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FINI E’ UN PRETESTO

      

   

Editoriali

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Articolo di:

C. SARCIA'


In Panchina i Fedelissimi si Scaldano

 

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Repubblica Ingessata

FINI E’ UN PRETESTO

In Panchina i Fedelissimi si Scaldano

(Greccio, 15/08/2010)  

Questa che stiamo vivendo è un’estate al vetriolo, non c’è altro modo per definirla. Ci manca solo un megasbarco di clandestini a Lampedusa e un attentato dinamitardo ad Arcore. Poi gli ingredienti ci sono tutti. I mari della California sono una palude di greggio. La Russia sta letteralmente bruciando e le aree sottovento rivivono le tensioni di Cernobil, visto che bruciano anche i boschi contaminati dal disastro della centrale atomica omonima. La Cina, il Pakistan e l’India stanno sparendo sotto le alluvioni e si parla già di colera e altri morbi virali connessi all’inquinamento dei cibi e dell’acqua. Dall’Aquila ad Haiti, passando per la Turchia e la Cina, i terremotati senza casa e senza lavoro, grazie a Dio, non mancano. L’Afghanistan è diventato un imbarazzante cerino nelle dita di Obama, malgrado la moschea a Ground Zero. In Iraq l’unica certezza riguarda le percentuali quotidiane di morti ammazzati. In Iran Ahmadinejad non scherza. La crisi economica mondiale non accenna ad attenuarsi e in autunno ne vedremo delle belle. Nel mondo islamico è cominciato il Ramadan e non è escluso che qualche giovane Sunnita con il cervello fumato dal fanatismo religioso e arso dal sole nordafricano o mediorientale non provi a fare qualche bella strage di Sciiti nei dintorni della Mecca? Non dimentichiamo poi quel gigantesco iceberg staccatosi dal Polo nord che avanza senza meta e non promette nulla di buono.

Anche in Italia, nel nostro piccolo, non ci possiamo lamentare, e non si tratta soltanto di incertezza economica, politica, sociale e governativa. Il fatto che il Presidente Emerito Cossiga voglia lasciarci non è neanche l’aspetto più grave della questione, anche se con lui scompare un riferimento autorevole e necessario in tempi in cui l’etica, la morale e l’onestà non vengono più praticate. In effetti c’è in gioco qualcosa di molto più pepato che si prepara a deflagrare. Da qualche settimana è in onda uno squallido teatrino, coi Tulliani per attori e Fini per regista, il tutto ambientato a Montecarlo, Boulevard Princesse Charlotte 14, con l’alto patrocinio della defunta Contessa Colleoni, nel cui palinsesto si sta consumando l’ultima speranza di questa sfortunata legislatura. A margine mi viene spontaneo commentare: ma come si fa a scegliere uno che si chiama Lamorte per fare il tesoriere di un partito? Più o meno come quella volta in cui sarebbe toccato al generale Coniglio fare il Capo di stato maggiore dell’esercito.

Una legislatura iniziata con tante aspettative e incentivata da molte promesse quali abolizione della tassa di proprietà sugli autoveicoli (già tassa di circolazione), diminuzione delle aliquote Irpef, abolizione dell’Irap, soppressione delle comunità montane, delle province e dei piccoli comuni. Tutto comincia con il compleanno di una diciottenne a Napoli, poi una lettera esplosiva di Veronica Lario su Repubblica, quindi i lettoni di Palazzo Grazioli e Villa Certosa, e ancora l’attentato a Berlusconi ad opera del pazzo che gli tira in faccia la miniatura del Duomo, la burla delle liste elettorali non ammesse alle regionali, il pressing sul Presidente del Consiglio, ma anche sul Ministro della giustizia, delle magistrature riunite (Corte Costituzionale, Corte di Cassazione, Corte d’appello, Tribunale penale, TAR), gli strani attacchi del Presidente della Camera Fini a Berlusconi, infine la manovra finanziaria sempre più “creativa” del professor Tremonti il quale, invece di azzerare gli sprechi nel bilancio degli enti pubblici, ha continuato a colpire soprattutto gli elettori migliori del centrodestra, con l’espediente della finanza creativa. A Giù, te possino…

Insomma, in questo strano paese, dall’Unità d’Italia ad oggi non è cambiato quasi nulla: siamo partiti dalla impopolare tassa sul macinato e siamo arrivati agli impopolari autovelox, che sono una tassa occulta, passando per le addizionali (quella sul terremoto di Messina e Reggio Calabria è ancora in vigore), per le una tantum e per i condoni e per la pressione fiscale sempre in aumento. C’è ancora da pagare il debito contratto dai Savoia con l’invasione e la sottomissione del Sud: malgrado siano trascorsi 150 anni, non è stata ancora risolta la questione meridionale e la piovra mafiosa ha aumentato a dismisura il suo potere.

La classe politica nell’immaginario collettivo appare impopolare, corrotta e amorale. Continuiamo ad eleggere e stipendiare profumatamente uomini scelti dal partito, che poi si rivelano perfetti mariuoli (il giornalaio sotto casa dice che “…il più pulito c’ha la rogna…”).

