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CON IL TRACOLLO DELLA CINA CESSAVA LA GUERRA DELL’OPPIO

      

   

Inchieste

 Registrazione Tribunale di Rieti n. 5 del 07/11/2002

 

 

Saggio di:

Massimo Iacopi


Nel 1899 si consumava anche la fine della Dinastia Manciù.

 

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FIRMA DEL TRATTATO DI NANCHINO 1842


120 anni or sono l’Impero Celeste era costretto a cedere all’Occidente

CON IL TRACOLLO DELLA CINA CESSAVA LA GUERRA DELL’OPPIO

Nel 1899 si consumava anche la fine della Dinastia Manciù.

(Assisi PG, 25/05/2019)

Circa 120 anni fa, il più grande ed il più antico Stato del mondo sarà costretto a cedere davanti alle potenze straniere, per aver sottovalutato i “Barbari”.

L’anno 1899 è stato, per le grandi potenze del momento, quello del Break up of China, ovvero della spartizione della Cina, completamente disfatta dal suo vicino giapponese nel 1894-1895. Il vecchio Impero di Mezzo era ormai diventato una facile preda: Inglesi, Francesi, Russi, Tedeschi e Giapponesi si precipitano nella corsa, ai quali si aggiungono anche gli Italiani. La Cina e la sua dinastia Manciù, indebitata, costretta ad accordare importanti concessioni territoriali o ferroviarie, obbligata a rinunciare alla sua sovranità in numerosi settori, non aveva altra scelta che subire una apertura ed una modernizzazione che non aveva saputo immaginare, né condurre per conto proprio.

A differenza del Giappone, passato nel corso di una generazione dai tempi medievali all’epoca industriale, la Cina ha dovuto pagare a caro prezzo le trasformazioni derivate dalla sua entrata in contatto con l’Occidente. L’Inghilterra mette a profitto, a quel punto, il naufragio cinese per ottenere un affitto, per la durata di 99 anni, che decuplicava la superficie della colonia stabilita nel 1842 a Hong Kong ed ingrandita nel 1860 dalla penisola di Kowloon.

Questo rinforza della presenza britannica nella Cina del sud, appare come la conclusione logica del processo di apertura forzata del paese che era iniziata , poco più di mezzo secolo prima, in occasione della guerra dell’oppio. Impotente a rispondere alla sfida posta dal dinamismo europeo, la Cina degli imperatori Manciù era andata incontro da quel momento ad una successione di fallimenti e di crisi che l’avevano posta nelle mani delle potenze, avide di spartirsi quello che veniva considerato come un “eldorado commerciale”.

Agli inizi del XIX secolo, l’immenso Impero di Mezzo appariva completamente ripiegato su sé stesso, immobile di fronte a paesi occidentali in piena trasformazione, sul punto di acquistare a loro vantaggio l’apertura del pianeta rilevato dal XVI secolo con le Grandi Scoperte. Solo il porto di Canton era a quel tempo aperto agli stranieri con importanti restrizioni alla loro attività. Qualche emporio inglese viene raggruppato in uno speciale quartiere. Tutte la transazioni devono passare attraverso l’intermediazione del Cohong, un sistema che raggruppa le imprese ufficialmente abilitate a commerciare con gli stranieri. Il tutto sotto l’autorità di un sovraintendente delle dogane, notoriamente corrotto. In tal modo ci si può procurare il tè, seterie, porcellane, che costituiscono l’essenziale delle esportazioni cinesi, pagate in monete d’argento circolanti nelle Filippine.

Dopo aver accolto favorevolmente nel XVII secolo i missionari gesuiti - che hanno anche goduto di una grande influenza presso la corte di Pechino – gli imperatori si sono opposti alla penetrazione del cristianesimo, che raccoglie poco più di centinaio di migliaia di fedeli, provenienti in genere dalle classi più miserabili della società. L’ultimo astronomo gesuita della corte è moto nel 1805, l’ultima chiesa cattolica è stata chiusa a Pechino nel 1827 e sarà nella clandestinità e con il rischio della propria vita, che qualche irriducibile lazarista e francescano si sforzeranno di mantenere l’esistenza delle piccole comunità cristiane sopravvissute.

