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I baroni agnelli contro la lupa Gelmini

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


La scuola č un colabrodo: soldi spesi male e risultati mediocri

 

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Mariastella Gelmini alla Pubblica Istruzione


Aria di riforme

I baroni agnelli contro la lupa Gelmini

La scuola č un colabrodo: soldi spesi male e risultati mediocri

(Rieti, Dec 3 2008 12:00AM)

Stiamo vedendo all’opera il nuovo ministro della pubblica istruzione. Stiamo anche assistendo alle manifestazioni antiGelmini, incomprensibili e preoccupanti. Questioni marginali portate in piazza con clamore da improvvisati sodalizi, privi della benché minima plausibilità. In tutto il bailamme scatenato da una opposizione fatua e inconcludente e almeno di conforto sapere che il Ministro tirerà comunque diritto. La Gelmini dovrà prima o poi prendere coscienza di alcune questioni fondamentali che riguardano il suo Ministero ed in particolare la tutela delle prerogative del Ministro dell’Istruzione. E’ necessario che da subito il Ministro tenga duro e non si faccia scippare, come avviene di solito, il suo ruolo dai direttori generali che, per quanto ho potuto osservare in questi anni, sono tutte pedine piazzate nei posti chiave dai precedenti ministri, i cui intendimenti non vanno di certo nella direzione di questo Governo. E’ quindi necessario adottare tattiche dissuasive che contrastino le resistenze interne al Ministero, altrimenti sarà difficile realizzare il programma. Gli uffici romani di via Arenula e, per li rami, tutti gli organismi scolastici periferici, le strutture regionali, i CSA (gli ex Provveditorati) e le Dirigenze scolastiche, agiscono ormai sotto il controllo del sindacato che limita grandemente il potere degli amministrativi indirizzandolo con l’arma del veto al soddisfacimento di fini politici, ma contaminati da risvolti personali e conflitti d’interesse. La commistione tra funzionari del ministero e sindacalisti è avvenuta lentamente, per osmosi, nel corso delle precedenti legislature, favorita dai codicilli e infilata di soppiatto nelle innumerevoli riforme susseguitesi, nel quadro di un disegno complesso pensato dal sindacato unitario e realizzato attraverso la collocazione di quinte colonne nei settori sensibili dell’organizzazione scolastica. Così è diventato quasi impossibile sapere dove finisca l’interesse politico e dove cominci quello personale. Per fortuna sono individuabili i conflitti d’interesse che hanno generato la commistione. II risultato dell’esasperata ingerenza del sindacato nella gestione dell’istruzione è sotto gli occhi di tutti. Il reclutamento selvaggio, realizzato nel corso degli ultimi decenni, di un corpo insegnanti in massima parte scadente sotto il profilo della preparazione culturale e delle capacità didattiche e l’insediamento di dirigenti scolastici provenienti dal sindacato, moralmente obbligati a tributare a quest’ultimo perenne gratitudine per aver favorito la compiacente progressione di carriera. Abbiamo conosciuto maestri elementari, talvolta anche maestre giardiniere, muniti di lauree conseguite in ritardo, che improvvisamente si sono trovati a dirigere istituti comprensivi senza possedere il bagaglio di una preparazione specifica o di un adeguato tirocinio, attraverso i quali acquisire la conoscenza del compiti del dirigente, delle tecniche del management, dell’organizzazione e coordinamento. Gli uffici del ministero sono officine nelle quali si elaborano decreti, ordinanze, direttive e circolari dal contenuto farraginoso, astruso e spesso incomprensibile ed equivoco, fitto di richiami a pregresse normative che si intrecciano e si sovrappongono alle leggi finanziarie eludendo il blocco delle assunzioni ed elaborano espedienti per aggirare la legislazione di bilancio. Servirebbe a ciascun docente il soccorso interpretativo di esperti il cui onere i destinatari delle norme non si possono permettere. Si deve dunque fare ricorso al sindacato, il cui rappresentante conosce già i nomi di cloro che dovranno occupare le cattedre che si renderanno libere e quindi scoraggia gli interlocutori, li porta fuori strada, nega loro l’evidenza dei fatti. Tanto, i giochi, grazie al patto d’acciaio tra CSA e sindacato, sono ormai fatti, per cui agli aspiranti