Si parla, con insistenza di nuove elezioni. Cosa dobbiamo aspettarci dal ritorno alle urne? La nostra Costituzione è statalista ed è perciò piena di veti incrociati e trabocchetti. E’ nata dall’acume cattocomunista di Dossetti, assistito da Togliatti che gli fornì come modello la costituzione russa ed è congegnata in modo tale che, tranne per le quisquilie, nessuno può neanche pensare di modificarla. Insomma, questa Costituzione, teoricamente pensata per risparmiare in futuro agli Italiani colpi di Stato e conseguenti dittature, in pratica può essere modificata soltanto con un colpo di Stato.

Alla fine, i troppi catenacci potrebbero trasformarsi in un boomerang. A pensarci bene, i Padri costituenti dovrebbero rivoltarsi nella tomba. Per queste ragioni gli Italiani, per un verso o per l’altro, sono sempre spaccati a metà. Passato il tempo dei Guelfi e Ghibellini, ci ritroviamo costantemente divisi in due partiti antagonisti: polentoni e terroni, monarchici e repubblicani, comunisti e democristiani, anticomunisti e antifascisti. Queste divisioni verticali, che gli altri paesi affrontano come si fa con le contrapposizioni campanilistiche, da noi tengono accesa la fiamma dell’odio distruttivo e distraggono i cittadini dai veri problemi che derivano loro dalle mai risolte divisioni orizzontali che, non avendo colore politico, restano un problema solo per chi c’è dentro e ne sconta le conseguenze.

Se ne parla alla vigilia delle elezioni, vengono articolate nei programmi preelettorali, ma il giorno dopo le elezioni non se ne sa più nulla. Le divisioni orizzontali riguardano infatti problemi che non dipendono dall’appartenenza ad uno o all’altro dei blocchi verticali Nord-Sud, Destra-Sinistra. I veri problemi italiani riguardano il debito pubblico, il costo della vita,  l’occupazione, il precariato, le retribuzioni, le pensioni, il TFR, il sistema fiscale, l’evasione delle imposte, le aliquote fiscali.

In alcune Regioni, per esempio, c’è un’assistenza sanitaria di prim’ordine, in altre la mala sanità fa a gara a chi ne uccide di più. Nel settore pubblico si osserva un nepotismo sfacciato nei concorsi, nelle nomine, nelle consulenze, negli incarichi; a chi non ha parenti potenti rimane la mortificazione del merito e la disoccupazione. In alcune Regioni i servizi pubblici sono ben organizzati e funzionanti, nelle altre i servizi pubblici semplicemente non funzionano. Alcune categorie godono di privilegi enormi; in alcune regioni i dipendenti pubblici sono ovunque in eccesso e non vengono neanche controllati, di conseguenza nessuna sanzione colpisce chi non fa il proprio dovere. Infine la burocrazia, con le sue difficoltà insormontabili, i suoi balzelli, l’ostracismo di classe , la persecuzione politica, i muri.

Dopo essere entrati in Europa ed aver cambiato moneta, ci dobbiamo ancora sorbire le Regioni a Statuto speciale e le Province di Trento e Bolzano, retaggi anacronistici, forzature innaturali, anomalie tutte italiane, frutto di innominabili compromessi e di frettolosi accordi sottobanco.

Del resto, anche l’entrata nel sistema Euro a duemila lire per un euro, contro le mille lire circa della repubblica federale tedesca (tanto costava un marco tedesco), non è un episodio della nostra storia patria di cui andare orgogliosi. Gli Inglesi sono rimasti con la sterlina e non mi risulta che stiano peggio di noi. Lo scenario ove si decidono i destini della nostra patria è da sempre l’Europa. I nostri interlocutori sono da sempre Tedeschi, Francesi e Inglesi. Le epoche si sovrappongono, ma la storia che ci riguarda è sempre la stessa: da una parte i padroni dell’Europa, dall’altra i sottoposti, i Parìa.

Dopo l’ammissione dei nuovi parteners l’Italia per fortuna non è più sola. Per far sventolare sui nostri palazzi il drappo blu con il cerchio di stelle, siamo costretti ad accettare le loro condizioni. Che non sono mai favorevoli a noi.

Cosa dobbiamo aspettarci dunque dal prossimo autunno? Sicuramente nulla di buono. I soldi mancano. Il debito pubblico sale. Le imprese chiudono i battenti. La disoccupazione aumenta. Le riforme non si possono fare perché la Costituzione è ingessata. Che venga la Destra o la Sinistra,dunque, non cambia quasi nulla. L’unica differenza sta nella terminologia con cui vengono scritti i programmi elettorali.

Il risultato post elettorale sarà pertanto sempre il medesimo: aumento delle tasse, salari e pensioni da miseria, diminuzione delle libertà personali. Le novità potrebbero riguardare al massimo l’introduzione del pedaggio per i pedoni che escono di casa, mediante applicazione di un contapassi al polpaccio, o la tassa sull’aria che respiriamo, un tanto al metro cubo, e chi respira di più sarà multato.

E se no, che finanza creativa sarebbe?


 

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