Le due ambasciate inglesi che si sono recate alla corte di Pechino, quella di Lord George Macartney (1737-1806), nel 1793, quindi quella di Lord William Pitt, 1° conte di Amherst di Arakan (1773-1857), nel 1816, falliranno nel tentativo di ottenere una maggiore apertura del paese. In un famoso rescritto, l’imperatore Tcha Tching (o Jiaqing, 1760-1820) fa sapere ai suoi lontani “sudditi” britannici, ignari dei riti di prosternazione in vigore alla corte, che sarebbe stato inutile inviargli delle nuove delegazioni. La Cina tradizionale, centro del mondo, sovrana di tutte le nazioni non ha alcun interesse ad intrattenere relazioni con i “barbari”. Essa è largamente sufficiente a sé stessa per la diversità delle sue produzioni e per il numero della sua popolazione che, con 300 milioni di anime, appare a partire dagli anni 1840, come la prima del mondo. Chiusa all’influenza occidentale di cui teme l’intrusione, informata – anche se imperfettamente – della penetrazione inglese in India e delle agitazioni che ha conosciuto il Giappone nel XVII secolo, La Cina non intende vedere rimessa in discussione una civiltà millenaria, ritenuta superiore a tutte le altre.

Una tale situazione non poteva durare a lungo dopo che l’Inghilterra era uscita vittoriosa dalle guerre della Rivoluzione dell’Impero. Il Regno Unito, prima potenza navale, industriale, coloniale e commerciale del mondo di allora, definitivamente padrona del Capo di Buona Speranza dal 1814, presente a Singapore a partire dal 1819, non poteva rinunciare per molto tempo alle attrattive che presentava l’immenso mercato cinese.

Ecco allora che inizia a svilupparsi a grande scala il contrabbando dell’oppio, portato dal Bengala con navi inglesi. Esso viene ridistribuito in tutta la Cina del sud da una moltitudine di trafficanti venuti ad acquistarlo a valle di Canton e lungo tutta la costa fino a Fu Tcheu, con la complicità dei mandarini e dei funzionari locali. Questo commercio, vietato dalle autorità imperiali, assume una dimensione maggiore quando la Camera dei Comuni britannica non rinnova il monopolio di cui disponeva la Compagnia delle Indie per gli scambi con la Cina. Questa decisione farà la fortuna di molte imprese commerciali britanniche come la Dent, la Jardine e la Matheson. Mentre fra il 1820 ed il 1825 venivano vendute meno di 10 mila casse di oppio, questa cifra si eleva a più di 35 mila dal 1830 al 1835. La moltiplicazione del numero dei fumatori comporta ormai un deficit della bilancia commerciale cinese, proprio per il fatto che l’oppio arriva a rappresentare nel 1837 circa il 57% del valore delle importazioni pagate in argento. La nuova situazione commerciale determina una pericolosa diminuzione della massa d’argento-metallo ed un disequilibrio di tutto il sistema monetario imperiale. Trafficanti ed intermediari vi trovano il loro tornaconto, mente mandarini e letterati iniziano a preoccuparsi dei pericoli che incombono sulla civiltà tradizionale cinese al contatto con i “barbari” e non hanno alcuna difficoltà ad eccitare contro di essi la naturale xenofobia delle masse popolari. L’insediamento a Canton, nel 1834, di William John Napier, 9° Lord Napier (1783-1834), sovrintendente del commercio britannico, ben presto sostituito da Charles Elliott (1801-1875), accresce la diffidenza della corte di Pechino: il sovrano promulga nel 1839 un rescritto che vieta il traffico di oppio. Lin Tse Su o Lin Zexu (1785-1850) il commissario imperiale inviato a Canton, fa arrestare i contravventori, provvede alla confisca di importanti quantità di droga e vieta l’accesso alla città agli stranieri alla fine del mese d’agosto del 1839. Quanto basta per scatenare la guerra ed il 3 novembre seguente, due fregate britanniche distruggono e disperdono la flotta del Vicerè, uccidendo più di 500 Cinesi, mentre subiscono appena un ferito fra le loro fila.