non resta altro da fare che soccombere. Le strutture periferiche scolastiche (gli ex Provveditorati) a loro volta sono laboratori di analisi socio-strutturale delle predette normative, ed i funzionari sono costantemente alla ricerca degli interstizi attraverso cui far “passare” i provvedimenti che interessano i loro protetti ed i raccomandati del sindacato, naturalmente ai danni dei novelli sense papier che si vedono privati dei loro diritti, ostacolati nelle aspettative, sorpassati nelle graduatorie, mortificati agli sportelli e derisi dai colleghi. I responsabili di tale situazione hanno varia connotazione. Talora si tratta di rappresentanti sindacali interni che occupano poltrone strategiche dalle quali osservano gli accadimenti per poi riferirli al sindacato il quale interviene tempestivamente per imporre agli amministrativi la soluzione sindacalizzata. Altre volte si tratta di dirigenti interni al CSA che, per agevolare loro protetti, si prestano a chiudere un occhio, talvolta anche due, pur di agevolare lo scambio di favori. Quando inizia l’anno scolastico, nel posto conteso ci va il raccomandato e vani sono i tentativi di far valere le proprie ragioni. Il Dirigente del CSA, con atteggiamento insofferente, spiega che nell’anno precedente si è verificato un errore, che comunque si tratta di un errore ormai “sanato” e che semmai andava presentato ricorso dalla parte lesa nei termini stabiliti dall’Ordinanza. Il docente si rende allora conto di essere incappato in una situazione kafkiana senza via d’uscita. E’ sempre più demotivato e privo di mezzi di difesa, perché sa che il sindacato “difende” solo gli amici!... Del resto lo aveva già anticipato Giovanni Giolitti in tempi non sospetti quali sarebbero stati i rapporti tra i cittadini italiani e la pubblica amministrazione: “Per i nemici la legge si applica, per gli amici si interpreta”. Il motto fa ancora oggi bella mostra di sé in qualche ufficio ministeriale, quindi la storia è vecchia e si può ben dire che il malaffare nella pubblica amministrazione comincia proprio con l’unità d’Italia. Non di meno Andreotti ha sempre ripetuto che “Il potere logora chi non ce l’ha”. L’adagio era rivolto ai suoi detrattori che il potere non avevano, ma a margine esaltava il danno sociale del sistema giolittiano. E’ destino degli Italiani avere a che fare sempre con potenti “pre”, “stra” ed “onni” e la riprova sta proprio nelle enunciazioni fatte da Giolitti ed Andreotti i quali, pensando di spiegare la loro visione dell’esercizio del potere, involontariamente hanno illustrato le modalità con le quali la pubblica amministrazione svolge le politiche sociali. E’ sperabile che il Ministro Gelmini abbia intanto avuto il tempo di acquisire tutti gli elementi valutativi circa il degrado che ha contaminato la scuola sia nelle aule che negli uffici centrali e periferici. Una piaga quella scolastica iniziata con l’abolizione del “giuramento” e proseguita con i provvedimenti di riforma che il sindacato è riuscito a far passare con il compiacente assenso dei partiti della prima repubblica; primo fra tutti il reclutamento dei docenti attraverso la pratica del “doppio canale” e non ultimo quello della privatizzazione dell’impiego pubblico. Riforme queste volute dalla triplice sindacale per ampliare il numero degli iscritti, aumentare la propria influenza sugli atti amministrativi ed esasperare il potere di condizionamento nell’interpretazione delle norme scolastiche. Gli insegnanti, defraudati nelle loro legittime aspettative, dopo essere stati penalizzati a vantaggio di soggetti legati quando al sindacato e alla politica, quando alla classe dirigente, maturano la convinzione che a manovrare l’amministrazione scolastica provveda una organizzazione di tipo mafioso contro la quale è perfettamente inutile lottare. In effetti certi comportamenti osservati e certe situazioni verificate hanno del delittuoso. Forse il legislatore potrebbe rimediare inserendo nel diritto penale sostanziale il delitto di “appartenenza ad organizzazione scolastica mafiosa”. E non è neanche il caso di meravigliarsi: proprio in questi giorni metà delle università italiane sta sotto inchiesta giudiziaria per i motivi più vari e compromettenti. A ben vedere, mancano solo i “pizzini”, anche perchè tutto avviene impunemente, alla luce del sole. Sono vieppiù