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Contro la resistenza dell’antipolitica avanza il pressappochismo della politica

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


Con le ultime tracce di ideologia di partito scompaiono anche i simboli di partito

 

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Bocca


Alle regionali si gira pagina

Contro la resistenza dell’antipolitica avanza il pressappochismo della politica

Con le ultime tracce di ideologia di partito scompaiono anche i simboli di partito

(Roma, Feb 5 2010 12:00AM) Dal bipolarismo al pressappochismo. Dal cognome del leader unico inserito a caratteri cubitali nel simbolo di partito, alla sparizione dai manifesti elettorali del cognome del candidato e persino del simbolo di partito. Gli elettori votano ormai per il presidente della bocciofila rionale o danno la preferenza al compagno di merende. Tanto, il mondo e’ diventato un villaggio globale. Cosa vai a perdere tempo. Ci conosciamo tutti. Vota Antonio dunque. E il trionfo di Toto’. In Lombardia Formigoni, cogliendo di sorpresa i suoi stessi elettori, ha affisso manifesti con la sua foto sfumata e il solo nome di battesimo, Roberto, uno di voi, il tutto stampato su un tappeto formicolante di mini ritratti di cittadini qualunque. Di simboli di partito, neanche l’ombra. Nel Lazio Polverini, piuttosto che schierarsi, ha preferito esaltare la sua anima sindacalista annunciando a chiare lettere Innanzitutto un impegno per il lavoro e per la famiglia. Anche qui, niente simboli di partito. Ma cosa dire del conflitto d’interessi fra gli Innanzitutto che da un muro all’altro della citta’ di Roma si contendono il primo posto?... Casini invece insiste nel predicare la patetica dottrina del centrismo, ma, come Berlusconi, continua ad esibire a chiare lettere nel simbolo dell’UDC il suo cognome, sforzandosi di impersonare il ruolo di alfiere di una bandiera crociata dalla quale la Chiesa ha gia’ preso le distanze. Se alle prossime regionali oltre a mancargli i voti dei cattolici, dovesse realizzarsi la previsione dell’ex giudice De Magistris, il quale al Congresso dell’IdV ha sostenuto ieri che il consenso ottenuto da Casini alle ultime consultazioni era strettamente collegato ai cannoli siciliani di Caruso, potremmo assistere al tracollo dell’ultimo fornaio della DC. In fondo, gli starebbe bene. Tutto e’ comunque da vedere. Di Pietro, dal canto suo, esaltato dai clamori della grancassa del Congresso in corso e molto arrabbiato a causa della campagna di delegittimazione lanciata dal Corriere della Sera con la pubblicazione della foto dell’Ultima Cena di Gesu’ Contrada con Giuda Di Pietro, fa finta di voler togliere il suo cognome dal simbolo dell’IdV, sicuro che i congressisti respingeranno la mozione. A Di Pietro in fondo piace fare il ducetto. Lo si rileva dagli argomenti ripetitivi sui quali poggia la sua campagna, dal determinismo giacobino con cui minaccia ritorsioni, dai toni irriverenti che usa contro le Istituzioni, dalla tendenza all’insulto generalizzato, dall’assoluta indisponibilita’ al dialogo. Il sottofondo musicale rimane sempre quello del tintinnar di manette. Ad averlo Presidente del Consiglio dei Ministri, se ne vedrebbero delle belle. All’inizio sembrava riluttante a seguire la moda del cognome del leader sul simbolo di partito, poi si e’ uniformato, senza però desistere dall’accusare Berlusconi di praticare il culto della personalita’ tipico dei sistemi totalitari. Malgrado l’8 per cento, l’eloquio è rimasto scombinato, asintattico e sgrammaticato. Degno di segnalazione il suo intervento di oggi al Congresso: Prendo in mano io la parola. A margine del quadro politico incerto, del carovita insostenibile, del frastuono delle risse televisive di prima e seconda serata e del corpo a corpo che Berlusconi e i suoi fedelissimi sono costretti a condurre in Parlamento e nelle aule dei tribunali per la sopravvivenza della democrazia nel nostro paese, è tutto un resistere. Resiste Travaglio, il quale dalle astiose colonne di Anno Zero recita l’unica parte che gli è congenita, quella del maestrino da libro Cuore (di-cane-arrabbiato), producendosi nella diligente lettura di noiosi e sconclusionati temini da avanspettacolo in salsa Avatar, destinati ad un pubblico ristretto ed eterogeneo, costituito da fans esaltati che ingoiano le sue balle come oro colato, dei quali bisogna però avere paura. Non si devono sottovalutare infatti gli attentati a Berlusconi, la busta all’antrace indirizzata a Belpietro, le cartucce inviate alla Presidenza del Consiglio e l’armato di coltellaccio fermato all’ingresso di Palazzo Chigi. Resiste Repubblica, per niente scossa dal nauseante odore del complotto barese e sordo-cieca davanti al triste spettacolo trans-romano e sex-bolognese. Resiste Bocca, avanguardista della prima ora e post comunista dell’ultima stagione. La sua saliva e’ ormai fiele e le sue parole più che pietre sono macine di mulino, cappi al collo, ghigliottine, iniezioni di veleno e gas letali, il cui destinatario in servizio permanente effettivo rimane Berlusconi. Resiste infine Vauro con le sue vignette sconce, volgari ed offensive del comune senso del pudore, che denotano l’incapacita’ dell’uomo di produrre speranza, l’accanimento dell’intellettuale di parte nel seminare odio e la determinazione sadica del cattivo di irridere i potenti ed umiliarne gratuitamentee’ la personalita’. Senza Berlusconi Vauro resterebbe senza lavoro. Forse dovrebbe ringraziarlo e cantare insieme ai berluscones: Menomale che Silvio c’è.

 

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