Le debolezze ed i ritardi della Cina emergono a quel punto in tutta le loro dimensioni e non fanno altro che incoraggiare le iniziative inglesi. Il ministro britannico degli Affari Esteri, Lord Henry John Temple, 3° Visconte Palmerston (1784-1865), influenzato dal trafficante Sir William 7° Baronetto Jardine (1800-1874), che conosce l’importanza del traffico dell’oppio per il commercio delle Indie, decide l’organizzazione di una vera e propria spedizione di sedici navi da guerra e quattromila soldati. Il Ministro della Guerra, Thomas Babington, 1° Baronetto Macauly (1800-1859), riesce a far vibrare la corda patriottica dei deputati della Camera dei Comuni, nonostante le proteste del giovane William Ewart Gladstone (1809-1898), che “non ha mai inteso parlare di una guerra più ingiusta dai suoi inizi e meglio calcolata nei suoi sviluppi per coprire l’Inghilterra di una vergogna permanente”. L’opposizione tory, guidata da Sir Robert Peel, 2° Baronetto Peel (1788-1850) non segue Gladstone ed il governo ottiene la maggioranza per iniziare un conflitto che durerà sino al 1842.

Il rapporto di forze sul campo è schiacciante a favore dei Britannici, dotati di mezzi moderni e Lin Zexu si vede ingiustamente rimproverare la sua troppa prudenza. Richiamato a Pechino, il viceré viene esiliato nel nord est dell’Impero. Sostituito a Canton con Ki Chan, nel momento in cui la flotta inglese si presenta davanti alle coste di Tche–li, nelle prossimità immediate di Pechino. Nel febbraio 1841, Ki Chan raggiunge un accordo con Elliott. Gli Inglesi ottengono la cessione di Hong Kong, un isolotto roccioso poco popolato, una indennità per l’oppio distrutto per ordine di Lin Zexu, la prosecuzione degli scambi su un piano di parità ed il ritorno a Canton dei commercianti britannici. Ma, pagare una indennità ai “barbari”, cedere loro un pezzettino di terra cinese ed accordare loro l’uguaglianza con i mandarini che rappresentano l’imperatore, rappresentano altrettante condizioni inaccettabili per un “Figlio del Cielo” e Ki Chan viene a sua volta giubilato. Nello stesso tempo Palmerston, che giudica troppo esigue le concessioni ottenute, sostituisce Elliott con Sir Henry Pottinger (1789-1856) che assume il comando delle forze inglesi alla fine del mese d’agosto del 1841.

Una nuova offensiva, lanciata verso il nord, spazza senza difficoltà le resistenze cinesi. Le navi inglesi possono persino risalire lo Yang Tze Chiang fino a Nanchino. L’imperatore si vede, a quel punto, obbligato a riconoscere la sua sconfitta e dà l’autorizzazione “di tranquillizzare e di controllare i Barbari”, espressione che significa il permesso di negoziare la pace. Gli Inglesi pongono le loro condizioni ed ottengono la consegna di Hong Kong e l’apertura al commercio di 5 porti (Canton, Amoy, Fu-Tcheu, Ning Po e Shanghai), dove potranno insediarsi dei consoli britannici. Gli inglesi ottengono inoltre una pesante indennizzazione e il rapporto di parità nelle relazioni commerciali fra Cinesi ed Inglesi. Il commercio diventa libero e conseguentemente, scompare il sistema degli intermediari messo in opera a Canton.

Da ultimo i diritti di dogana, che pesano sui prodotti inglesi, verranno limitati al minimo (5%). Non si parla di oppio negli accordi siglati definitivamente a Nanchino il 29 agosto 1842 ed il traffico di stupefacenti continuerà alla grande nel corso degli anni seguenti.