convinto che non ci sia nulla di più illegittimo che immettere in ruolo gente che non ha sostenuto né prove di concorso scritte, né esami orali. Le assunzioni fatte con il cosiddetto “doppio canale”, pur conservando una parvenza di legalità perché previste da accordi fra il Sindacato e il Ministero, in realtà costituiscono il peggior sistema di assunzione a tempo indeterminato che sia mai stato inventato. Peraltro, con questo sistema, si alimentano i ruoli permanenti degli insegnanti con gente che, non avendo dovuto affrontare una selezione, non ha acquisito elementi tecnico operativi e nozioni di didattica e generalmente ha un’anzianità di servizio inferiore a quella dei vincitori di concorso cui è destinata soltanto metà delle cattedre disponibili. Aberrante!.... Proprio nella scuola, si reclutano i quadri insegnanti tra i somari. Poi ci lamentiamo che la scuola va male. E allora, diciamolo,… senza falsi pudori. I funzionari scolastici a tutti i livelli, quando non sono essi stessi sindacalisti, sono generalmente legati al sindacato con cui lavorano fianco a fianco, cercando di collaborare reciprocamente per mandare avanti la baracca. E’ così che talvolta, alcuni dicono troppo spesso, si finisce per acquisire una praticaccia spicciola che induce i protagonisti a scambiare il loro ruolo istituzionale per una funzione da gestire come cosa propria. Va da sé che ogni tanto qualcuno dovrà chiudere gli occhi sulle violazioni della normativa scolastica. E’ così che si finisce con l’abusare del potere conferito dalla legge. Allora le nomine, i trasferimenti e le assegnazioni finiscono con l’essere gestiti non da posizioni super partes, applicando la legge senza favoritismi e senza interpretazioni partigiane delle ordinanze e dei decreti del Ministro, ma per realizzare obiettivi diversi. Il Ministro Gelmini dovrà dunque riappropriarsi di tutto il potere che la legge gli conferisce in ambito legislativo ed amministrativo, sottraendo al sindacato quello di cui si è inopinatamente appropriato e limitando alquanto quello dei direttori generali e dei funzionari periferici ai quali non deve essere concessa discrezionalità, ma solo il compito di applicare la legge, senza “interpretarla”. Intendo dire che le attività dei funzionari scolastici centrali e periferici devono essere condizionate al punto da non consentire loro di “applicare” o “interpretare” le norme a seconda dei soggetti destinatari dei provvedimenti. Devono quindi essere introdotti meccanismi di controllo capillari e reali a tutela della legalità ed a protezione della funzione amministrativa. Il compito sarebbe più semplice qualora si riuscisse ad abrogare quella scandalosa riforma della privatizzazione dell’impiego pubblico, passando per l’introduzione di un codice deontologico, con il ripristino del giuramento di fedeltà e l’adozione di mezzi idonei ad assicurare la certezza dei controlli e delle sanzioni disciplinari. Tutti i dirigenti scolastici che conosco hanno militato o militano nel sindacato. E’ inquietante che per diventare dirigente scolastico si debba prima aver militato nelle sezioni provinciali, regionali o nazionali del sindacato, piuttosto che aver seguito corsi di formazione rigorosi, affrontato esami difficili ed aver dimostrato la propria preparazione e le proprie capacità ad esaminatori incorruttibili, competenti e qualificati. E’ surreale che si sia costretti ad assistere a balletti il cui epilogo è stato già deciso dalle dirigenze sindacali, con l’acquiescenza dei funzionari amministrativi i quali, invece di garantire la rigorosa applicazione della legge finiscono con l’assecondare il sindacato, per quieto vivere o per ricambiare un favore. Si diceva della farraginosità e complessità delle norme scolastiche. Ne consegue che i Tribunali del Lavoro, chiamati a dirimere i contenziosi, finiscano con l’assumere decisioni che si adagiano sui contenuti delle memorie difensive redatte dai CSA (Provveditorati), poco o nulla concedendo alle tesi difensive dei ricorrenti. C’è infine da regolare il “mercato” delle supplenze. E’ del mese scorso la notizia, proveniente dal territorio campano, del “pizzo” pagato da docenti precari a sindacalisti corrotti, in cambio di supplenze (ma siamo certi che la cosa sia avvenuta solo a Napoli?). I meccanismi di presentazione delle domande per