiutano Rutelli

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Se vincesse Alemanno, il PDL incontrerebbe maggiori difficoltà a governare

 

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25 Aprile intorno al Cupolone


Roma sceglie il Sindaco

Le Celebrazioni del 25 Aprile aiutano Rutelli

Se vincesse Alemanno, il PDL incontrerebbe maggiori difficoltà a governare

(Rieti, Apr 25 2008 12:00AM) Mentre i leaders politici nazionali sono intenti a battere il ferro caldo delle elezioni politiche appena concluse, per sostenere i candidati alla poltrona di Sindaco di Roma, sotto la cenere rovente della solenne disfatta della Sinistra l’Arcobaleno si prepara con livore inusitato la resa dei conti nei confronti dei responsabili della solenne sconfitta e si stendono i piani delle azioni di piazza da mettere in campo per rendere difficile la vita a Berlusconi, per vanificarne i progetti e per contrastarne l’azione di Governo. E’ stato detto e ripetuto che diventare Sindaco di Roma darebbe a Rutelli ed al PD la rivincita dopo la solenne batosta delle Politiche, mentre la vittoria di Alemanno confermerebbe la svolta della maggioranza degli Italiani in favore del PDL e darebbe alla coalizione di Centro Destra più forza e maggiore credibilità. Vera la prima opzione, parzialmente vera la seconda. In realtà, se vincesse Alemanno, per Berlusconi sarebbe veramente dura. I sinistri “Sinistri” si stanno organizzando. Sono bastate poche “chiamate” per ricompattare il fronte antiberlusconiano. Sono già al lavoro pseudo giornalisti, sedicenti comici, vignettisti da strapazzo, commentatori col peperoncino e cronisti all’amatriciana. Ci risiamo dunque: qualunque argomento è buono per scantonare su Berlusconi, responsabile atavico di tutti i mali italiani. La spazzatura napoletana, il degrado ambientale, i disoccupati, la recessione economica e persino gli ammanchi di marmellata nella dispensa di Pierino che per colpa sua “non arriva alla fine del mese”. Dimenticano questi cantastorie che se ci troviamo in queste con dizioni lo dobbiamo a Prodi e Ciampi ci hanno trascinato nel “Sistema Euro” accettando le imposizioni della combriccola dei banchieri europei. Roma è stata la roccaforte della Sinistra negli ultimi quindici anni. La riconquista di Roma varrebbe oggi per il Centro Destra e soprattutto per AN quanto la vittoria alle politiche, sia dal punto di vista morale che ideologico. Certo, il calendario, con le sue ricorrenze, non dà una buona mano ad Alemanno. Oggi è il 25 aprile e nelle piazze riecheggia la parola d’ordine dell’odio di classe, sventolano le bandiere della contrapposizione politica e si materializzano i fantasmi dello scontro sociale che, nelle minacce degli sconfitti della passata tornata elettorale, è destinato ad alimentare il ricordo distorto di una pagina di storia lacunosa e partigiana che punta a delegittimare quella fetta di paese moderata ed operosa che non ne può più di malgoverno, di egemonizzazione comunista, di disorganizzazione amministrativa, di mala giustizia, di tasse insostenibili, di povertà e miseria, di favoritismi e ruberie, di criminalità diffusa. Ci mancherebbe solo la lotta di classe per fare l’en plaine. Intanto, per mantenere il clima di odio, i palinsesti televisivi in questi giorni ripropongono le logore immagini viste e riviste di quei poveri malcapitati deportati dai Nazisti, vestiti a righe, aggrappati ai fili spinati o stipati nei carri bestiame. Mai una parola però sugli eccidi compiuti a guerra finita dai comunisti italiani contro i vicini di casa indifesi, il più delle volte innocenti: agricoltori pacifici, operai disciplinati, giovani donne. Vendette personali, piuttosto che atti di guerra necessari a “liberare” il Paese, visto che l’armistizio era già stato firmato e la guerra era ormai finita. Lo stesso massacro di Mussolini e della Petacci non può essere giustificato da alcun Codice. Non parliamo poi della esposizione dei loro cadaveri appesi per i piedi a Piazzale Loreto. Che spettacolo indegno! Che urgenza c’era di fucilarli senza processo? E cosa c’entrava Claretta con le colpe del Fascismo? Nessun Giudice si fece mai carico di perseguire i responsabili del vilipendio di quegli innocui cadaveri. Le narrazioni di Paolo Pansa sono l’unica voce controcorrente che si adopera ed insiste per alzare i veli di silenzio e di ipocrisia con i quali la storia dei compromessi che ha generato questo brutto Paese ha coperto per decenni la verità sui massacri comunisti contro