Il 3 luglio 1844, gli Americani ottengono, con la firma del Trattato di Wanghia, vantaggi analoghi a quelli concessi agli Inglesi, ma essi, a differenza dei Britannici, si preoccuperanno di condannare il commercio dell’oppio. Qualche settimana più tardi, una delegazione francese guidata da Theodore de Lagrené (1800-1862), mettendo in risalto che la Cina non ha alcun interesse a rimanere sola nel confronto con i suoi interlocutori anglosassoni, ottiene gli stessi vantaggi dei precedenti. Il Trattato di Whampoa, concluso nell’ottobre 1844, accorda ai Francesi il diritto di erigere, sui terreni dove risiederanno, ospedali e chiese. I negoziatori cinesi accettano a quel punto anche la libertà di culto per i cristiani. Ormai, i missionari, arrestati nelle regioni il cui accesso è interdetto, non saranno più messi a morte, ma semplicemente espulsi. La Francia in tal modo si pone come protettrice delle missioni cattoliche. L’anno seguente, l’Inghilterra conclude un accordo per cui ottiene una “concessione” su un quartiere di Shanghai, beneficiandovi da quel momento dei diritti di extra territorialità. Questo accordo servirà da modello per numerose altre città, dove le “concessioni” accordate agli stranieri sottrarranno sovranità alla Cina.

La Cina, appena aperta all’Occidente, viene a trovarsi di fronte a serie difficoltà. La persistenza del nazionalismo anti-Manciù alimentato dalle società segrete, le devastazioni di diverse carestie, il peso della miseria contadina e l’esasperazione degli eruditi – legati alla civiltà tradizionale ed ostili alle intrusioni barbare – contribuiscono a rendere fragile il potere imperiale. Esso si troverà ben presto di fronte all’importante ribellione dei Tai Ping che, dal 1850 al 1865, concerne il sud del paese ed il bacino dello Yang Tze.

L’impero cade allora nell’anarchia e regioni intere non riconoscono più il governo di Pechino. Una ribellione mussulmana di grande ampiezza concerne lo Yunnan ed il lontano Turkestan cinese. Nel corso di questo periodo agitato, l’assassinio di un missionario francese, il padre Augusto Chapdelaine (1814-1856) ed il fermo dell’Arrow, una nave battente bandiera britannica, forniscono alla Francia ed all’Inghilterra il pretesto per un nuovo intervento militare. La scontro si concluderà con il saccheggio del Palazzo d’Estate e con la ratifica, a Pechino, del Trattato di Tien Tsin. La campagna del 1858-1860 consentirà l’accesso ad 11 nuove città, fra cui Nanchino, ed all’apertura al commercio europeo del fiume Yang Tze Kiang. Nello stesso momento, la Russia si fa riconoscere il possesso della provincia marittima, dove, ben presto, verrà fondata Vladivostock.

Sebbene vinta, la dinastia manciù si troverà a beneficiare dell’aiuto dei suoi vincitori per sconfiggere i Tai Ping e per ottenere in tal modo, una tregua insperata. Gli sforzi di modernizzazione del ministro Li Hung Chang o Li Hongzhan (1823-1901) ed i tentativi di resistenza dell’imperatrice Tsu Hsi o Cixi (1835-1908) non riescono tuttavia a rimandare l’inevitabile scadenza. La Cina tradizionale dei mandarini e dei letterati, per mancanza di una casta di samurai che per la loro mentalità guerriera erano predisposti a raccogliere la sfida dell’Occidente, rimarrà privata di qualsiasi possibilità di reazione di fronte alle iniziative dei suoi nemici.. Sconfitta dal Giappone, dipendente finanziariamente dai suoi “amici” Russi e francesi, la Cina è costretta a concedere ai primi Liao Tung e Port Arthur, ai secondi una vasta zona d’influenza nel sud del paese, mentre gli Inglesi si installano a Wei Hai Wei ed i Tedeschi nello Shantung. Ben presto, il fallimento di un ultimo tentativo di riforma non lascia altro spazio che a quello di una rivolta senza speranza, quella dei Boxers, schiacciata nel 1900 da una spedizione internazionale composta da Inglesi, Francesi, Tedeschi, Italiani, Austriaci, Russi, Americani e Giapponesi. Alla dinastia Manciù resteranno, a quel punto, appena una dozzina di anni di vita.

 

BIBLIOGRAFIA

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Massimo Iacopi

 

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