trasferimenti, assegnazioni, incarichi e supplenze, i sistemi di valutazione del punteggio e di formazione delle graduatorie, il passaggio in ruolo attraverso il doppio canale, le oggettivamente inaccettabili precedenze concesse agli invalidi civili, le costose procedure per l’impugnazione dei provvedimenti amministrativi, rappresentano un vulnus che favorisce la commissione di abusi che rimangono impuniti (non si è soliti leggere di punizioni esemplari inflitte a chi ha commesso errori che hanno favorito qualcuno a danno di un altro). I predetti meccanismi si concretizzano nel Palazzo di Via Arenula e precisamente negli uffici dei direttori generali, assistiti dai rappresentanti sindacali i quali, portando avanti la difesa a oltranza di non meglio identificati “lavoratori”, costringono i funzionari amministrativi ad infarcire ordinanze, decreti, direttive e circolari con annotazioni apparentemente innocue che sono invece studiate “a tavolino” per creare gli spazi dell’abuso in periferia. Presso il Ministero dell’Istruzione si partoriscono infatti ordinanze dai contenuti tra loro discordanti, zeppe di richiami a leggi antidiluviane più volte modificate ed integrate, nei cui meandri soltanto un esperto riesce a muoversi agevolmente. Ciò crea le condizioni perché i dirigenti periferici possano usare a piacimento del potere discrezionale loro assegnato che facilita l’abuso di potere che si concretizza nella emissione di atti illegittimi, palesemente nulli, la cui impugnazione da parte dei docenti richiede esborsi di danaro, oltre al supporto di un’avvocatura qualificata nel ramo, cosa non facile da individuare. Insomma, la pubblica istruzione italiana in ambito operativo scolastico ed in ambito amministrativo gestionale, è un colabrodo che fa acqua da tutte le parti. Si spendono somme rilevanti senza il conseguimento di risultati adeguati e domina una incapacità gestionale e organizzativa che dà luogo ad improvvisazioni e genera disordine. Ciò consente di favorire le fasce protette dal sindacato mediante l’immissione in ruolo di fiancheggiatori politicizzati, sprovvisti di una preparazione professionale soddisfacente ed orientati ad alimentare il disordine, l’improvvisazione e il pressappochismo, oltre che favorire la cultura sfacciata del quantaltrismo e del benaltrismo. E’ un fatto che in Italia non siano mai state realizzate istituzioni destinate alla formazione del docente e che non è mai stato adottato un metodo unico di insegnamento, anzi, mancano addirittura i teorici del metodo e, stando così le cose, mancherebbero anche i garanti della sua applicazione. In realtà, l’applicazione di un metodo di riferimento è vista dal sindacato come un attentato alla libertà d’insegnamento, con i risultati che You Tube ha ampiamente documentato: distruzioni di strutture e suppellettili, danneggiamenti, bullismo, studenti che palpano il sedere di avvenenti insegnanti che stanno in cattedra non si comprende in virtù di quali prerogative. Manca inoltre una figura che dovrebbe valutare se un docente è idoneo a svolgere correttamente e produttivamente le sue funzioni, dopo che le varie riforme che hanno azzerato la riforma Gentile hanno creato, in sostituzione dei Presidi, i Dirigenti Scolastici, investendoli di ruoli amministrativi, ma sottrraendo loro ogni potere di ingerenza nella funzione didattica. L’adozione del “tutor” non ha supplito. Chi ha insegnato ai tutor a fare il tutor?... Nessuna ordinanza prevede controlli e verifiche al modo di insegnare. Nessuna legge, nessun decreto, nessuna circolare ministeriale traccia l’itinerario per la formazione dei docenti o scandisce i provvedimenti da adottare in caso di provata inadeguatezza dell’insegnante o di incapacità formale e sostanziale. Così la social democrazia, attraverso i suoi adepti più rappresentativi, incidentalmente fedeli seguaci di Gramsci, ha portato avanti con successo l’egemonizzazione della scuola, prodromica rispetto alla egemonizzazione del Paese, mediante l’impoverimento mentale delle giovani leve, realizzato nella pratica con attività futili ed inutili definite pomposamente “crediti” ed ideologicamente mediante la scristianizzazione della società studentesca, realizzata attraverso la disinformazione storiografica e politica ed il plagio dei soggetti più deboli della popolazione scolastica le cui coscienze vengono