gli Italiani in Italia, nell’Istria e in Russia. Non ce ne dimentichiamo. Il Venticinque Aprile è soltanto un pretesto per mantenere vivo l’odio ed è una giornata che dovrebbe essere cancellata e dimenticata. La Liberazione l’hanno fatta le Armate Alleate anglo-americane non i Partigiani che più di una volta hanno compiuto azioni avventate che sono poi costate la vita ad innocenti (Fosse Ardeatine e altre pagine di sangue). La Spagna di Franco, che comunista non era, si è rappacificata da decenni. La Jugoslavia di Tito, che comunista invece era, è ancora infuocata dall’odio etnico. Persino l’Argentina, persino il Cile, hanno trovato un modus vivendi che soddisfa appieno i loro popoli. L’Italia si è invece fermata al 25 aprile e a nulla vale che qualche Sindaco impedisca che si canti “Bella ciao!” piuttosto che l’Inno nazionale. Sul capo degli Italiani pende non la rappacificazione, ma la minaccia dell’odio perpetuo che prima o poi sfocerà ancora nella lotta armata fratricida. Il Bicentenario della nascita di Garibaldi è passato sotto silenzio, ma pochi se ne sono rammaricati. E’ un buon segno. D’altronde Garibaldi è il simbolo di una Unità d’Italia traballante e inopportuna, tanto è vero che da circa due decenni sono proprio i discendenti degli invasori di allora a reclamare che in Italia si attui almeno il federalismo, se non addirittura la secessione. Diciamocelo a tutte lettere una buona volta: il progetto Unità d’Italia è ampiamente fallito. Il Settentrione non è riuscito ad esportare nel Meridione i principi che governano le società civili mitteleuropee ed ha mantenuto la facciata monolitica di un territorio nazionale che è invece coeso solo geograficamente. Un Meridione tenuto in piedi da sovvenzioni prive di oneri, da assistenzialismo peloso e da connivenze governativo-mafiose che hanno rallentato il progresso ed esaltato le differenze etico-sociali. Così, nell’immaginario collettivo dell’Italia che conta, il Meridione è rimasto quello che era considerato dal Piemonte nel 1860: una maleodorante appendice territoriale popolata da mafiosi e da briganti, da agricoltori analfabeti e terroni, da soggetti maleducati e poco intelligenti, carne da cannone da sacrificare qualche decennio dopo sui fronti dell’orgoglio savoiardo e tra le dune di un colonialismo inutile e fuori tempo massimo. Dobbiamo quindi constatare che la coesione di questa nostra sfortunata Nazione non è stata ancora attuata. La nostra terra continua ad essere teatro di contrasti e divisioni. I buoni motivi che dovrebbero unirci scadono nel personalismo e nell’improvvisazione ed a guadagnarci sono i concorrenti stranieri che ci copiano i marchi ed imitano e riproducono il nostro patrimonio più rappresentativo dell’italianità, vero collante tra i differenti localismi: la cucina, i vini, i formaggi ed oggi persino la mozzarella di bufala, grazie alla camorra ed a Bassolino. L’Italia soccombe ormai alla concorrenza straniera persino in fatto di turismo, di ospitalità, di patrimonio artistico ed archeologico, di tradizioni culturali e religiose, di ingegno e di genialità. In effetti siamo passati dal “Me ne frego!” al “Che me frega?...” e non sarà facile ricostituire l’orgoglio italiano, ora che vanno di moda i gay pride. Bisogna dunque ritrovare le sinergie perdute o cancellate dalle connivenze cattocomuniste in nome di un antifascismo becero e ideologico. Il paradigma “Dio-Patria-Famiglia” con il quale Mazzini spronava gli Italiani alla fede nell’unità nazionale, potrebbe ancora vincere la sfida che minaccia con prepotenza il futuro della nostra generazione. Dovremmo soltanto modificare il paradigma mazziniano, rielaborandolo in una forma più completa e attuale: “Oratorio-Caserma- Famiglia-Scuola-Lavoro”. Il compito dei Governi dovrebbe infatti essere quello di puntare alla formazione dei futuri cittadini, creando una fitta rete di rapporti sinergici orientati a restituire alla famiglia il valore fondante della società, passando per una scuola riformata, insegnanti motivati e selezionati, rivalorizzando la funzione educativa e formativa della religione, promuovendo e modulando la formazione nei settori del lavoro e delle professioni in rapporto alle necessità del Paese e ripristinando l’obbligatorietà del servizio di leva esteso alle donne. La scuola dovrebbe diventare il punto primario di convergenza di tutte le attività educative e formative. Il servizio militare, anche se di breve durata, ha sempre svolto un ruolo principe nella