indirizzate verso falsi ideali e verso una visione della società basata sul positivismo, sull’indifferenza, sulla mortificazione della libera iniziativa, sull’inerzia mentale, sulla subcultura e sul privilegio. Purtroppo, il confessionale è stato sostituito dalla gogna mediatica. Le nuove generazioni infatti non desiderano altro che di comparire in TV e spiattellare a milioni di compatrioti in ascolto i loro fatti privati, “confessare” le loro malefatte, piangere, chiedere perdono e scusa, rifare pace con figli abbandonati, mariti e mogli traditi e genitori fuggiti o abbandonati. Con la conseguenza che il merito a scuola si valuta sulla linea dell’appiattimento, voluto e sollecitato, poiché un docente che non conosce la materia e che per giunta non sa insegnare, difficilmente saprà redigere una graduatoria sulla base del rendimento e del merito reale dei discenti. Visto da fuori, sembra come se a questa scuola ed a questo sindacato non interessi che escano cittadini colti, autonomi e maturi, abituati a ragionare e decidere con la loro testa ed a progettare i loro futuro e si ha come l’impressione che a questa generazione di dirigenti interessi piuttosto sfornare nipoti del ’68 asserviti alla politica e buoni per fare una improbabile rivoluzione. Non riesco a dimenticare i comizi di Cofferati ai tempi delle lotte contro la soppressione dell’art. 18 dallo Statuto dei lavoratori. Discorsi pieni di odio di classe, con ripetizione del nome e cognome dei “nemici dei lavoratori”. Poi fu ucciso il professor Marco Biagi, Cofferati fu indagato come mandante dell’omicidio, ma tutto si concluse con un’archiviazione. Oggi sono cambiati i sindacalisti e sono cambiati anche i motivi della protesta, ma il sistema è rimasto: il sindacato porta in piazza migliaia di cittadini, arringa le masse, anima la protesta ed indica con nome e cognome il nuovo nemico dei lavoratori che oggi si chiama Mariastella Gelmini, Ministro dell’istruzione. Basta guardare cosa succede in questi giorni nelle piazze italiane, nelle aule e davanti agli istituti scolastici. Striscioni con slogan ed insulti, plagio dei minori, incapacità dei genitori di reagire per timore di ritorsioni e vendette; la parte sana della popolazione ha paura della piazza, dei disordini, della violenza e perciò stesso rinunzia a contestare i provocatori e gli agitprop e sopporta violenze, disordini, sospensione delle lezioni, striscioni con bufale, maestre vestite a lutto, temi contro il ministro dell’istruzione e baroni dell’università travestiti da agnelli che vorrebbero sbranare la lupa Gelmini pur di non perdere i privilegi conquistati nel corso di carriere universitarie che hanno del miracoloso. Gli episodi che hanno caratterizzato gli scioperi e le proteste anti Gelmini dei giorni scorsi andrebbero analizzati in una prospettiva molto ampia che contempli il diritto dei docenti di manifestare il proprio dissenso, ma che non trascuri l’influenza negativa che tali manifestazioni, specie se condotte con l’ausilio di travestimenti e lo scandire di epiteti offensivi all’indirizzo del Ministro, hanno sulla formazione degli scolari e degli studenti, specie sugli adolescenti. E’ necessario e urgente quindi introdurre un codice disciplinare severo che contenga regole precise in grado di colpire i responsabili senza ritardi e senza lungaggini con sanzioni adeguate al danno compiuto, nel rispetto della legalità e dei diritti di ciascuno. Fino a quando dovremo sopportare questi disordini? Il Ministro Gelmini avrà certamente saputo, ce lo dicono gli attestati di stima e di riconoscenza che gli vengono tributati quotidianamente, che è considerato dalla parte sana della società, un inaspettato dono del destino, una diga contro l’irrimediabile sfacelo dell’istruzione, insomma un ministro con le palle. Quello che ha fatto e che sta facendo la Gelmini, la si chiami riforma, la si chiami decreto, la si chiami come si vuole, è proprio lo scossone che le famiglie e la società attendevano da tanto tempo, necessario per dare inizio, al fianco delle famiglie, ad una svolta radicale nella formazione dei futuri cittadini e produttiva di buoni esempi e di regole ineludibili. Non molli, dunque, Mariastella. Insista! Faccia come ci hanno insegnato “loro”: resista, resista, resista!...

 

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