maturazione dei giovani. La Caserma è una fucina dove si insegna il senso di responsabilità, la solidarietà, l’ordine, la disciplina, il rispetto delle regole, il rispetto dell’autorità, la lealtà, l’onestà. A dispetto di tutti gli antimilitaristi d’annata. Se fallisse il tentativo di Berlusconi, forse l’ultimo possibile, di ristabilire in Italia l’ordine e l’autorità e di creare, prima ancora che di risanare i conti pubblici, un clima di pacificazione produttiva, scatterebbe inevitabilmente il segnale di una crisi sociale e di una recessione economica inarrestabili che ci porterebbe fuori dall’Europa e ci ridurrebbe in miseria e preda di estremismi. Peraltro in un teatro sociale fortemente contaminato dal relativismo culturale, dalla pressione degli insediamenti delle comunità straniere non integrate (islamica, cinese, rom, africana), dallo strapotere malavitoso, dalla frantumazione dei riferimenti sociali tradizionali, non so quanto possa oggi ottenere da un Sindaco una popolazione qual è quella di Roma, bisognosa di una miriade di interventi e dispersa in un territorio troppo vasto e articolato. Negli anni scorsi a Roma si sono trascurati gli interventi fondamentali per correre dietro ad esperimenti che hanno richiesto l’impiego di ingenti somme che alla fine non hanno rilasciato alcun risultato utile e tangibile (notti bianche, feste, concerti, manifestazioni, eventi, consulenze milionarie, progetti faraonici rimasti sulla carta che hanno divorato miliardi). La situazione della viabilità, dei trasporti, degli asili nido, dei senza casa, degli accampamenti rom, degli stupratori, dei vandali, dei borseggiatori, del degrado strutturale e dell’inquinamento territoriale è drammatica. La città appare come un territorio di nessuno, privo di vigilanza, affidato alla “buona volontà”. Ogni settore si muove in una sua propria monade e nessun settore si coordina con gli altri. L’immagine che se ne percepisce è quella di un mostro con molte teste, ognuna delle quali pensa ed agisce per proprio conto senza curarsi dell’effettivo bene collettivo. Nella città di Roma, tra Poliziotti, Carabinieri, Finanzieri, Militi delle Forze Armate, Forestali, Vigili del Fuoco, Vigili Urbani ed Ausiliari, si contano così tante unità che ci si potrebbe controllare il territorio metro per metro, ininterrottamente, giorno e notte. Cosa manca, allora? Forse manca la testa unica plenipotenziaria. Nessun Alemanno, nessun Rutelli, al contrario di Giuliani a New York, ha il potere di intervenire radicalmente sui problemi, di coordinare il complesso delle strutture, di decidere le scelte fondamentali. Ci sono troppe teste che comandano ed ognuna si interessa del proprio orticello, mentre intorno a loro la città muore. Oltre alla testa unica, manca il coraggio: il coraggio di legiferare, il coraggio di affidare insieme al potere anche le responsabilità, il coraggio di intervenire, di giudicare, di condannare, di far scontare le pene. Tutto ciò purtroppo nasce dal retaggio che ci ha lasciato il 25 aprile e che ci perpetua la sua commemorazione: la paura di essere tacciati di fascismo che si è via via tramutata in paura di affermare i principi di autorità, ordine, educazione, dovere, rispetto, legalità. Così ci ritroviamo ospiti infelici di un treno che affonda in un pantano, privati dalla stessa storia di un capo treno qualsiasi che si prenda la briga di fischiare la partenza. E il treno continua ad affondare! Alle nostre spalle l’esperienza fascista, che la ricorrenza della liberazione tende sempre di più a trasformare in un’ombra dietro cui nascondere i motivi del consenso che fino all’entrata in guerra riscuoteva Mussolini. Davanti a noi il mormorio dei sinistri Sindacati e della Sinistra l’Arcobaleno che si preparano a prendersi la rivincita. Forse mobilitando ancora no-global e blak-blok che probabilmente sfasceranno altre vetrine e distributori, incendieranno ancora automobili e cassonetti e forse si faranno un’altra volta manganellare dagli addetti all’ordine pubblico. Dopo quaranta anni esatti dal Sessantotto si ripropone, come “soluzione” alla crisi della politica e dei Governi, non già una presa di coscienza da parte di tutti gli “eletti” al Parlamento, non già il proposito di condotte morigerate e buongoverno, bensì il lugubre spettro déjà vue della lotta armata, delle bottiglie molotov e dei cubetti di porfido. Povera Italia! Intanto stiamo a vedere chi sarà il Sindaco di Roma.

 

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